Carmuslio

Serie: Il figlio delle fate


NELLA PUNTATA PRECEDENTE: Martino e Arturo si accorsero che il varco da cui erano entrati si era riaperto e fuori, ad attenderli, c’era il loro amico corvo.

«Poi non capisco cosa avessero da ridere tutte quelle persone» brontolò Martino «erano gli spettacoli più noiosi che io abbia mai visto».

«Infatti» aggiunse Arturo «sono molto più divertenti le storielle che racconto io».

Martino alzò gli occhi al cielo.

«Ah, non sapevo che raccontassi storie» esclamò il corvo «anzi, a volte dubito anche che tu sappia parlare».

«Invece sì, parlo e racconto storie. Ne conosco una divertentissima, ora te la faccio ascoltare» si apprestò a dire Arturo mentre suo fratello gli faceva no con la testa con aria imbarazzata.

«Sono curioso di sentirla» intervenne il corvo.

«Un giorno una bambina andò da un panettiere per comprare una focaccia. Dopo averla servita, il panettiere le chiese tredici denari ma la bambina gliene diede solo cinque. Il panettiere le chiese se si rendeva conto che non gli aveva dato la cifra giusta e la bambina rispose che non sapeva contare.»

Arturo cominciò a sghignazzare mentre gli altri due compagni di viaggio lo guardavano attoniti.

«Come prosegue il racconto?» chiese il corvo.

«Non prosegue» rispose Arturo senza smettere di ridacchiare «è già concluso».

Il corvo lo fissò a becco aperto, poi disse: «Non arriverò mai a comprendere il senso dell’umorismo di voi umani».

«Neanche io arriverò mai a comprendere l’umorismo di mio fratello» aggiunse Martino.

Dopo che fu riuscito a frenare la sua risatina solitaria, Arturo indicò un ammasso di cupole e pinnacoli color fiordaliso in lontananza e disse: «Guardate! Lì c’è un’altra città».

Il corvo spiegò che il centro urbano verso cui si stavano dirigendo era quello della città di Telonia.

Giunti a pochi metri dalle mura di mattoni azzurrognoli, furono fermati da un gruppo di doganieri.

«Altolà! Dove credete di andare?»

«Nella città di Telonia» rispose serafico Arturo continuando la sua marcia finché non fu bloccato dall’asta della lancia di uno dei doganieri.

«Molto bene, allora dovete pagare un dazio. Trenta denari.»

I due bambini confessarono di non avere soldi con loro. Martino aggiunse che gli sembrava assurdo pagare dal momento che non intendevano restare a lungo a Telonia. I gendarmi però furono irremovibili e gli intimarono di allontanarsi immediatamente se non potevano corrispondere la cifra richiesta.

«Magari potremmo prendere un’altra strada e aggirare la città di Telonia senza attraversarla», suggerì il corvo durante la loro ritirata.

All’idea di allungare ulteriormente il viaggio, i due ragazzini proseguirono la marcia sbuffando con le spalle ricurve sotto i loro sacchi che sembravano divenuti più pesanti.

All’improvviso una voce li chiamò.

I tre viandanti si voltarono e trovarono un uomo tozzo, dalle dimensioni ridotte e con una barba lunga, rossiccia e ispida che gli arrivava fin sotto le ginocchia.

«Quello deve essere sicuramente un nano» sussurrò Martino all’orecchio di Arturo.

L’uomo si avvicinò e disse con un vocione cavernoso: «Perdonatemi se mi intrometto, ma non ho potuto fare a meno di sentire che avete bisogno di attraversare Telonia».

«Avete sentito bene» intervenne Martino speranzoso «vi prego, diteci che potete aiutarci».

Il corvo si adagiò sulla spalla sinistra di Martino e sibilò: «Non vi è bastata la disavventura del circo? È meglio se seguite il consiglio che vi ho dato poco fa».

