Il Mare delle Piogge

Serie: Il figlio delle fate


NELLA PUNTATA PRECEDENTE: Con cautela, i due bambini e Moderna si avvicinarono alla barca, pagarono il tributo di tre piccole monete di bronzo e salirono a bordo. La barca si staccò dalla riva e iniziò a navigare verso l'isola lontana.

Il nocchiero, silenziosamente, afferrò il remo e con vigore iniziò a spingere la barca attraverso le acque misteriose del Mare delle Piogge.

Il natante si fece largo tra acque di un azzurro cristallino, così trasparente che sembrava possibile vedere fino al fondo. Le onde, leggere e giocose, schiaffeggiavano lo scafo facendo risalire alcuni schizzi di spuma bianca.

In seguito, il mare assunse sfumature di verde smeraldo mentre la sua superficie danzava con piccole scintille di luce. A quel punto, il nocchiero iniziò a raccontare storie spaventose e bizzarre delle avventure che aveva vissuto.

«Oh, ragazzi, avete sentito parlare dell’orrendo maelstrom che ha inghiottito una nave proprio qui, l’altro giorno?» disse il rematore, sorridendo inquietantemente.

«Un maelstrom? Cos’è un maelstrom?» chiese Arturo con un leggero tremito mentre Martino scrutava ansioso l’orizzonte.

Moderna intervenne: «Un maelstrom è un termine utilizzato per descrivere un violento vortice d’acqua o un’enorme turbolenza marina. Si tratta di un fenomeno naturale in cui le correnti marine convergono in una zona specifica, creando un potente movimento rotatorio delle acque. I maelstrom possono essere estremamente pericolosi per le imbarcazioni, poiché possono inghiottire navi e causare gravi danni».

«Ah, vedo che la signora se ne intende!» disse il nocchiero sghignazzando «Comunque, sì, un maelstrom è un vortice marino spaventosamente potente, ragazzi. La nave di cui vi parlavo è stata risucchiata in esso, girando e girando fino a sparire nel profondo del mare. Ma non preoccupatevi, non accadrà a voi… forse».

Le risate del nocchiero si perdevano nello sciabordio dell’acqua mentre Martino e Arturo stringevano sempre più forte il legno scuro consumato dal tempo e dall’acqua salata. La barca, tuttavia, continuava la sua danza tranquilla sulle acque e i bambini si distrassero ammirando dei delfini che saltavano e scherzavano tra le onde. Durante la navigazione gli capitò anche di avvistare delle tranquille tartarughe marine che nuotavano lente accanto a loro e persino delle imponenti balene all’orizzonte. Il canto di quei giganteschi animali riempì l’aria di un’armonia molto cupa e profonda.

Proseguendo, le acque si fecero più livide e l’aria si gelò. Martino e Arturo iniziarono a vedere nell’acqua delle meduse luminose e dai colori cangianti.

«Che strane creature» disse Martino «non le avevo mai viste prima, nemmeno sui miei libri».

Attratto dalla luminescenza verdastra che si sprigionava da quegli esseri, Martino allungò la mano nel tentativo di sfiorarle. Il nocchiero seguì il movimento in silenzio, con gli occhi spalancati e il respiro rallentato.

Il braccio di Martino, però, fu bloccato appena in tempo dalla gelida stretta di Moderna.

«La pelagia noctiluca ha tentacoli ricoperti di cellule urticanti cariche di veleno» si sentì pronunciare dalla meccanica voce dell’automa «il contatto con queste cellule può causare irritazioni cutanee dolorose negli esseri umani».

Il nocchiero rise sguaiatamente.

«Signora, avrebbe dovuto lasciare che suo figlio toccasse quella medusa. Magari gli sarebbe servito da lezione per la prossima volta.»

Martino, furibondo, stava per tirare fuori la sua vecchia fionda, quella che aveva costruito all’inizio del suo viaggio. La voce pacata di suo fratello però lo distrasse.

«Signore» disse Arturo rivolgendosi al nocchiero «perché ridete?»

«Perché rido, ragazzo?» rispose sprezzante l’uomo «Ma non ti sembra abbastanza esilarante la situazione?»

«Quale situazione?» replicò Arturo aggrottando la fronte «Il pensiero di mio fratello che si fa male e piange? No, non è un pensiero divertente. Non mi sembra normale ridere perché qualcuno si fa male».

Il nocchiero emise un sospiro di disapprovazione.

L’isola di Sinilluarna non sembrava più tanto lontana. Tuttavia, proprio mentre Martino e Arturo si sentivano più vicini alla meta, il cielo si oscurò e il vento cominciò a ululare. La barca, che fino ad allora sembrava scorrere veloce sulla superficie dell’acqua, iniziò ad essere rallentata dai flutti sempre più sferzanti e dalla massa d’aria gelida che si accaniva contro di loro.

