I draghieri del re

Serie: Il figlio delle fate


Uno dei nani gli fece infatti notare che non si trattava di oro, bensì di rame, e che gli sarebbe convenuto continuare a scavare da un’altra parte per raggiungere il suo obiettivo. Nel frattempo gli altri nani approfittarono della buca già scavata per piantarci dentro un pilastro.

«E così avete trovato il percorso bloccato da una frana» disse il corvo mentre aggiravano le mura apparentemente infinite di Telonia.

«Già» aggiunse Martino «che ci vuoi fare? Noi siamo sempre così sfortunati. Non è vero Arturo?»

Arturo non rispose, troppo occupato com’era a tastare i lucidi mattoni azzurri che componevano le mura alla loro sinistra, nella speranza di capire di quale materiale fossero fatti.

«Non è vero, Arturo?» ripeté Martino dando una gomitata a suo fratello.

«Ah, sì, certo» fu la risposta incerta del ragazzino.

«Strano,» proseguì il corvo «i nani sono famosi per le loro strutture resistenti, in grado di sostenere anche la roccia più fragile. Non è un caso che costruiscano intere città sotto terra».

«Cosa vuoi che ti dica?» disse Martino chinando la testa e smettendo di guardare il corvo negli occhi.

Una volta lasciate le mura di Telonia alle spalle, i tre viaggiatori si ritrovarono di fronte a una sterminata distesa pianeggiante che si perdeva a vista d’occhio e che non invogliava a proseguire il cammino. Decisero così di sedersi sul suolo ghiaioso e riposarsi prima di continuare il viaggio. L’aria fresca sarebbe stata piacevole se non fosse stato per le folate di vento che sollevavano granelli di sabbia e li spingevano negli occhi e nelle narici.

Dopo circa un’ora, una corrente più calda arrivò alle loro spalle, seguita da un’ombra imponente che si spostava verso l’orizzonte.

Il corvo si mise in allarme e annunciò: «È il grande Morgo! È il grande Morgo! Scappiamo, mettiamoci in salvo!»

Martino vide Arturo correre dietro al corvo e rifugiarsi dietro a una duna rocciosa. Guardò il cielo per cercare di capire cosa avesse potuto generare quell’ombra.

«Non credo sia il grande Morgo» disse «il cielo è sereno, senza una nuvola in vista».

Guardando meglio, notò poi un puntino rosso all’orizzonte che diventava sempre più grande. Quando l’oggetto che avanzava iniziò a prendere sempre di più le sembianze di una testa dalla folta criniera fiammeggiante e dai denti perlacei e aguzzi, si decise anche lui a correre per raggiungere i suoi compagni.

La creatura volò sopra di loro, mostrando le sue possenti zampe artigliate, l’addome ricoperto di scaglie color crema e le poderose ali traslucide che generavano raffiche di vento a ogni battito.

La creatura volò vorticosamente, sempre più in alto, fino a diventare una macchiolina scura nell’abbagliante disco solare. Ma, improvvisamente, le sue ali non sostennero più la fatica della salita e l’animale precipitò rovinosamente al suolo, tracciando un profondo solco. Il conducente, un draghiere del re, fu sbalzato via dalla creatura. La sua armatura bianca e leggera aveva subito delle lacerazioni nell’impatto.

Nel frattempo, altri draghi con i loro draghieri arrivarono vicino al luogo dell’incidente. Il draghiere disarcionato si lamentò: «Dovrò chiedere a Magistro Dedalo di riparare il mio usbergo».

Martino, udendo quel nome, si infervorò e decise che doveva saperne di più. Si allontanò dal suo nascondiglio e si diresse verso la comitiva, alla quale chiese: «Dedalo? Intendete il grande costruttore alchimista Dedalo?»

Il draghiere disarcionato si guardò attorno per capire da dove provenisse quella voce. Fu solo abbassando la testa che si accorse di Martino.

«E tu chi sei?»

«Sono anch’io un inventore» rispose Martino «o almeno ci provo. E mi interesserebbe saperne di più su Dedalo».

Gli altri draghieri scoppiarono in una fragorosa risata. Nel frattempo anche Arturo e il corvo uscirono allo scoperto.

«Perché ridete?» disse Martino indispettito «Cosa ho detto di male?»

«Nulla, piccoletto» rispose il primo draghiere con un sorriso intenerito «è solo che mi sembri un po’ troppo giovane per essere un inventore e un adoratore di Dedalo. Comunque sì, lo conosciamo bene, il grande inventore che sembri ammirare così tanto».

Martino si avvicinò al suo interlocutore per osservare meglio la candida armatura.

«Di quale materiale è fatta?» chiese.

Il draghiere rispose: «È fatta di una sostanza nuova, appena inventata da Dedalo. Non ne ricordo il nome, so solo che sarebbe dovuta essere più resistente dell’acciaio, ma credo che il nostro inventore debba ancora lavorarci un po’ su».

Martino passò poi a esaminare i draghi. Era la prima volta che ne vedeva alcuni esemplari nella realtà.

Il loro fiato caldo deviava i raggi luminosi del sole dando l’impressione che essi fossero adagiati su un tappeto distorto e con i bordi sfumati. Le loro pupille oblunghe immerse in iridi screziate di verde e giallo sembravano attraversare il piccolo osservatore e considerarlo troppo insulso persino per diventare un pasto.

«Perché volate così in alto con i vostri draghi?» domandò Martino.

Il draghiere spiegò: «Stiamo cercando nuovi mondi inesplorati e terre sconosciute».

