Il nome

Serie: Il figlio delle fate


«Hai finalmente scoperto il mio nome?» chiese la bambina senza voltarsi verso nessuno dei due ospiti.

Martino continuava a sentirsi furioso e frastornato allo stesso tempo. Avrebbe voluto tirar fuori un nome a caso. Qualunque nome tranne quello che gli veniva in mente in quell’istante.

Invece, con la voce tremante, rispose: «Certo, mi viene in mente un nome in questo momento, un nome che a me è molto caro».

«Ah, sì. Non vedo l’ora di sentirlo.»

Martino esitò, poi disse tutto d’un fiato: «Amelia».

L’oscillazione dell’altalena cessò, e con esso anche il suo fruscio. Ora, l’unico suono che si udiva era il ticchettio dell’orologio.

«Amelia? Non ho mai sentito quel nome prima» fu la risposta. Poi l’altalena ricominciò a ondeggiare.

Martino tirò un sospiro di sollievo. Lo consolava sapere che non c’era nessun collegamento tra la sua mamma e quella strana bambina. Disse ad Arturo che sarebbe stato molto meglio trovare un modo per lasciare quell’isola, tanto era chiaro che lì non avrebbero trovato le risposte che cercavano. Inoltre, poteva anche essere che la loro madre fosse tornata ad Asprapetra e che, quindi, era stato un grosso errore da parte loro allontanarsi da casa per seguire certe intuizioni.

Arturo, però, non batté ciglio. Invece, si avvicinò alla bambina e le sussurrò: «Io so il tuo vero nome».

La bambina si arrestò di nuovo.

«Io credo proprio di no.»

«Invece ti assicuro di sì» rispose Arturo mantenendo lo sguardo basso.

La piccola fata si decise finalmente a scendere con un balzo dalla sua altalena.

«E sentiamo, quale sarebbe questo nome che ti viene in mente, siticuano cresciuto tra gli umani?»

Arturo strinse forte i pugni e sospirò mentre la sua interlocutrice gli si avvicinava molto lentamente. Poi pronunciò tutto d’un fiato: «Il tuo nome è Miriaraicte».

La bambina si fermò. Spalancò i suoi grandi occhi argentati e rabbrividì, evidentemente contrariata. Senza una parola innalzò la mano e, magicamente, gli oggetti intorno a loro, compreso l’orologio a pendolo, iniziarono a sollevarsi e a danzare vorticosamente nell’aria.

Arturo, però, non si fece intimorire. Indietreggiò leggermente verso le finestre ed esse si spalancarono, permettendo ad alcune foglie dall’esterno di entrare vorticando nella stanza.

«Sei solo un dilettante rispetto a me» disse la bambina con disprezzo mentre le foglie, dopo aver mulinato sopra la sua testa, le ricadevano addosso come gocce di pioggia.

Arturo riuscì finalmente a guardare la sua interlocutrice negli occhi.

«Sono stufo di cercare di essere quello che tu vuoi che io sia» rispose il ragazzino «non voglio più la tua approvazione».

Martino si posizionò in un angolo, gli occhi fissi sulla scena surreale. Miriaraicte, con il suo mantello rosso e i capelli candidi che si sollevavano elettrizzati, fece un ulteriore gesto con la mano e una sedia in legno massiccio si alzò da terra, per poi schiantarsi sul pavimento con un rumore assordante e andare in pezzi.

Arturo contraattaccò. Con uno sguardo penetrante, fece sì che un grosso libro si sollevasse da una mensola e si scagliasse contro il soffitto, sfaldandosi proprio sopra la testa di Miriaraicte. Quest’ultima reagì rapidamente e ordinò a un candelabro acceso di spostarsi in volo dal tavolo su cui era poggiato e di interporsi tra lei e i resti del libro distrutto, facendo bruciare le pagine che ricadevano così a terra in cenere.

Martino, sbigottito, seguiva ogni mossa con gli occhi spalancati. Gli oggetti nell’aria cominciarono a vorticare sempre più freneticamente, tanto che lui non riusciva più a distinguerne i contorni. Restò a fissare le scie colorate che sfilavano davanti ai suoi occhi finché, a un certo punto, si accorse che un’ombra incombeva sopra di lui. Guardò verso l’alto e notò il grande orologio a pendolo che iniziava a oscillare pesantemente sopra la sua testa. Il ticchettio sembrava diventare sempre più assordante e Martino vide l’oggetto muoversi verso di lui con velocità crescente.

Il suo cuore martellava nel petto e, senza esitazione, si allontanò rapidamente dalla traiettoria del grosso oggetto. Assistette poi con sgomento alla vista dell’orologio a pendolo che sfrecciava a pochi centimetri dalla sua testa, schiantandosi contro il pavimento con un fragore spaventoso.

Martino scappò via dalla villa, uscendo dalla porta principale. Continuò a correre lontano dalla casa, finché non fu sicuro che nessun oggetto in movimento lo avrebbe raggiunto e, senza alcuna destinazione precisa in mente, si diresse verso il bosco di Sinilluarna.

Oltre gli alberi maestosi di quel luogo, si stagliava un cielo al tramonto che cominciava pian piano a riempirsi di stelle. Il battito frenetico del cuore di Martino fu lentamente quietato dal rumore del vento tra le foglie.

