
Il Cavaliere della Morte
“Ricordi i miei occhi colmi di stelle?”
Ora riesco a vederli, vi si specchiavano interi universi.
Nel palmo delle tue mani brillavano nastri di seta. Viola, mi dicesti. Un colore che non avevo mai visto. Viola. Come i tuoi occhi, mi dicesti.
“Sono per te.”
Tremavo per il desiderio di sfiorarli, timorosa che si sarebbero fatti cenere non appena allungata la mano. Tanta bellezza mi fece rabbrividire. Nata fra polvere e sale, il mio mondo non aveva colori.
Li intrecciasti nei miei capelli, sorridendomi felice.
Ed io, bimba di dieci primavere, sentii che mai avrei amato altri. Non conoscevo il volto di mia madre, morta nel darmi alla luce. La mia realtà era la casupola che condividevamo, tu il mio unico astro. Quando mi prendesti per mano il mio cuore parve scoppiare di gioia.
“È tempo di andare.”
Non avevo mai espresso quel desiderio a voce alta, nel timore di arrecarti dolore. Le tue parole ebbero il potere di far affiorare un luccichio nei miei occhi: mai, avevo pianto. Il deserto aveva prosciugato le mie lacrime ancor prima che nascessi.
Non mi pesò il cammino, felice di allontanarmi dalle dune in groppa al somaro che a volte ti portava lontano. In quei giorni ti attendevo quieta, sapendo che al tuo ritorno avresti portato provviste e mi avresti stretta in un abbraccio.
Mentre la città prendeva forma dinanzi a noi, scoprii di non riuscire a respirare. Scendemmo dall’asino, e tu mi stringesti per un’ultima volta.
“Il deserto è cosa del passato.”
Annuii, felice, lasciando che mi conducessi lungo la via che portava al Paradiso. Il tuo volto era sereno “e io ti tenevo la mano; non ero mai stata così terrorizzata: le facce, le voci, i colori, le torri e le bandiere, l’argento, l’oro e la musica, e l’unico che conoscevo eri tu. In tutto il mondo, l’unico che conoscevo eri tu, che camminavi al mio fianco.”*
“È il Paradiso, questo?”
Sorridesti, carezzandomi il capo.
Giungemmo in fine alla meta, un palazzo color del cielo. Lì, abbandonasti la mia mano per metterla in quella di un’estranea.
“Avranno cura di te.”
Le mie labbra non emisero un suono: la voce scomparve, il petto mi dolse nel tentativo di urlare. La donna mi portò con sé ed io la seguii come una bambola di pezza, incapace di pensare. I miei occhi indugiarono a lungo su di te, intento a contare metallo: dove prima era stata la mia mano, c’era un borsello di cuoio.
Al chiudersi del portone seppi che tutto era perduto. Avanzai nel buio, tanto denso da stringermi in una morsa. Poi la luce, gli ospiti in attesa del banchetto. Persa nell’ineluttabilità del destino, le loro voci mi sfiorarono appena.
“Desidero i suoi dolci occhi.”
“Desidero il sapore di melagrana delle sue labbra.”
“Desidero i bottoni d’oro che adornano il suo petto.”
“Desidero la pozza cristallina che come un gioiello orna il suo ventre.”
“Desidero la bianca ninfea che mai vedrà nascere vita.”
Spezzata, tradita, senza riuscire a esalare suono, conobbi la verità del tuo Paradiso fino a quando i miei occhi si spensero per sempre.
Padre…
Desidero la tua morte.
***
‹‹Jacob!››
Magda si sentì mancare il fiato. «Dov’è, Jacob?»
Thoma si strinse nelle spalle, pallido: aveva afferrato le gemelle correndo verso casa, dopo aver urlato al fratello di seguirlo.
«Rimanete qui!» l’urlo perentorio di Noran si perse nell’ululare del vento. «Scendete in cantina, non muovete passo fino a quando la bufera non sarà lontana.»
Magda fu lesta a obbedire: doveva pensare al bene degli altri bambini. Le piccole non avevano ancora compiuto tre anni, Thoma nove. Li raccolse attorno a sé come una chioccia, rassicurandoli con le lacrime agli occhi: prima di scendere, scambiò un solo sguardo con il marito. Vi mise tutto l’amore che provava per lui, regalandogli un sorriso: le labbra tremarono, ma fece quanto possibile per apparire forte. Noran comprese, mimando un bacio.
