C’è una terra felice

Serie: Il figlio delle fate


NELLA PUNTATA PRECEDENTE: «Non così in fretta», rispose la bambina, «sono le tredici e tredici. A quest'ora io devo dare da mangiare alle mie piccole piante carnivore».

Gli occhi di Martino si stavano abituando alla luce intensa della casa fatata. Riusciva anche a osservare senza fastidio i vari quadri appesi alle pareti, con le loro scene molto dettagliate e popolate di bambini e animali antropomorfi che si muovevano in foreste incantate o in città sospese nel cielo.

Il rintocco del pendolo spostò la sua attenzione sul quadrante dell’orologio della stanza. Gli sembrava, osservandolo, che ci fosse qualcosa di strano, ma non si rese subito conto di cosa fosse. Fu solo in un secondo momento che capì qual era la stranezza: le lancette andavano all’indietro. Si chiese se fosse solo frutto della sua immaginazione o se ci fosse qualcosa di magico in gioco. Si accorse, poi, che non aveva ancora visto suo fratello quella mattina. Preoccupato, decise di uscire e cercare Arturo all’esterno.

Al di fuori dell’area in cui viveva la bambina, si estendeva un bosco carico di foglie e frutti dai colori vibranti, che contrastava con il cielo screziato di grigio e bianco.

Martino seguì il suo istinto e si inoltrò in quell’intrico di alberi e cespugli dall’odore silvestre. Raggiunse infine una radura nascosta nel bosco. Lì si imbatté in un’insolita creatura con orecchie appuntite, corna e esili gambette di capra. Capì che era uno di quei fauni che lui e suo fratello avevano intravisto al loro arrivo sull’isola.

Il fauno era seduto su un tappeto stracciato, circondato da una semplice ciotola di legno e un flauto, e iniziò a fissare Martino con i suoi occhi scrutatori dalle pupille oblunghe.

«Chi sei e cosa ci fai in questo bosco?» chiese il fauno con un tono seccato.

Martino, confuso e preoccupato per suo fratello, rispose rapidamente: «Signore, avete per caso visto un ragazzo, poco più alto di me, con i capelli molto chiari, gli occhi di due colori diversi e le orecchie a punta?»

Il satiro, dopo un momento di silenzio, scosse la testa con disapprovazione.

«Oh, voi fate! Prima cominciate a invadere questo luogo che era un’oasi di pace, poi mi venite a disturbare con le vostre richieste.»

«Non sono una fata» protestò il bambino.

«Sì, ma il ragazzo che stai cercando lo è, come anche quella scocciatrice che è venuta a costruirsi la sua casa qui» rispose il fauno «e, comunque, fate o umani, non fa nessuna differenza. Siete dei disturbatori».

Martino avrebbe voluto fare una delle sue solite sfuriate, ma tirò un sospiro e insistette nel chiedere: «Mi dispiace, signore, ma devo trovare mio fratello. Potete aiutarmi?»

Il satiro sospirò profondamente.

«Va bene, ti accontenterò, se poi prometti di lasciarmi alle mie elucubrazioni. Orsù, seguimi!»

Dopodiché si alzò dalla sua posizione e cominciò a camminare attraverso il bosco con la sua andatura ondeggiante, conducendo Martino lungo sentieri tortuosi e attraverso altre radure.

Mentre Martino e il fauno esploravano il bosco alla ricerca di Arturo, l’isolano iniziò a condividere i suoi pensieri.

«La vita è piena di incertezze e misteri, ragazzo. Spesso, ci perdiamo in una realtà che non comprendiamo appieno. Ma la chiave è abbracciare l’incertezza, accettare che non sempre possiamo controllare ciò che accade.»

Martino non capiva perché quell’essere gli stesse facendo un tale discorso. Lo seguì, comunque, senza protestare.

Alla fine, raggiunsero un grande platano, all’ombra del quale trovarono Arturo seduto e con le lacrime agli occhi. Martino gli si avvicinò preoccupato.

«Arturo, va tutto bene? Perché sei triste?»

Pensò che, forse, suo fratello sentiva nostalgia della Foresta Verde. Arturo, però, non gli rispose, e continuò a fissare imperterrito il terreno.

Il satiro, mentre si allontanava saltellando sui suoi piccoli zoccoli caprini, disse: «La felicità spesso sfugge come una farfalla. Più ci affanniamo a inseguirla, meno riusciamo a prenderla. Ma ricordate che ciò che cerchiamo è spesso più vicino di quanto pensiamo. E adesso torno alle mie solite occupazioni. Non mi scocciate più».

«Certo che i tipi strani li incontriamo tutti noi» disse Martino a suo fratello con un sorriso. Arturo, però, restò imbronciato.

«Ma mi dici che cos’hai?» chiese preoccupato Martino.

Arturo sospirò.

«Ti ricordi il giorno in cui è scomparsa la mamma?»

«Sì, e allora?»

«Era una giornata come tante altre. Tu non eri in casa perché eri andato a giocare con i tuoi amici. La mamma mi aveva chiamato nel suo laboratorio perché la solita pozione per scurirmi i capelli non funzionava più e stava consultando il suo manuale di alchimia per cercare una pozione più efficace. Io le dicevo che a me non interessava, che mi sarei tenuto volentieri i capelli del mio colore naturale. Ma lei non voleva. Insisteva nel dire che mettevano troppo in risalto la mia diversità. Ed essere diversi è un male.»