Il bambino si rifugiò in un angolo nascosto tra siepi di rose selvatiche, avvolgendosi nel suo caldo mantello. Osservò i cespugli, che erano vestiti di foglie verde smeraldo. L’atmosfera lì era serena, come se la vegetazione cercasse di consolarlo.

Tuttavia, in breve tempo quel luogo iniziò a mutare sotto i suoi occhi. Il cielo si fece più oscuro e il terreno cominciò a coprirsi di ghiaccio. Martino si stringeva nel suo mantello, sentendo il freddo penetrare nelle ossa mentre il roseto si spogliava improvvisamente dei colori di petali e foglie. Le lacrime volevano uscir fuori ma si arrestavano, come se fossero anche loro intimorite dal freddo. Il fiato, nel momento in cui veniva esalato, si mostrava come una pallida nuvoletta. Il bambino chiuse gli occhi e, nel buio, immaginò il suo ritorno ad Asprapetra.

Pensò al papà che, nonostante la rabbia, avrebbe riabbracciato i suoi figli piangendo per la commozione. Gli venne in mente sua madre che, rincontrando i suoi ragazzi, avrebbe brontolato dicendo come al solito: “Bambini disobbedienti, quante volte io e il papà vi abbiamo detto di non allontanarvi da casa senza permesso?”. Subito dopo, gli sfilarono davanti agli occhi le scritte rabbiose di Miriaraicte sulla parete della casa della Foresta Verde. Infine, dalla memoria riemerse l’immagine della bambina che fissava l’orologio a pendolo.

«Non può essere, la mamma è sicuramente tornata ad Asprapetra» si disse Martino.

In quel momento, il bambino riaprì gli occhi.

«Martino, dove sei?»

Martino riconobbe subito la voce di suo fratello. Era però incerto se uscire o meno dal suo nascondiglio. Nonostante il freddo intenso, in quel momento desiderava stare solo.

Dopo un po’, però, il bambino si decise a uscire dal suo nascondiglio.

Quando Arturo si accorse di lui, gli disse: «Ti ho trovato finalmente. Stai bene?»

«Sì, io sto bene. E tu? E… lei?»

Arturo si morse il labbro, poi rispose con una finta risata.

«Lei si è stufata di lanciare oggetti per aria. Ha detto però che non siamo più graditi ospiti a casa sua.»

Martino si strinse ancora di più nel suo mantello e cominciò a singhiozzare come non ricordava di aver mai fatto in vita sua, neanche quando era molto piccolo.

«Abbiamo fatto questo lungo viaggio per niente, Arturo. Ti prego, torniamo a casa.»

Arturo non rispose. Si limitò ad abbracciare suo fratello, stringendolo forte.

Nel silenzio della sera, iniziarono ad avvertire improvvisamente una melodia, molto debole ma percepibile in modo distinto. Proveniva dalla casa della fata ed era una musica chiara e cristallina, che però aveva un vuoto, una nota mancante nel suono.

«Arturo» disse Martino asciugandosi gli occhi con un lembo del suo mantello «devi aver dimenticato la tua scatola musicale nella casa».

«Non l’ho dimenticata» rispose Arturo «l’ho lasciata lì».

Martino lo guardò confuso.

«Ma quella era tua, non te ne volevi mai separare.»

«Non importa. Qui sarà più utile.»

Martino non chiese altre spiegazioni. Ribadì solo che voleva lasciare subito quell’isola e tornare ad Asprapetra. Arturo annuì, lo prese per mano e lo condusse attraverso il bosco. Il pallido bagliore della luna mostrava, durante il loro passaggio, la brina che iniziava a stendersi delicatamente sui fili d’erba. Martino cercò ancora una volta di immaginare il suo ritorno ad Asprapetra, nella sua calda e accogliente dimora. Poi, però, si ricordò della tempesta in cui si erano imbattuti al loro arrivo. L’idea di rivivere quell’esperienza lo faceva rabbrividire.

Un nitrito lo distolse dai suoi pensieri. Lui e suo fratello si voltarono e videro il cavallo alato catturato dalla bambina, col suo manto bianco reso opaco dall’oscurità della sera, le ali magnifiche e le redini d’oro che lucevano anche nella penombra.

«Arturo, guarda! Forse lui ci potrebbe aiutare a tornare più velocemente a casa nostra.»

Arturo non rispose, si limitò ad annuire. Poi entrambi si avvicinarono lentamente al cavallo alato, cercando di non fare rumore e sperando di non farsi scoprire dalla bambina. Nel frattempo, la melodia della scatola musicale continuava a risuonare.

Nonostante gli sforzi per mantenersi silenziosi, i loro piedi erano goffi e l’erba ghiacciata scricchiolava sotto di loro. Il cavallo alato iniziò a muovere le ali, come se avesse avvertito la loro presenza.

«Veloce, Arturo, dobbiamo fare in fretta prima che lei ci scopra» sussurrò Martino mentre cercava di afferrare le redini dorate. Ma la loro imbranataggine rese difficile la manovra e le redini scivolarono loro dalle mani più volte. Il cavallo alato emise un nitrito di fastidio.

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