Falce

Serie: I marchi sulla pelle


Resia non aveva mai sopportato la morte. Nonostante negli anni le avessero insegnato a levare la vita a una persona senza che nemmeno se ne rendesse conto, odiava vedere gli occhi vuoti sui volti dei cadaveri. Non aveva mai fatto del male a nessuno nella sua vita, salvo per difendere sé stessa o Mya e comunque non aveva mai ucciso. Quello che era successo con l’esercito di Lothar Gray, invece, era tutta un’altra storia. Aveva perso la testa nel vedere tutti quegli uomini minacciare qualcosa di tanto indifeso come un villaggio libero. In più, quegli uomini era lì per causa sua e questo non poteva permetterlo. Nonostante tutto, non riusciva a levarsi dal naso l’odore di corpi bruciati, dagli occhi l’immagine della neve deturpata da pelle morta e nera di pece, dalle orecchie quelle urla strazianti. Sapeva essere la causa dei propri tormenti e sapeva non poterne essere la salvatrice. Chiuse gli occhi e lasciò che quel gelido sole tentasse di bruciarle le cornee fino a consumarle l’anima. Si chiese come avrebbe preso la notizia Lothar Gray, come avrebbe reagito e quale sarebbe stata la prossima mossa. Si chiese se quelle voci fossero arrivate anche a Mya o se Lord Bloom l’avrebbe protetta da tutto quel fango travestito da giustizia. Si chiese se il Generale Denver provasse ribrezzo per la sua persona o se riuscisse a vederla ancora come quella figlia con sangue diverso, ma con sogni simili.

Sospirò.

Erano giorni che sentiva quel bisogno di tornare indietro per un solo istante, di accertarsi che l’inferno avesse seguito solo lei, ma più i giorni scorrevano e più si rendeva conto di quanto fosse pericoloso farlo e al tempo stesso quanto lo fosse restare lì. Si sentiva spezzata, si sentiva inutile, si sentiva un problema insormontabile. La quiete vissuta solo qualche istante prima, la possibilità di vivere una vita quasi normale, sembrava essere un ricordo d’infanzia dai margini sbiaditi. D’improvviso, come un una folata di vento più forte delle altre, il suo pensiero volò a Mya e una fitta al petto si allargò come una macchia d’inchiostro. Quante volte la sua Lakas si era dovuta sentire così? Quante volte quella sensazione di impotenza l’aveva schiacciata a terra come un macigno? Quante volte la solitudine l’aveva lasciata sola contro un mondo troppo oscuro per la sua flebile luce? Passò una mano tra i capelli, innervosita e frustrata dai suoi stessi pensieri.

Un passo alla volta.

Aveva bisogno di compiere un sol passo alla volta o i suoi piedi sarebbero inciampati negli eventi travolgendo altre persone.

Tornò a fissare il sole trovando inverosimile che dopo una tale strage ci fosse una giornata così bella, come se qualche forza superiore volesse dirle che fosse tutto apposto. Che non avesse ucciso a sangue freddo tutte quelle persone. Scosse il capo, aveva bisogno di trovare il filo per uscire dai propri pensieri o questi l’avrebbero impiccata.

Lasciò la sporgenza dove aveva costruito la capannina e tornò verso il villaggio. Erano giorni che si respirava un’aria così pesante, così piena di fumo tanto carico da soffocare anche chi con quella storia non c’entrava nulla. Nella piccola piazza, Norbert Atrac parlottava fitto con Tai Ortis. Il ragazzo gesticolava animatamente, tentando in ogni modo a sé conosciuto di tenere un tono di voce consono. Accanto a loro, Delad li fissava con le braccia conserte e il viso accartocciato. Gli si avvicinò affondando la faccia nel mantello, quel giorno faceva particolarmente freddo e la neve copriva ogni centimetro.

-Ti stai comportando in modo irragionevole, Tai- l’ammonì l’anziano.

Resia arrivò a sentire solo quelle parole, quando i tre la videro si zittirono di colpo. Norbert le rivolse quel solito sorriso gentile, ma gli altri due non riuscirono a celare le emozioni e lei era diventata così brava a leggere negli occhi della gente.

-Che succede?- chiese loro.

-Niente- rispose sbrigativo il ragazzo.

L’ike guardò gli altri due, in cerca di risposte che sapesse fossero negative.

-Continuano ad arrivare- sintetizzò Delad.

Tai si passò le mani tra i capelli, innervosito dall’essere stato totalmente ignorato dall’altro. Si voltò a guardare Resia e lesse sul suo viso quanto quella notizia la ferisse nel profondo. Non era una persona particolarmente avvezza la dialogo, strascichi del suo addestramento, ma Tai aveva imparato a capirla un pochino. O quanto meno, si vantava di esserci riuscito. Vide i suoi occhi chiari piantarsi su un punto indefinito e avrebbe dato qualsiasi cosa per sapere cosa vedessero.

-Mandiamo un messaggio- rispose secca la ragazza.

-Hai un piano?- domandò Delad.

Resia alzò lo sguardo su di lui, osservò il suo viso ustionato e vide quella forza che contraddistingueva gli Ike. In lui, trovò l’appiglio per continuare a proteggere quel che restava della sua umanità.

-Chiunque si avvicinerà al villaggio, sarà giustiziato.

Tai rabbrividì di fronte alla scintilla che le vide negli occhi, rabbrividì di fronte a tanto gelo.

-Non siamo degli assassini, Rea!- esclamò piazzandosi di fronte a lei e chiamandola con quel soprannome che usava solo lui.

-Non fare il bambino buonista, Ortis. Siamo in guerra, qualcosa che non hai idea nemmeno di come si scriva- lo canzonò Delad.