Una tempesta si scatenò all’improvviso, scuotendo la piccola barca. Le onde crescevano sempre più alte e la barca lottava per sopravvivere all’ira del mare. I due bambini si strinsero a Moderna, cercando di trovare rassicurazione e anche riparo dalla pioggia che li sferzava.

La tempesta divenne sempre più violenta. il cielo era ormai un ammasso di nuvole nere e il vento soffiava con sempre maggiore ferocia, scuotendo la piccola imbarcazione e generando onde gigantesche.

Il nocchiero cercò di mantenere il controllo sulla barca, ma le onde la costringevano in avanti e indietro. Poi, in un momento di estrema violenza, una grande onda sollevò la barca in alto e la ribaltò. La barca si spezzò in due e tutti furono gettati in mare.

L’uomo, aggrappato a un pezzo di legno della barca, si voltò e disse con voce fredda: «Salvatevi come potete, gente. Ognuno per sé».

Mentre il nocchiero diventava una piccola macchia scura sballottata di qua e di là dalle onde, Martino, Arturo e Moderna, in balia delle onde, cercavano disperatamente di tenersi a galla. Fortunatamente, riuscirono a trovare un’asse della barca a cui aggrapparsi, riuscendo a stento a mantenere salda la presa della scivolosa superficie di legno. L’automa, però, era troppo pesante per rimanere a galla con i due bambini e faceva sbilanciare l’improvvisata zattera.

Martino si accorse che Moderna stava mollando la presa e lentamente scivolando nei flutti. Impaurito, le prese la mano.

«Cosa fai, Moderna? Devi restare aggrappata insieme a noi!»

«Non ricordi?» rispose l’automa «Proprio tu mi hai riprogrammata affinché il mio obiettivo fosse occuparmi della tua incolumità».

«Sì» ribatté Martino «ma se adesso tu affondi, la tua memoria si perderà nel mare. Nessuno potrà più riportarti in vita, neanche Dedalo. Non esisterai più».

«La mia priorità non è mai stata esistere per sempre. Lo scopo per cui sono stata creata era essere al vostro servizio.»

Detto questo, Moderna si sganciò dalla presa di Martino e si lasciò andare. I bambini cercarono di riafferrarla, ma il timore di perdere la presa dell’asse non gli permise di raggiungere la sua mano.

Mentre sprofondava nelle profondità del mare, la voce sintetica dell’automa, sempre più attutita dall’acqua, aggiunse: «Sono stata lieta di essere al vostro servizio».

Intanto la tempesta continuava ad abbattersi implacabile e il terrore negli occhi dei bambini cresceva. In un momento di disperazione Martino, afflitto dalla paura, mollò la presa e scivolò sott’acqua.

Si ritrovò immerso nel freddo abbraccio blu del mare, mentre la voce di Arturo che lo chiamava si attenuava gradualmente fino a diventare silenziosa. Quando riaprì gli occhi, scorse intorno a lui intere colonne di quelle stesse meduse luminescenti intraviste in precedenza. Le creature danzavano nel buio delle acque agitate, apparentemente ignare del tumulto al di sopra delle profondità marine. Gli ritornò alla mente la voce di Moderna che parlava di veleno e, allo stesso tempo, guardava con terrore i lunghi ed eterei tentacoli che gli fluttuavano intorno.

Una sagoma scura discese vicino a lui. Martino si rese conto che Arturo si era tuffato coraggiosamente nel mare agitato e, lottando contro le onde e il freddo, lo aveva afferrato.

Mentre nuotavano, rischiarono di essere sfiorati dalle scintillanti meduse. Arturo era visibilmente attratto dalla loro luminescenza, così come lo era da ogni fonte luminosa. Tuttavia, continuò a nuotare verso la superficie del mare con tutte le sue forze, trascinando Martino verso la zattera di fortuna.

Quando riemersero, la tempesta ancora non accennava a placarsi e il flusso li trascinò, fino a sommergerli nuovamente.

Spinti dalle acque turbolente, si ritrovarono in un canale oscuro in cui vennero risucchiati senza poter opporre alcuna resistenza. Emersero poi, senza neanche rendersi conto come, da un pozzo su una spiaggia illuminata solo da una tenue luce crepuscolare. Dopo essere usciti completamente fuori dalla voragine, caddero sulla sabbia con un tonfo, stremati e tremanti.

Martino guardò l’orizzonte. Le onde continuavano a ergersi, ma con sempre minore forza.

Ripensò a Moderna, al corvo. Si rese conto che ora lui e suo fratello erano molto lontani da casa e non avevano più né una protezione né una guida. Erano soli.

Una lacrima gli scese sulla guancia.

Abbracciò suo fratello, grato che almeno lui non lo avesse abbandonato in quell’ultima parte del viaggio, quindi si addormentò sulla sabbia, sotto il cielo che cominciava a riempirsi di stelle.

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