L’uomo corse all’uscio spalancato, lottando contro le folate che lo costringevano ad avanzare lentamente. Si trovò ad impattare contro un vento cocente che pareva avvolgerlo nelle spire degli Inferi. Tutto si era fatto scuro, il sole era scomparso d’improvviso inghiottito da turbini neri. Le nubi gli parvero lingue fumose, ombre che si erano fatte sostanza per soffocare ogni colore. La sorte benevola gli concesse di evitare un ramo che si schiantò contro il porticato. Avanzò, deciso, ignorando il dolore dei tagli provocati dal pietrisco che lo colpiva inclemente: per un attimo, temette che le raffiche rabbiose della tempesta lo sollevassero dal suolo.
Riuscì a raggiungere il ciglio del viottolo che attraversava il piccolo villaggio, riparando gli occhi con le mani alla fronte per osservare il terreno attorno a lui. I paesani avevano trovato rifugio nelle loro case o nei fienili, solo Jacob sostava immobile in mezzo alla via. Un ultimo sforzo e Noran riuscì a raggiungerlo.
Cadde in ginocchio e abbracciò il figlio con tutte le sue forze, frapponendosi tra lui e la morte. Jacob tremò come un cucciolo spaventato, affidandosi a lui senza alcuna esitazione.
Pochi istanti e il vento cessò d’improvviso, lasciando spazio a un silenzio irreale. Jacob fece per scostarsi dal petto, ma Noran se lo tenne contro accarezzandogli la testa.
«Ora siamo al sicuro. Presto raggiungeremo la mamma.»
Il bambino sollevò lo sguardo dalla tunica del padre sbirciando di lato. Da sud, giungeva al passo un destriero nero montato da un cavaliere in armatura.
«China il capo, Jacob» Noran lo fece per primo, mettendosi a fianco del figlio: allungò un braccio per stringergli la mano, protettivo. «Non guardare i suoi occhi.»
Il bimbo annuì. Al passaggio del destriero non riuscì a trattenere un moto di meraviglia. Gli zoccoli della cavalcatura non poggiavano al suolo, ma si libravano di un pollice dal terreno polveroso. Il cavaliere procedette spedito verso la strada maestra, in completo silenzio.
Jacob non resistette e disobbedendo sollevò lo sguardo. L’armatura era scura, non riuscì a darle colore. Sembrava composta da ombre in continuo movimento: si ricompattava per divenire eterea il battito successivo. Infine, cercò oltre le feritoie dell’elmo incontrando tizzoni ardenti che sembrarono leggergli nell’anima.
Accadde tutto in un battito di ciglia. Nella sua mente apparve il viso di una bimba sorridente, bella come il sole d’estate. Capelli color del grano, guance rosa, occhi blu che sfumavano nel viola.
Rimase a fissare la strada a lungo, tanto che Noran lo scosse, preoccupato. Le leggende narravano che gli incauti che avevano sfidato il destino per fissare gli occhi di uno di quegli spiriti erano stati maledetti.
«Jacob!»
Le labbra del piccolo lasciarono fuggire un sospiro. «Chi era, padre? Come sapevi che non ci avrebbe fatto del male?»
Noran lo prese in braccio lasciando che gli cingesse il collo con le braccia «Era un Cavaliere della Morte. Un’anima spirata in un’indicibile sofferenza cui gli Dei hanno concesso un ultimo desiderio: vendetta. Non era noi che cercava».
Si diressero verso casa. Magda era comparsa sul portico con gli altri bambini e ora piangeva le lacrime che aveva trattenuto fino a quel momento.
Jacob strinse forte il padre e gli posò una guancia sulla spalla. Il suo piccolo cuore era colmo di amore e di pena.
* “e io ti tenevo la mano; non ero mai stata così terrorizzata: le facce, le voci, i colori, le torri e le bandiere, l’argento, l’oro e la musica, e l’unico che conoscevo eri tu. In tutto il mondo, l’unico che conoscevo eri tu, che camminavi al mio fianco.” Tratto da “L’isola del drago” di Ursula Kroeber Le Guin.