Tai strinse con forza la mascella, alternando lo sguardo tra i due Ike. Non poteva accettare l’idea che Resia si riducesse a uccidere a sangue freddo senza una reale motivazione. Di certo non negava la gravità della situazione, ma era più che certo che quella non fosse la strada giusta da seguire.

-La metteremo ai voti, stasera ne parleremo con il resto del villaggio. Adesso andate o la gente cederà al panico.

Norbert mise fine a quella discussione con il suo solito fare diplomatico. Se gli abitanti avessero iniziato a temere di non essere più al sicuro, la loro società sarebbe crollata come un castello di sabbia sotto i colpi di una tempesta. Gli altri annuirono, incamminandosi ognuno verso la propria direzione. Resia si avviò verso la foresta, aveva bisogno di cambiare aria e mettere in fila i pensieri. Si stava lentamente trasformando in un essere che non gradiva, ma che avesse bisogno di esistere ai fine di quella situazione così delicata. Dopotutto, lo faceva anche per Mya. Si era sacrificata per lei, per la sua vita e non avrebbe gettato tutto alle ortiche senza combattere. Avrebbe difeso ogni singolo respiro la Lakas le aveva concesso.

-Rea!

Tai la rincorse, desideroso di riuscire ad avere un confronto con lei senza interferenze di terzi. Lo sentì, ma non si fermò, non ne aveva alcuna voglia.

-Rea!- insistette il ragazzo arrivando ad afferrarla per un braccio.

-Che vuoi, Tai?- chiese stanca.

-Ti rendi conto di cosa state facendo? Vi state mettendo al pari della loro meschinità!

Resia tirò via il braccia dalle sue dita in malo modo. Iniziava a mal tollerare il suo continuare a starle così addosso, le toglieva l’aria più del cappio creato dai pensieri. Ma Tai non poteva cogliere cosa ci fosse davvero in ballo.

-Non puoi capire.

-Allora spiegamelo! Dimmi che cosa c’è di tanto prezioso da essere più importante di te stessa!- sbraitò il ragazzo.

-Smettila- ringhiò Resia a tono basso.

Ma Tai non era bravo come credeva, non era in grado di saper comprendere con un singolo sguardo tutto ciò che fluisse nella mente dell’altra. Di certo, non ne avrebbe tollerato il peso.

-No che non la smetto! Devi dimenticarti di quello che c’era!

Con un movimento fulmineo, Resia gli spinse la spalla con la mano sinistra, la destra aveva già il pugnale in mano e la gamba funse da leva per farlo cadere al suolo. In un attimo, il ragazzo si trovò steso nella neve con una lama puntata alla gola e l’altra su di sé. Nei suoi occhi verdi, Tai lesse una scintilla che non le aveva mai illuminato lo sguardo.

-Non dimenticherò mai. Te lo dico per l’ultima volta, Tai Ortis, non ti azzardare più a mettere bocca nel mio passato.

Ciò detto, si alzò veloce come l’aveva messo al tappeto e si allontanò da lui.

-Questa cosa ti sta distruggendo, Resia. Finirà con l’ammazzarti.

L’Ike si ritrovò a pensare che ci aveva già provato, ma aveva miseramente fallito. Non gli rispose, lasciandolo solo nella neve e portando con sé quel demone che le cresceva dentro come un fiore nel deserto; forte, caparbio, fuori luogo. E di colpo, comprese che non avrebbe mai smesso di essere un’Ike. Comprese che non avrebbe mai smesso di combattere per Mya, per il suo lascito, per quello che le avesse donato, per la sua stessa vita. Avrebbe dato qualsiasi cosa per lei e non per dovere dettato dal Legame, ma perché glielo doveva e lo meritava. Non era una stupida, sapeva fossero ricadute sull’altra tutte le ripercussioni delle loro azioni e questo valeva più di ogni singola altra cosa. Se l’indomani Mya Bloom le avesse fatto sapere in qualsiasi modo di aver bisogno di lei, sarebbe corsa in capo al mondo senza starci poi troppo a pensare.

Se ripagarla di ciò che le avesse donato significava diventare un’assassina, ebbene non avrebbe più avuto paura della morte. Sarebbe diventata essa stessa falce.

Serie: I marchi sulla pelle


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Discussioni

  1. Ciao Simona. La prospettiva torna a Resia e comprendiamo cosa si aggira nel suo cuore. Per alcuni una vita “normale” è impossibile da abbracciare e credo che questo sia il suo caso: il destino cui è legata dalla nascita non può che seguirla. Per quelli come lei, non c’è pace.

  2. “Se ripagarla di ciò che le avesse donato significava diventare un’assassina, ebbene non avrebbe più avuto paura della morte. Sarebbe diventata essa stessa falce.”
    Una nuova genesi alle porte?

  3. “Quante volte la sua Lakas si era dovuta sentire così? Quante volte quella sensazione di impotenza l’aveva schiacciata a terra come un macigno? “
    Questo passaggio mi è piaciuto

  4. E finalmente torniamo da Resia, con un bel capitolo di introspezione.. Il tuo forte, ed anche qua non ti smentisci. La frustrazione di Resia nell’essere tagliata fuori dal destino di Mya, la consapevolezza di non potersi staccare dal suo passato e quella ancor più forte di essere sempre legata alla sua Lakas sono i tre punti chiave che hai reso benissimo!

  5. “Nonostante tutto, non riusciva a levarsi dal naso l’odore di corpi bruciati, dagli occhi l’immagine della neve deturpata da pelle morta e nera di pece, dalle orecchie quelle urla strazianti. “
    Mi piace questa sequenza “sensoriale”