Martino rimase meravigliato. Mentre gli risuonava nella mente la canzone del draghiere Tommaso, molto popolare ad Asprapetra, pensò che se non avesse avuto timore di quei bestioni squamosi, avrebbe abbandonato l’idea di diventare un inventore per inseguire piuttosto il sogno di diventare esploratore.

«So che ci sono altre terre oltre Caturanga» disse Martino «ma siete mai riusciti a trovare nuovi mondi?»

Il draghiere spiegò che gli alchimisti del regno avevano visto altri mondi durante le loro divinazioni e avevano tracciato rotte per raggiungerli, ma i draghi del re non erano ancora in grado di arrivarci.

«Ma quando ci arriveremo» intervenne con aria fiera un’amazzone in groppa al suo drago dalle scaglie verde smeraldo «pianteremo sul suo suolo il vessillo del nostro regno e fonderemo nuove città in nome di sua maestà re Goffredo Secondo».

«Non ci arriverete mai solo con i draghi» esclamò Arturo, che era rimasto assorto fino a quel momento.

Tutti lo guardarono attoniti.

«Arturo» sibilò Martino «ma ti sembra il momento di intervenire con questa battuta così inopportuna?»

«E perché? A me sembra un’osservazione lecita» rispose tranquillo Arturo «la mamma diceva sempre che per raggiungere nuovi mondi bisognerebbe viaggiare per tantissimi anni e che a un esploratore non basterebbe un drago».

«E perché?» chiese Martino.

Arturo fece fatica a proseguire la conversazione, così interruppe bruscamente il discorso dicendo che, quando avrebbero incontrato di nuovi la mamma, Martino avrebbe potuto chiedere direttamente a lei.

«Il ragazzo ha ragione» intervenne l’esploratrice che sedeva sul drago verde «noi facciamo dei tentativi, ma si tratta di viaggi molto lunghi, non basterebbe una sola generazione di esploratori per arrivarci. È per questo che i nostri migliori inventori e alchimisti stanno progettando delle grandi navi volanti in grado di trasportare intere famiglie. A meno che qualcuno non inventi un elisir in grado di allungare la nostra vita».

Martino chiese: «E cosa farete una volta che avrete raggiunto questi nuovi mondi?»

«Li colonizzeremo.»

«Cosa significa?»

«Vi costruiremo nuove città, come ho già accennato, e vi porteremo tutti gli abitanti di Caturanga.»

Martino era confuso: «Ma perché tutti gli abitanti di Caturanga dovrebbero trasferirsi su un nuovo mondo?»

La draghiera si preparava a rispondere, ma un suo compagno la interruppe dicendo che era tardi e che dovevano tornare alla loro base. Dopodiché, tutti i draghieri si sistemarono in sella alle loro cavalcature e dettero ordine di partire.

Martino e Arturo si protessero con i loro mantelli man mano che i draghi, nel loro decollo, sollevavano nuvole di polvere.

Mentre l’esercito si allontanava, Arturo intonò la stessa melodia che era venuta in mente a suo fratello poco prima, anche se cantata in una lingua sconosciuta. Martino provò a spiegare al corvo il significato di quella canzone: il draghiere Tommaso, impegnato in un viaggio verso nuovi mondi e acclamato dal suo esercito per questa grande impresa, a un certo punto si era reso conto di essersi smarrito e di non riuscire più a tornare indietro. Pur preoccupato di non rivedere più sua moglie e i suoi figli, alla fine della canzone il draghiere si rassegnava al suo destino di ramingo solitario e senza meta.

Martino scostò un po’ di sabbia che gli era volata sul viso, poi aggiunse: «Ancora non capisco perché gli abitanti di Caturanga debbano essere portati su un nuovo mondo».

«Perché» intervenne il corvo «il nostro regno, anzi, il nostro mondo, come ha avuto un inizio, così avrà anche una fine. Noi possiamo solo cercare di sopravvivere quel tanto che ci è concesso di fare».

Martino e Arturo impallidirono e deglutirono nervosamente.

«Vuol dire» osservò Arturo «che tutto ciò che ci circonda a un certo punto non esisterà più?»

«Sì, ma succederà fra tantissimi anni. Quindi non vi angustiate, perché noi nel frattempo non ci saremo già più.»

Arturo ci pensò un po’ e poi disse: «No, ti sbagli corvo. Il papà dice sempre che le nostre anime, a un certo punto, andranno nell’Iperuranio, dove vivranno per sempre, quindi continueremo a esistere».

«Sì, certo» rispose un po’ titubante il corvo «allora non devi preoccuparti, perché a quel punto non ti importerà più niente di questo mondo».

Mentre Arturo sembrava confortato da quella risposta, Martino provava ancora un po’ di sgomento.

«Sì, ma se il nostro mondo è destinato a scomparire, allora lo saranno anche gli altri. E, comunque, io non voglio che il nostro mondo scompaia.»

«Che vuoi farci» commentò il corvo «mica possiamo controllare sempre tutto».

Martino continuò a camminare mogio, ma dopo qualche passo si fermò, risollevò la testa e poggiò le mani sui fianchi.

«Invece sì. Quando sarò un grande inventore, scoprirò il modo per salvare questo nostro mondo. Allora non ci sarà più bisogno di cercare nuovi posti in cui vivere, capito?»

Gli occhi del corvo passarono istantaneamente da Martino ad Arturo.

«Com’era quella storia dell’Iperuranio?»

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Avete messo Mi Piace2 apprezzamentiPubblicato in Fantasy

Discussioni

  1. Mi è piaciuta un sacco questa incursione del mondo in cui viviamo noi e della pulsione umana ad esplorare, che sembra evidentemente non essere solo una nostra prerogativa…