Questo racconto è stato scritto per un concorso il cui bando prevedeva l’inserimento obbligatorio di una citazione tratta da uno degli innumerevoli romanzi scritti dalla succitata autrice, con l’intento di ricavarne una storia originale.
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Sono Elena Grimaldi. Da due giorni aspetto una risposta da parte della redazione riguardo i testi che ho presentato. Non è un modo accettabile di comportarsi. Ma non la conoscete un po’ di buona educazione?
La prima parte del racconto mi ha molto coinvolta. Ho pensato a lui come a un Angelo, custode e protettore della bimba, fino a quando ho sentito dentro la paura di lei e ne ho compresa la sorte. ‘Il deserto è cosa del passato’ una frase-ponte situata al momento perfetto.
La seconda parte è rapida, confusa, descritta benissimo, molto umana. Una famiglia spaventata che cerca il ricongiungimento. È facile e bello identificarsi in essi. Il finale spiazzante con quegli occhi viola che incrociano quello del bimbo. Credo che l’inserimento della citazione sia ottimamente riuscito. Non penso sia affatto facile partire da un ‘cuore’ che non è il tuo e creare qualcosa di originale e affascinante. Ma, lo sappiamo bene, che tu me sei maestra. Bravissima
Ciao Cristiana, scusa per il ritardo stratosferico con il quale rispondo a questo tuo commento. La realtà è piena di bimbi che vengono venduti per una borsa di denari: prostituzione, traffico d’organi, feticismi… boccioli che mai hanno avuto la possibilità di diventare fiori. Almeno nella fantasia, mi è concesso pensare che possano chiudere i conti con i loro deserti.
Brava Micol, per quanto mi riguarda non è per niente facile scrivere a tema. Il legame con la citazione dell’autrice ti è riuscito, ma quello che più mi è piaciuto è il legame tra le due parti della storia. L’anima dannata ha l’aspetto pauroso del cavaliere della morte che appare preannunciato da un’altrettanto terrificante tempesta, ma nell’incontro di sguardi si svela la vittima di quell’indicibile sofferenza di cui scrivi. L’immagine del cavaliere è molto d’impatto, ben riuscita.
Non ho capito quale sarà la sorte di Jacob, sarà anche lui un cavaliere della morte?
Ti confesso di aver pensato ad un “seguito”, per questo racconto, ma non l’ho mai scritto. Nella mia fantasia la dannazione di Jacob si manifesta nel ricordare quegli occhi e nel darsi come scopo di vita quello di ritrovarli. Ho anche immaginato un finale, ma non so se svelartelo oppure lasciare un po’ di suspense (visto che mi sta tornando il desiderio di terminare quanto ho iniziato)
Non svelarlo, scrivilo 😉
Direi che ne hai tratto un racconto estremamente originale, emozionante e pieno di immagini evocative.
Veramente molto bello, mi ha preso moltissimo.
Ti ringrazio infinitamente, Giuseppe
Sono mondi terrificanti e bellissimi quelli che descrivi. Crudeli e colmi di spiriti vendicativi ineluttabili che mi trascinano di faccia su terreni fangosi accidentati. Il bello è che mi tuffo in questo torrente di parole senza neanche pensarci un secondo! Micol, lo sai, potessi imbastire un altare votivo a te dedicato, per poter evocare la tua potenza descrittiva, starei tutto il giorno ad allineare cristalli di quarzo, accendere lumi con olio di balena, disegnare col gesso intricati cerchi alchemici, sacrificare alla dea del fuoco intere pagine colme di desideri inespressi… solo ed esclusivamente per farti sapere che ogni volta è una gioia leggerti. Poi se magari riuscissi nel frattempo ad aprire un portale, ma anche un semplice pertugio dove poterti passare un disegnetto, un bicchiere di mandarino verde e limone o una pasta di mandorle beh, mi divertirei un sacco a scambiare specialità, idee e risate.
Se fossi davvero una divinità, credo che mi lascerei corrompere facilmente da tonnellate di cioccolatini (senza nocciole), ciambelle, ramen istantaneo, uramaki e salsa di soia 😀
Molto bello questo racconto. La prima parte della storia e` tenera, toccante, poetica. La seconda parte cambia per effetto della prima, credo, ma… la vendetta non si compie, mi pare.