«Certo» brontolò Martino «per te è facile parlare. Tu hai le ali e puoi attraversare tutte le distanze che vuoi in men che non si dica. Ma per noi umani è diverso. Noi abbiamo le gambe e dobbiamo faticare il doppio. Se qualcuno mi offre una scorciatoia, non sono certo così stupido da rifiutare».

«Se devo essere sincero» intervenne Arturo «anche io preferirei la scorciatoia».

«Va bene» replicò il corvo seccato «andate pure dove vi pare, ma io resto qui a cercare da mangiare e a lisciarmi le penne. Non crediate che vi verrò a salvare un’altra volta».

«Se volete seguirmi» proseguì il nano facendo cenno di seguirlo con la sua mano paffuta e callosa.

Si ritrovarono di fronte a un ampio portone di ferro posto tra due colonne di granito. Non erano però da soli, perché ad attendere di poter accedere a Carmuslio, la città sotterranea dei nani, c’era anche un gruppo di ragazzi, coetanei o poco più grandi di Arturo.

«Anche voi avete bisogno di andare oltre Telonia?» chiese Martino.

«Assolutamente no» fu la risposta di uno dei ragazzi del gruppo.

«Allora perché siete qui?» insisté Martino.

Un altro ragazzo spiegò che c’era un premio in palio per chi fosse arrivato per primo alla fine del percorso, un pentolone pieno d’oro, a quanto pareva.

Il nano spinse il portone con forza, facendolo spalancare con uno stridore metallico. Condusse poi il gruppo in una grande sala umida e illuminata solo da alcune torce. L’uscio si richiuse alle loro spalle con un cigolio più rapido di quello udito prima.

Il nano spiegò ai ragazzi che da quel punto in avanti lui non li avrebbe più accompagnati e che da soli essi avrebbero dovuto trovare l’uscita del percorso, facendo attenzione a imboccare sempre la porta giusta man mano che si procedeva. La voce del nano era a tratti coperta da tonfi ritmici che echeggiavano nella spelonca.

Martino e Arturo sbirciarono oltre un pilastro e intravidero un gruppo di minatori intenti a frantumare la roccia a colpi di piccone. Oltre ai piccoli abitanti di Carmuslio, c’erano anche giovani non nani che aiutavano a svolgere il lavoro in miniera con il volto annerito dalla fuliggine.

Una volta che il loro accompagnatore si fu allontanato, i ragazzi si ritrovarono di fronte a un lungo corridoio scavato nella roccia. Gli altri ragazzi cominciarono a percorrerlo senza esitare. Martino li seguiva cercando di stare al passo mentre Arturo restava indietro, incantato com’era a osservare la struttura lignea che sorreggeva le volte delle gallerie.

Tutto l’ambiente era caratterizzato da pareti di roccia o mattoni, piattaforme a diverse altezze e passaggi segreti. Le caverne potevano essere ampie e intricate o piccole e labirintiche.

Man mano che proseguivano, il percorso si faceva sempre più umido e il pavimento scivoloso, l’aria diventava rarefatta e la luce più fioca. Gli altri ragazzi rallentarono la marcia, mentre Arturo proseguì speditamente e li sorpassò tutti.

Come aveva predetto il nano che li aveva condotti laggiù, si ritrovarono di fronte a tre porte, davanti alle quali tutti si fermarono, indecisi sul da farsi.

Un ragazzo alto e robusto si diresse verso la porta centrale con sicurezza e la spalancò, ma non si accorse di una botola che si aprì sotto i suoi piedi, facendolo precipitare. Alcuni cercarono di tirarlo su, mentre altri non vollero rischiare di perdere il premio per colpa sua. Aprirono la prima porta, che si rivelò quella giusta, e proseguirono. Martino e Arturo si unirono al secondo gruppo.

