Il campione di Arcadia

Serie: Assalto al condominio!


Note al testo: Le frasi in latino presenti nel racconto sono state tradotte dall’italiano con Google Translate. Non conoscendo la lingua, non posso garantirne l’accuratezza grammaticale.

Un corridoio buio si parava di fronte ai fuggiaschi. In fondo ad esso, pensava Aristide, dovevano esserci le cantine: erano quasi salvi. Però le mura avrebbero dovuto diventare di cemento, al punto in cui erano giunti, invece continuavano a scorrere in mezzo alla nuda pietra.

«Quando usciamo di qui, dovete subito contattare qualcuno che conoscete.» disse rivolto alla compagna di fuga, il dito puntato verso l’alto, a indicare la superficie.

La donna colse l’indicazione del suo salvatore, pur non comprendendo le sue parole.

«Mox vir meus cum suo exercitu veniet: non effugiet comes Demonia! (Mio marito verrà presto con il suo esercito: il conte di Demonia non avrà scampo!)» sentenziò.

«Sì, Demonia. Lasciamo perdere.» disse Aristide, sconsolato.

Dovettero procedere per molti metri stretti fra le pareti di roccia, prima di intravedere in fondo al tunnel una luce azzurrina.

«Le cantine!» esultò Aristide.

«Cellaria! (Cantina!)» fece eco la prigioniera.

Ma non intendevano lo stesso luogo.

Arrivati al termine del passaggio, svoltarono l’angolo. Aristide frenò bruscamente.

«Che cazzo di posto è questo?» esclamò, sbalordito.

«Silentium! (Silenzio!)» lo ammonì la fuggiasca.

Aristide sostava ai piedi di una scala di legno che conduceva a un ambiente ampio: una specie di refettorio, per quanto potesse vedere da lì. lo stanzino in cui erano sbucati, invece, aveva tutta l’aria di essere una dispensa. Non c’era una copertura, a separare i due ambienti, e si vedevano le arcate di legno della stanza di sopra e parte delle sue mura di pietra. La dispensa era fornita di scansie che alloggiavano una quantità di cibi e bevande. Un tavolaccio di legno ospitava un grosso mestolo di legno e alcune verze. La prigioniera superò Aristide e s’incamminò su per le scale.

«Cave, hic sunt hostes! (Attento, qui ci sono i nemici!)» sussurrò la donna, mentre saliva.

Aristide afferrò il mestolaccio e la seguì.

Il salone era ampio e spoglio. Le pareti erano adornate da vessilli lunghi e stretti, molto colorati, mentre sul pavimento erano disposte solo alcune sedie e un grande tavolo, messi in disparte. Il centro dello stanzone, invece, era vuoto. Incastonato nel muro di fondo c’era un enorme camino e di fronte alla scala tre vetrate dipinte con motivi floreali.

Aristide non sapeva più cosa pensare, per cui lasciò da parte ogni valutazione riguardo a ciò che stava accadendo per concentrarsi sulla via di fuga. In tutta l’immensità di quello stanzone, solo una porticina tagliata nell’angolo opposto rispetto a quello dove erano sbucati sembrava consentire l’accesso a un altro ambiente. Fra i due e il prossimo passo verso la libertà, però, c’era un ostacolo notevole. Aristide sgranò gli occhi terrorizzato quando riconobbe il cavaliere che si camminava verso di lui, enorme nella sua armatura di metallo.

«AAAH!» gridò, in preda al panico. «Si muove!» disse puntando il dito contro l’energumeno.

«Cave, salvator meus! Ipse est Thermidorus, fortissimus bellatur comitis! (Stai attento, mio salvatore! Quello è Termidoro, il guerriero più forte del conte!)» dichiarò la ragazza.

Aristide non poteva credere ai suoi occhi.

«Questo ci ammazza!» esclamò terrorizzato, rivolto alla prigioniera.

L’espressione di lei, che chiedeva aiuto, gli diede però la forza di reagire allo spavento.

«Stai indietro!» urlò al cavaliere nell’armatura, ormai a pochi passi da loro.

Frappose il corpo fra il nemico e la ragazza, e il grosso mestolo, che brandiva con entrambe le mani, fra lui e la mazza che il cavaliere aveva levato sopra il capo.

