
Giochi innocenti
Hanna e Philip, rispettivamente di dieci e dodici anni, erano figli di una famiglia facoltosa, i cui genitori, un noto medico e sua moglie, erano spesso assenti per lavoro. Quel pomeriggio d’autunno, i due fratelli avevano deciso di giocare a nascondino, un gioco che riempiva i momenti di noia nelle giornate in cui la grande villa sembrava vuota e silenziosa. Ma stavolta c’era una posta in palio molto più interessante: chi riusciva a restare nascosto per almeno venti minuti senza essere scoperto avrebbe vinto un premio invidiabile – l’altro avrebbe dovuto fare i compiti di scuola per un’intera settimana.
La sfida accese l’animo competitivo di Philip. Dopo i primi tentativi, durati solo pochi minuti, la sua determinazione crebbe. I tre minuti iniziali si trasformarono in cinque e poi in dieci, ma Philip non era ancora soddisfatto. Il pensiero di una settimana senza dover toccare i libri lo spinse a cercare un nascondiglio ancora più ingegnoso.
Hanna, più giovane e meno competitiva, partecipava al gioco con leggerezza, quasi più per compiacere il fratello che per il gusto della vittoria. Mentre cercava Philip, la mente le vagava verso altre distrazioni. Durante i suoi vagabondaggi per la villa, si fermò nello studio del padre, attratta dalla grande libreria che si ergeva maestosa contro la parete. Tra i volumi rilegati in pelle, notò un libro che trattava di eredità. La sua innata attrazione per la cultura la spinse a sfogliarlo, e ben presto venne rapita dalla scoperta che i figli, per legge, dovevano ricevere una parte dei beni, se non tutti, dei genitori. Il pensiero del futuro la affascinava, ed era così immersa nella lettura che quasi si dimenticò del gioco.
Nel frattempo, Philip aveva trovato un nascondiglio che riteneva perfetto: una vecchia valigia dimenticata nella soffitta. Era abbastanza grande da permettergli di stringersi all’interno, e pensò che nessuno lo avrebbe cercato lì. La soffitta era un luogo che evitava di solito, per una vaga inquietudine, ma quel giorno il desiderio di vincere superò ogni paura.
Philip si accovacciò nella valigia e, con un po’ di sforzo, riuscì a chiudere quasi del tutto la cerniera dall’interno. Fu allora che si accorse che un lembo del suo vestito si era impigliato. Non diede troppo peso alla cosa, pensando che una volta finito il gioco avrebbe risolto il problema. Chiuse gli occhi, soddisfatto del suo nascondiglio e del silenzio che lo circondava. Tuttavia, man mano che il tempo passava, iniziò a sentire l’aria farsi pesante e la valigia sembrava stringerlo sempre più.
I minuti trascorsero e Hanna, immersa nel libro, si accorse improvvisamente che erano passati più di trenta minuti dall’inizio del gioco. Sapeva che, secondo le regole stabilite, avrebbe dovuto fare i compiti di Philip per una settimana. Ridacchiò tra sé e sé e si alzò per andare a cercare il fratello, sapendo che ormai aveva vinto e che poteva uscire.
Non sentendo alcuna risposta, continuò a cercare per la casa. Cominciò a chiamarlo più insistentemente, ma nessuna voce rispose alle sue grida. Dopo quaranta minuti iniziò a preoccuparsi seriamente. Perché Philip non rispondeva? Si mise a cercare in ogni stanza, controllando dietro i divani, sotto i letti e persino nei ripostigli, ma del fratello non c’era traccia.
Le rimaneva solo la soffitta, un luogo che di solito Philip evitava per paura, ma quel giorno, spinta dall’urgenza, decise di salire. Tirò giù la scala a scomparsa e si trovò davanti un ambiente polveroso, pieno di vecchi ricordi e oggetti dimenticati. Improvvisamente, un debole sibilo catturò la sua attenzione. Proveniva da una vecchia valigia chiusa, posta in un angolo.
Avvicinandosi, Hanna riconobbe subito il vestito del fratello, incastrato nella cerniera. Il sibilo era il debole respiro di Philip, che cercava disperatamente di chiamare aiuto con quel poco di forza che gli rimaneva. Terrorizzata, cercò di liberare il fratello, ma la cerniera era completamente bloccata. Il panico la colse, e per un attimo pensò al libro che aveva letto poco prima: l’eredità, i beni, il futuro. Corse via, chiudendo la botola della soffitta dietro di sé.
Una volta giù, prese il telefono e chiamò la madre, denunciando la scomparsa del fratello. La famiglia allertò subito le autorità e iniziarono le ricerche. Passarono le ore con poliziotti e investigatori che perlustravano ogni angolo della grande villa e i suoi dintorni, ma di Philip nessuna traccia.
Fu solo dopo molte ore che un investigatore, saputo del gioco a nascondino, decise di concentrarsi di nuovo all’interno della casa. Finalmente arrivò alla soffitta e trovò la valigia. Dentro, c’era Philip, ormai senza vita. Il vestito ancora bloccato nella cerniera, il corpo del bambino si era accartocciato su sé stesso, intrappolato senza scampo.
Hanna, vedendo il corpo del fratello, cadde in una disperazione che le toccò l’anima. Gridò che era colpa sua, che se non avesse proposto quel maledetto gioco, Philip sarebbe ancora vivo. Il lutto sconvolse la famiglia, e la vicenda divenne un tragico caso di cronaca. La morte di Philip fu archiviata come una sciagura senza colpe dirette.
Passarono vent’anni. Hanna aveva ereditato tutto ciò che i genitori avevano accumulato. La madre, che per anni era rimasta soggiogata dal marito e dal dolore, era morta in un tragico incidente d’auto. Il padre, distrutto dalla perdita del figlio e della moglie, si era ritirato dalla vita pubblica e morì poco dopo.
Con la morte della madre, Hanna ottenne la piena eredità, ma c’era un mistero che rimaneva irrisolto. Un investigatore privato, indagando sul passato della famiglia, scoprì che i freni dell’auto della madre erano stati manomessi. Le indagini però non portarono a nulla di conclusivo, e, poco dopo, quell’investigatore si avvicinò sempre più a Hanna, finendo per innamorarsi di lei.
L’uomo che un tempo cercava la verità divenne il marito della donna che aveva vissuto l’ombra di una tragedia per tutta la vita. Forse cercava di capire i segreti che la circondavano, o forse aveva trovato in lei qualcosa di irresistibile. Ma una cosa era certa: il passato di Hanna, come quello di Philip, era stato sepolto, proprio come il piccolo corpo nella valigia.
Avete messo Mi Piace1 apprezzamentoPubblicato in Fantasy
Una storia assolutamente avvincente con un finale inaspettato.
Davvero molto bello.
Troppo buono
Un racconto che comincia con un semplice gioco e termina in qualcosa che non ti aspetteresti. Una mutazione d’animo dettata da arrivismo. La bambina sognante nello studio del padre sembrava portare ad altro. Veramente originale e inaspettato il colpo di scena.
Cristiana mi dai sempre il carburante giusto per ricaricare la mia parte creativa 🙂