Lo stile sempre super.
Hai ragione, la vendetta non si compie. Il Cavaliere della Morte, ovvero l’anima della bimba della prima parte, ha come nemico il padre che l’ha abbandonata: Jacob e suo padre hanno la sfortuna di assistere al suo passaggio.
mi ha fortemente impressionato, questo racconto: a parte la considerazione che non è affatto facile far riferimento a un testo scritto da una terza persona.
C’è una cesura fra la prima e la seconda parte che non si lascia decifrare completamente, almeno da me, ma è anche vero che non tutto deve essere spiegato in idee chiare e distinte e che i chiaroscuri aggiungono ai testi quella particolare qualità che – forse con riferimento a dimensioni esoteriche – si chiama fascino.
Sono contenta che questo racconto sia riuscito ad emozionarti. Hai ragione, ciò che scriviamo non è quasi mai del tutto decifrabile, così come non lo è la nostra anima. La bellezza, credo, sta proprio in questo: nel percepire sfumature sempre diverse. Anche se non si riesce a dare loro un nome è possibile abbracciarle con lo sguardo.
Due padri. Prima l’odio e poi l’amore. L’animo umano racchiuso in due parole. Hai una grande capacità descrittiva dei sentimenti: “Il suo piccolo cuore era colmo di amore e di pena.” Così dovrebbe essere il cuore di ogni umano. Grazie Micol! Un abbraccio.
Un genitore, padre o madre che sia, ha sulle spalle una grande responsabilità: suoi sono gli occhi attraverso i quali i figli vedono il mondo per la prima volta. Per mio conto, rendere un “essere umano” chi verrà dopo di noi dovrebbe essere l’aspirazione massima di ognuno.
Ho sentito, leggendo questo racconto, tutta la potenza narratoria dell’autrice.
La descrizione di come quell’uomo tradisce la fiducia incondizionata dell’innocente bambina e la vende per una borsa di denari, come agnello sacrificale e sacrificabile sull’altare della più vile delle ambizioni, è particolarmente forte ed è seguita dall’ingresso di Nèmesis in forma di cavaliere oscuro, alla ricerca dello squallido traditore.
Una storia intensa e tragica che resta dentro. Complimenti.
Ciao Giancarlo. Ti ringrazio per aver abbracciato questa storia in tutta la sua amarezza. Se la magia prendesse il sopravvento sulla realtà, mille Cavalieri della Morte alzerebbero la loro spada per vendicare i torti degli innocenti periti per un pugno di denaro: quando ho scritto questa storia pensavo alle condizioni in cui versano molti bimbi che ancor oggi vengono venduti per soddisfare desideri inenarrabili o come pezzi di ricambio. Non fa male dimenticare che Jacob, come molti di noi nati nel “posto giusto”, è un fortunato: le storie servono anche a questo.
Sono mondi terrificanti e bellissimi quelli che descrivi. Crudeli e colmi di spiriti vendicativi ineluttabili che mi trascinano di faccia su terreni fangosi accidentati. Il bello è che mi tuffo senza neanche pensarci un secondo! Micol, lo sai, potessi imbastire un altare votivo, a te dedicato, per poter evocare la tua potenza descrittiva, starei tutto il giorno ad allineare cristalli di quarzo, accendere lumi con olio di balena, disegnare col gesso intricati cerchi alchemici, sacrificare alla dea del fuoco intere pagine colme di desideri inespressi… solo ed esclusivamente per farti sapere che ogni volta è una gioia leggerti. Poi se magari riesco ad aprire un portale, ma anche semplicemente un pertugio dove poterti passare un disegnetto, un bicchiere di mandarino verde e limone o una pasta di mandorle beh, mi divertirei un sacco a scambiare specialità, idee e risate.
Ciao Emiliano. In effetti, se mi fosse possibile andarci di persona, in alcuni dei miei mondi non ci metterei proprio piede. Scrivere fantasy in fondo non è che un pretesto per descrivere orrori che accadono anche nel nostro mondo, la violenza dei bambini è uno di questi. Per contrappunto, però, c’è l’amore sano ed è bene non dimenticarsene. Quanto al portale, una fessura siamo riusciti già ad aprirla, sono sicura che ne verrà fuori qualcosa di magico!