«Ma perché mi stai raccontando questo?» chiese Martino «Cosa ha a che fare con la scomparsa della mamma?»

Arturo continuò: «La mamma cercava di terminare la pozione in fretta e furia, ma c’era sempre qualcuno che la interrompeva. Persone da tutto il villaggio venivano da lei per chiederle rimedi per i motivi più diversi. Lei sorrideva sempre ed era gentile con tutti, ma le sue mani cominciavano a tremare e perdevano sempre più la presa degli oggetti».

Arturo sospirò nuovamente e proseguì: «Mi ricordo che, a un certo punto, qualcosa è andato storto: la nuova pozione che la mamma stava preparando è esplosa. Il rumore era talmente forte che mi sono dovuto tappare le orecchie. Una nuvola rossastra ha cominciato a riempire il laboratorio e la mamma si è subito lanciata su di me per proteggermi. Quando la nuvola si è dissolta, lei ha iniziato a fissare le sue mani. A quel punto le ho chiesto cosa stesse succedendo, ma lei è scappata dal laboratorio chiedendomi di lasciarla in pace».

«Quindi avevo ragione io» urlò Martino «ti sei inventato tutta la storia della Foresta Verde. Non sai neanche tu dov’è la mamma!»

«No, non è vero» si difese Arturo «perché quando la mamma è andata via, io ho iniziato a sentire la sua voce che cantava “C’è una terra felice”. Ti ricordi di quella canzone? Una volta ho sentito la mamma spiegare al papà che quel brano parlava della Foresta Verde. Io quella canzone l’ho sentita per quasi tutto il viaggio».

Martino non aggiunse più niente. Voltò le spalle a suo fratello e si avviò verso la casa della bambina con il cuore gonfio di rabbia.

Arrivato nel giardino, cominciò a scalciare furiosamente, sollevando sassi e terra e colpendo delle piantine.

«Ehi, tu! Smettila di tormentare le mie piccole piante carnivore!»

Martino si voltò e trovò la bambina ritta vicino allo stagno dei fiori di loto. Teneva sul palmo delle mani minuscole una fila di insetti presi dal prato e li portava verso il gruppo di piante carnivore. Ogni volta che un insetto si avvicinava alle fauci spalancate di una pianta, la fatina faceva un piccolo gesto con la mano e l’insetto veniva attirato istantaneamente.

«Sei tutto solo? Quell’altro si è stancato di starti sempre appiccicato?» disse la bambina senza distogliere lo sguardo dai lobi verdi delle piante che si richiudevano con ingordigia sulle loro piccole prede.

«No, sono io che mi sono stufato di lui!» sbraitò Martino.

«Non urlare, non sono mica sorda.»

Ormai Martino era stufo di quella mocciosa, della sua espressione perennemente seccata, delle sue stupide piantine e di tutta quella situazione e, soprattutto, non sopportava più l’idea di non sapere dove andare a cercare sua madre. Si avvicinò alla bambina e le disse con decisione: «Ora basta! Mi avevi promesso che mi avresti aiutato. Dimmi finalmente dov’è mia madre!»

La fatina, con la sua solita aria scostante, rispose: «Oh, piccolo umano, io posso dirtelo, ma solo se indovini il mio nome.»

Martino, irritato ma determinato, iniziò a elencare nomi a caso, ma la bambina scuoteva la testa ad ogni tentativo. Mentre lui faceva sempre più fatica a pescare dalla sua memoria nomi nuovi, la piccola tirò fuori dalla sua bisaccia una polvere e la lanciò a terra. Poi recitò una formula magica, accese un falò nel giardino con uno strano fuoco azzurro che non bruciava nulla e cominciò a ballare intorno ad esso. Rise beffarda dicendo a Martino che non avrebbe mai indovinato il suo nome, quindi intonò una canzone nella lingua dei Siticauni.

Martino rimase sbalordito. La rabbia si mescolò con la confusione mentre osservava la bambina danzare intorno al fuoco, come se la realtà stesse perdendo i suoi confini. Furioso, si avviò verso l’area esterna della casa. Ma mentre camminava, si soffermò sulla melodia che stava giungendo in quel momento alle sue orecchie.

Si rese conto di aver già sentito quella canzone: ad Asprapetra era più comunemente conosciuta come “C’è una terra felice”.

Quando Martino si accorse che Arturo lo aveva raggiunto nei pressi della casa di Sinilluarna, non sapeva più se essere ancora arrabbiato con lui. Ormai cominciava a credere alle sue percezioni, anche se in quel momento avrebbe tanto voluto continuare a ritenerlo un bugiardo.

Senza proferire parole, i due varcarono insieme la soglia dell’edificio. All’ingresso, notarono subito un’ombra oscillante che si stagliava sulla parete. La bambina si stava dondolando su un’altalena appesa al soffitto del soggiorno attraverso corde fatte di edera che frusciavano ritmicamente a ogni movimento. 

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