
Confessa!
“Ametista, quando sei stata portata in questo orfanotrofio, io ho dovuto combattere per convincere la chiesa a darti una possibilità ed è così che mi ripaghi? Pensavo che tu fossi diversa dalle altre della tua razza” aveva tuonato il direttore inflessibile. Era un uomo magro e pallido, con gli occhi grigi e lucenti alla luce delle candele. Si era alzato dalla scrivania avvicinandosi a lei.
Ametista aveva sentito un brivido di paura e rabbia che l’aveva percorsa quando lo aveva visto avvicinarsi, lo stesso che aveva in quel momento, mentre percorreva il suo ultimo miglio verso il patibolo.
“S-signor direttore” aveva mormorato con il respiro tremante ed i vestiti ed il viso fradicio d’acqua santa “io… non so come dirglielo: non c’entra nulla… il demonio… con me.”
Mentre veniva condotta dalle guardie verso la piazza aveva la mente completamente vuota nel quale i ricordi echeggiavano come voci lontane.
“La facilità con il quale lo nomini è proverbiale della tua stregoneria. Se non centri nulla allora come giustifichi i testimoni?! Ti hanno visto manipolare il fuoco con le tue mani!“
Il portone si aprì e la luce violenta del tramonto le perforò gli occhi, dopo mesi di prigionia nella cantina dell’orfanotrofio. Sentiva decine di voci che urlavano, le guardie che spingevano, gli occhi serrati che lacrimavano e la luce tra le sue palpebre.
“Confessa!” gridavano.
“Confessa!” aveva gridato la voce del direttore.
“Non ho niente da confessare! Non sono figlia del demonio!” aveva urlato al direttore stremata.
Finalmente sentiva la calca allentarsi. Flettendo le palpebre in cerca di luce, vide la pira davanti a sé.
Le guardie la fecero salire sul patibolo, le legarono i polsi al palo, tenendole sopra la testa. Sentiva a malapena la voce del boia che pronunciava le accuse e la condanna. Sentiva a malapena la sua voce che gli chiedeva: “Se confessi, morrai prima di venire bruciata.”
Confessa… pensò sentendo lo stomaco ribollire tutto d’un colpo.
Confessa?
Lui non attese una risposta per più di qualche secondo, ma alzò la fiaccola accesa bruciando i fasci di legno.
Confessare?!
Nella sua testa cominciarono a scoppiare i ricordi: l’acqua che le sommergeva il capo, i polmoni che si stringevano, la testa che girava. Sua madre che urlava tra le fiamme.
Il fuoco, da uno scoppiettio, cominciò ad ardere come se il legno fosse stato cosparso d’olio. Ametista si sentì improvvisamente lucida, lo sguardo si fissò sul direttore ed sui suoi occhi che brillavano tra le fiamme e nella calca di spettatori.
Non ho niente da confessare! Non mi merito alcuna punizione! E non diventerò una martire!
Le fiamme la avvolsero completamente diventando violacee. Fiamme fredde come il ghiaccio che consumarono le corde. Sentì i sussulti della folla ed, al suo pensiero, una bolla di fuoco scoppiò dalla pira investendo i presenti e gli edifici come un’onda. Le finestre esplosero e gli spettatori si accesero come candele.
Sentiva urla, grida, pianti, passi frenetici, il caos ma non se ne curava più. Le fiamme si aprirono per farla passare. Scese dal patibolo guardando il direttore sollevarsi da dietro lo scudo di un guerriero caduto e ancora bruciante.
Si avviò verso di lui con le gambe cigolanti. Lo vide raccogliere la spada, fermo e sicuro come un crociato.
“Sei sicuro… di voler combattere… contro un demonio?” lo avvertì Ametista con sguardo scuro. Lui rispose con gli usuali occhi fanatici, gli occhi dell’inquisitore.
“Non mi tirerò indietro dal difendere l’umanità dai seguaci del diavolo!” esclamò alzando la spada al cielo.
Lui non si sarebbe trattenuto, come al solito, e questa volta non gli avrebbe fatto il favore di fargli credere di poter combattere contro una strega vera ad armi pari, armato di fede. Le venne un sorriso amaro in attesa della sua prima mossa.
Il direttore la caricò, lo scudo di metallo davanti ai suoi occhi e la spada alta. Ametista, raccogliendo tra le sue mani le fiamme violacee del rogo e facendole tornare calde e aranciate, le scagliò come un getto su di lui ed il suo scudo. Egli si fermò cercando di resistere. Trattenne lo scudo per diversi secondi in attesa che il getto si arrestasse.
Ametista cominciò a vedere lo scudo che diventava sempre più rovente. A quel punto, il direttore si scagliò di lato lanciandole lo scudo rovente addosso in un tentativo di prenderla si sorpresa.
Ametista non ebbe difficoltà ad abbassarsi e, mentre lo scudo sfrecciava sopra la sua testa, vide il direttore caricarla alzando la spada sul suo capo.