Avvicinandosi a un’altra serie di tre porte, un ragazzino con un sorriso furbo chiese ad Arturo di scegliere. Arturo aprì cautamente la seconda porta e, vedendo che era sicura, proseguì senza esitazione e rapidamente. Martino perse di vista suo fratello e iniziò a sentirsi inquieto per il suo allontanamento. Temeva, infatti, che Arturo potesse cadere in qualche trappola e, nel caso, dubitava che i compagni di marcia l’avrebbero aiutato.

Il gruppo arrivò presso la successiva serie di porte, di cui la terza era già spalancata. Martino chiamò a gran voce suo fratello ma non ricevette risposta.

Nonostante iniziasse a fare sempre più freddo, il bambino si sentì madido di sudore.

Il gruppo attraversò altre cinque serie di porte, trovando ogni volta quella giusta previamente aperta. Mentre gli altri ragazzi brontolavano perché temevano che Arturo avesse già ottenuto l’ambito premio, Martino aveva le lacrime agli occhi ed era sempre più preoccupato.

Fu solo davanti alla nona serie di porte che Arturo riapparve, immobile e intento a osservare il soffitto senza preoccuparsi delle due porte aperte. Martino corse ad abbracciarlo.

«Arturo, temevo di averti perso.»

Arturo ricambiò l’abbraccio senza perdere di vista la volta.

Gli altri ragazzi, beffardi, decisero di continuare da soli, ma Arturo li avvertì che la porta giusta era la prima.

I ragazzi attraversarono cautamente la prima porta. Non notando alcun pericolo, andarono avanti con tranquillità.

«Andiamo anche noi» disse Martino tirando suo fratello per mano «non mi importa niente del premio, voglio solo uscire subito di qui. Non ne posso più».

«Fermo. Ci stiamo perdendo.»

«Cosa?»

«Guarda lassù» proseguì Arturo indicando lo spazio sopra l’architrave della porta centrale «lo vedi quel numero?»

«Sì, c’è scritto il numero uno. Quindi?»

«Sopra ogni serie di porte c’era un numero. Siamo arrivati fino alle porte con il numero otto, ma ora siamo tornati al numero uno.»

I due fratelli, a quel punto, concordarono sul fatto che dovevano cercare di percorrere a ritroso il sentiero che li aveva condotti fino a lì.

«Però ti prego» disse Martino ad Arturo «non diciamo al corvo che anche questa volta abbiamo fatto la figura dei tonti, non sopporterei un altro suo predicozzo».

Poco prima di arrivare al portone d’ingresso, i due fratelli rividero i nani e i giovani al lavoro già incontrati alla partenza.

Uno dei ragazzi tirò fuori da un fosso qualcosa che brillava alla luce delle torce ed esultò, urlando che aveva finalmente trovato ciò che cercava e che aveva vinto, ma la sua euforia durò poco. Uno dei nani gli fece infatti notare che non si trattava di oro, bensì di rame, e che gli sarebbe convenuto continuare a scavare da un’altra parte per raggiungere il suo obiettivo. Nel frattempo gli altri nani approfittarono della buca già scavata per piantarci dentro un pilastro.

Serie: Il figlio delle fate


Avete messo Mi Piace2 apprezzamentiPubblicato in Fantasy

Discussioni

  1. Sono d’accordo con il bellissimo commento di Micol e, mentre leggevo, avevo anche io l’impressione di trovarmi nel Paese della Cuccagna. Sono affascinata da questa avventura. La sto leggendo pari pari con mia figlia e alla fine di ogni capitolo, l’umore è alle stelle.

  2. Nella prima parte di questo episodio ho avvertito con forza le stesse emozioni vissute leggendo le avventure di Pinocchio. Il Paese della Cuccagna non è il Paradiso che i millantatori danno ad intendere, è così è stato anche per Arturo e Martino. Le storie di crescita, evoluzione, sono importanti ad ogni età: per quelli che hanno già macinato diversi anni di vita (come me), sono un’intima conferma. Tornare alle radici del nostro essere umani, riscalda l’anima.