Il nemico calò l’arma su Aristide, e per fortuna il mestolaccio resse il colpo. La botta mandò il ragazzo a terra ai piedi dell’avversario, illeso ma frastornato. Nella concitazione, Aristide riuscì a individuare l’unico vantaggio che aveva sul nemico: era molto più agile di lui. Senza pensare diede un calcio alla corazza lucida, sbilanciando il nemico e mandandolo a terra fragorosamente.

Aristide allungò il braccio verso la principessa e la spronò a seguirlo.

«Venite, ci metterà un po’ a rialzarsi!» disse.

I due fuggiaschi raggiunsero la porticina di legno e l’oltrepassarono, sbucando all’esterno.

«Tu es fortis bellator! (Siete un prode guerriero!)» dichiarò la donna.

Si trovavano al margine di un enorme spiazzo, adesso: un cortile sospeso che da una parte, la loro, s’affacciava su un panorama verdeggiante e dall’altra era chiuso dal colonnato di un palazzo di stile medievale.

«Qui stiamo proprio scherzando!» esclamò Aristide, incantato. «Tu sei una principessa?» azzardò poi, rivolto alla prigioniera.

«Ita est! Ego sum princeps regni arcadia! (Sì! Sono la principessa del regno di Arcadia!)» affermò lei.

Aristide focalizzò meglio ciò che gli stava davanti: una schiera di individui calcavano il cortile, nei pressi del colonnato. Fra di essi, spiccava quello che doveva essere il padrone del castello. Egli si avvicinò, scortato dalle sue guardie, e rivolse alcune parole alla principessa di Arcadia.

«Princeps Artemisia, in lumine solis te etiam pulchriora! (Principessa Artemisia, alla luce del sole siete ancora più bella!)» disse beffardo. «Qui est ille iuve apud te moratur? (Chi è quel giovane che sta con voi?)» chiese.

«Hic est vindex regni Arcadiae. (Questo è il campione del regno di Arcadia.)» rispose la principessa, «Non timet aemolus! (Non teme rivali!)»

«Qui si mette male.» commentò Aristide, anche se non capiva nulla del discorso.

«Videbimus! (Questo lo vedremo!)» rispose il conte alla principessa.

A un suo cenno della mano, un drago enorme emerse volando dal dirupo e si posizionò a fianco del nemico.

«Malissimo!» si corresse Aristide.

Aristide guardò la sua principessa e si sentì perduto.

Io non sono un cavaliere, avrebbe voluto dirle, ma un venditore di scarpe!

Tuttavia cosa poteva fare, in quella situazione, se non vestire fino in fondo il ruolo che gli era stato affidato? La principessa lo guardava con occhi pieni di speranza, dimostrando di credere in lui. Aristide si diresse allora verso il centro del cortile, a tu per tu con la bestia.

Il drago era alto almeno cinque metri e aveva delle zanne enormi. Fra di esse scivolava una lingua biforcuta, che nel suo percorso emetteva suoni rivoltanti. Ai lati del muso aveva grosse scaglie appuntite che ricordavano due orecchie, mentre dal centro del cranio, sopra gli occhi, partiva una cresca puntuta che da lì correva fino alla punta della coda. Gli occhi erano gialli, serpentini; il corpo verde e squamoso.

«Spero di svegliarmi presto.» dichiarò Aristide, con le gambe che gli tremavano.

«Da ei arma! (Dategli un’arma!)» ordinò il conte.

Serie: Assalto al condominio!


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Discussioni

  1. Il latino me lo ricordo un po’ dai tempi del liceo, ma, tranquillo, che non mi sogno nemmeno di controllare. Secondo me, potresti evitare la traduzione per non incappare in chi ti possa magari correggere. Io lascerei l’originale e poi la curiosità del lettore farà il resto.

  2. Certo che Aristide è proprio sfigato. Quei due si fanno la loro passeggiata nel giardino dell’Eden memori dei tempi felici e amoreggiando come adolescenti, quell’altra, se non capisco male, sta per buttarsi a capofitto in un trittico con gente che di mestiere sa quello che deve fare e questo qua invece si ritrova a combattere contro i draghi. Che serata dimmerda.