Non ci fu bisogno che si spostasse: gli afferrò la mano armata appena la ebbe a portata, infiammando in un istante tutto il braccio. Il direttore cominciò ad urlare disingaggiando con un passo indietro e disarcionando la mano dalla sua presa. Ma Ametista colse subito l’occasione: si alzò afferrando il primo oggetto che vide con la coda dell’occhio, un bastone mezzo carbonizzato, e lo tirò sulla mano già ustionata dell’avversario disarmandolo. Prima che potesse ripararsi, lei riaccese il bastone e lo tirò sulla sua tempia con tutta l’adrenalina che aveva.
Lui cominciò a ciondolare e crollò a terra. Avrebbe potuto trasformarlo in un mucchio di carbone con un dito ma non riusciva a farlo con la puzza di cenere: era lo stesso odore di sua madre dopo il suo rogo e gli faceva venire la nausea.
Lui però la guardava con occhi fiammanti, stava per rialzarsi: non si sarebbe mai arreso. Non aveva altra scelta, avrebbe fatto uno sforzo, dopo tutto glielo doveva e se lo meritava. Le sue mani si accesero in due fiaccole roventi mentre muoveva passi decisi sperando di approfittare del suo panico.
Ma da sinistra vide un’ombra passarle davanti: era un soldato in armatura. Con una lancia di traverso la spinse lontano dal direttore puntando su di lei.
La rabbia la stava per cogliere un’ultima volta, prima che l’uomo parlasse.
“Ragazzina! Ascoltami!” gridò lui fermo“ sono disposto a lasciarti andare se decidi di risparmiare il direttore e altri innocenti.”
Ametista ci rimase sbigottita e mormorò:
“Lasciarmi andare?… e per andare dove? Non ho nessun posto in cui andare! Nessun posto in cui sarò mai accettata!”
Sentiva il cuore battere così forte da renderle difficile anche solo pronunciare quelle parole.
“Lo so! ma non puoi massacrare vittime innocenti per rabbia!”
“SONO IO LA VITTIMA INNOCENTE! LUI È UN MOSTRO E TUTTI COLORO CHE LO SEGUONO SONO COMPLICI! SE IO MERITO DI MORIRE COSA MERITANO LORO?!” urlò indicando il direttore.
Ma aveva finito di discutere. Afferrò la punta della lancia e la ridusse in cenere. La guardia la abbandonò ed estrasse la spada.
“Hai ragione! Hai tutte le ragioni del mondo per avercela con questo essere immondo, non credo che ci sia persona più vicina all’inferno di lui, ma sei davvero sicura di volerlo seguire? Di volerti rovinare per lui?”
Ametista si fermò. Prima si chiese perché lui ci teneva così tanto a farle cambiare idea, non trovando risposta. Poi cominciò ad ascoltarsi: sentì il suo respiro pesante e frenetico per la prima volta. Mai si era sentita così su di giri e si sforzò di respirare.
“Quello che ti è successo è tremendo, ma tutti coloro che vivono qui non c’entrano nulla, hanno la sola colpa di essere una massa di creduloni ma non meritano di morire tanto quanto non lo meriti tu.”
Sentiva il respiro bruciare e singhiozzò:
“Voglio solo essere lasciata in pace, se… se verrà fatto, non attaccherò più nessuno.”
La guardia annuì. Ametista si strofinò gli occhi, cercò di respirare e si avviò veloce verso l’uscita dell’orfanotrofio sapendo che nessuno avrebbe tentato di fermarla. Non più.
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Un testo molto significativo, dal quale traspare la tua volontà di sottolineare l’importanza dell’argomento, che hai affrontato in maniera creativa e coinvolgente.
Concordo con @cristiana Cristiana in merito al suggerimento sulla revisione, ma è qualcosa che potrai facilmente risolvere rileggendolo più attentamente.
Mi pare di cogliere nel tuo racconto una lunga metafora e sono d’accordo con Sara sul fatto che sia un inno alla libertà. Il desiderio di gridare agli altri il proprio valore e di trovare un proprio giusto spazio all’interno del quale riuscire a collocarsi e riconoscersi. Vorrei però consigliarti una revisione del testo ai fini della concordanza verbale e dell’uso del corsivo e maiuscolo. L’intenzione chiaramente appare essere quella di voler enfatizzare un’azione o pensiero ed è certamente giusto. Forse andrebbero sistemati a riguardo alcuni punti. Chiaro però, che questa è solamente la mia opinione.
non tanto per enfatizzare, ho usato il corsivo per dividere i suoi pensieri e ricordi del passato dagli eventi presenti ma forse non era necessario, se non lo avessi fatto si sarebbe capito comunque.
rispetto alla concordanza verbale: sì, ho fatto un po’ di confusione per l’uso dei flashback così alternati, cosa che non faccio spesso.
Un vero inno alla libertà di essere se stesse per svincolarsi dai pregiudizi.