II. La Grande Città 

Serie: La Morte di Furio


NELLA PUNTATA PRECEDENTE: Cosa c'è dall'altra parte?

Balenò all’improvviso tutta la Città negli occhi suoi, sfolgorante di fuochi e lumi – come quando era bambino, e l’aveva vista per la prima volta.

Nelle sue vie strette, dove si parlava la lingua del mercato e degli affari, al lume di fuochi intrappolati in gabbie d’oro, tra le piazze dai nomi metallici e sonanti, dove il tempo era finito al tramonto, e scendeva una sera perenne per quelli che si avventuravano alla ricerca del segreto nascosto nelle edicole dei Santi, fra i dipinti e le sculture nelle Chiese, e di quant’incroci esistono per le vie della Grande Città. 

Il suo palazzo gli avev’aperto la porta ai bassifondi – dove lui era certo che sarebbe finito: fra quelli che si azzuffano fuori dai locali intorno al fuoco, che vanno cercando la stessa cosa e non la trovano mai; tra gl’impetuosi, gli impavidi, i cuori infranti.

Allora per un certo tempo andò vagando, come stordito dal profumo di carne cucinata a fuoco vivo e birra, mentre leggeva negli occhi della folla stracciona e spaccona un dolore anonimo -malinconico- che gli strizzava il cuore fino all’agonia.

Un rintocco di campana gli chiese di seguirlo.

<<Ti sei perso?>> gli chiese una voce.

Vibrava in maniera soprannaturale da quel che un tempo era certo stato un uomo, ora ridotto in scheletro, avvolto in stracci eccentrici fra mantelli ed armatura.

<<Oh, non fare caso a questo>> disse, alludendo alle ossa.

<<Sono maledetto. È una lunga storia. 

Sto cercando il mio cuore: qualcuno me lo ha sottratto tanto tempo fa…>> gli disse, stringendo fra i denti una sigaretta accesa.

<<Chi? E perché l’ha fatto?>> domandò lui.

<<Non lo so. Non riesco a ricordarmelo. Penso faccia parte della maledizione>> disse lo scheletro battendo i denti.

<<Chi sei?>>

<<Il nome è Rotthardt. Vengo dalle Terre Desolate, da un reame che ora non esiste più e del quale fui monarca>> spiegò. La sigaretta stava finendo.

<<E tu? -gli chiese- Qual è la tua maledizione?>>.

<<Non sono maledetto>> gli disse, tradito dalla voce tremula.

L’altro rise battendo a ritmo la dentiera, digrignando le zanne, di qual cosa poi tornò a dire:<<No? E per quale altro motivo pensi di essere qui, allora?>>

Una campana aveva ripreso a suonare da qualche parte, in lontananza.

<<Vedi quello?>> indicava con le falangi un edificio; lui lo vide, ma non gli riusciva d’indovinare se fosse vero o inganno di sensi e rifrazioni di distanze: sovrastava i tetti di ogni casa, svettando fra un mare di antenne, su architetture gotiche di un gusto anacronistico, che illuminava con il grande Fuoco acceso proprio sotto la campana.

Era bellissimo.

<<Quello è il Campanile>> gli disse ancora il teschio. <<È al centro della Grande Città. È lì che ti conviene andare>> aveva spento la sigaretta, e stava andando via.

<<Ci rivedremo ancora, forse. Addio>>.

Ma se il Campanile era al centro per davvero, aveva ben capito che non v’era modo di arrivarci, perché la geografia impossibile di quel posto ne attorcigliava le strade oltre la logica.

E quando gli sembrava d’aver imboccato quella giusta, si svegliò di soprassalto davanti un’altra candela, in un’altra stanza.

Il numero sulla sua spada era cresciuto di uno.

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