Il Patto dell’Ombra – Ekate (p2)

Serie: Oscure Strategie


NELLA PUNTATA PRECEDENTE: Il Patto dell’Ombra – Ekate (p2)

Lo spiritello svolazzò sopra la sua testa e le tirò una ciocca di capelli. Erija scattò, quasi fosse stata punta da un ago, ma non si allontanò da me. Anzi, si avvicinò di un passo, sembrò quasi che volesse sfidarmi a mantenere il controllo.

«C’è qualcosa qui» ringhiò, ma la sua voce aveva una sfumatura di divertimento. «Una presenza che si prende gioco di me».

«Oh, non farci caso» dissi con finta noncuranza. «È solo un… residuo di un esperimento arcano. Ha un debole per le persone importanti».

Erija sospirò, ma il suo sguardo rimase ancorato al mio, come se cercasse di leggermi dentro. Raddrizzò le spalle e riprese a camminare verso la Sala di Neravet, ma il suo passo era più lento, più morbido, quasi volesse che la osservassi.

«Se questo coso mi fa cadere la corona» mormorò tra i denti, «giuro che lo faccio esorcizzare».

«Oh, mia cara Erija» le spiegai, aprendo le porte della sala con un gesto fluido. «Vorrei vedere te provare a prendere qualcosa che non vuole essere preso».

Lei mi rivolse un sorriso che avrebbe potuto incendiare il mare.

«Parli per esperienza».

«Sempre».

Le nostre risate, affilate come spade e calde come un tocco proibito, si incrociarono nell’aria.

La notte era scesa su Aeloria quasi fosse un velo di seta nera. La torre respirava con noi: ogni pietra tratteneva un’eco, ogni lanterna tremolava come se ascoltasse.

Avevo congedato le guardie di Erija. Lei non protestò.

Forse sapeva che la mia torre non avrebbe permesso loro di seguirla oltre una certa soglia.

Forse voleva restare sola con me.

La condussi in una loggia aperta sul mare. Le colonne di pietra erano avvolte da rampicanti argentei che brillavano alla luce lunare. Il vento portava l’odore del sale e del gelsomino selvatico.

Erija si fermò accanto alla balaustra, la figura scolpita nella luce pallida.

«Non avrei mai pensato che una sacerdotessa dell’Ombra vivesse in un luogo così… bello».

«La bellezza è un’arma come un’altra» risposi. «E io non rinuncio mai alle armi».

Lei sorrise.

«Tu vedi armi ovunque».

«Perché ovunque ce ne sono».

Erija si voltò verso di me.

«E io? Sono un’arma?».

Mi avvicinai fino a sfiorare il suo spazio vitale.

«Tu sei un regno intero. E i regni… si conquistano».

«E pensi di farlo?».

«Penso che tu sia venuta qui, su mio invito, per essere vista. Non come regina. Ma come donna che desidera ciò che nessun trono può darle».

Lei inspirò piano.

«E tu cosa desideri, Ekate?».

«Ciò che non si lascia prendere facilmente».

«Allora sei folle».

«E tu più viva di quanto ti permetti di essere».

Per un istante, il mondo si fermò.

Erija sollevò una mano, sembrò volesse toccarmi, ma la lasciò sospesa.

«Non sono tua».

«Non ancora».

Lei si voltò verso il mare.

«Stanotte… voglio solo ricordarmi chi sono».

«E chi sei?».

«Una donna che non ha paura dell’Ombra».

Sorrisi.

Era la risposta che speravo.

La condussi, infine, nella Sala di Neravet. Le pareti erano adornate da arazzi che narravano guerre divine e cataclismi dimenticati. Al centro, un cerchio di pietra incisa attendeva il compimento del nostro destino.

Quindi, le rivelai il mio disegno.

Il culto del Dio Gabro, protettore di Anion, doveva cadere affinché io potessi ascendere nel pantheon anionano. Occorreva un sacrificio. Bastava risvegliare Enar, il semidio della distruzione, figlio del crudele Moloj, imprigionato a Cucumis. Il popolo, vedendo la rovina, avrebbe incolpato il culto stesso e invocato la sua fine.

Erija comprese. Tramava da tempo alle spalle del marito e il mio piano le offrì la chiave. Così avrebbe potuto unire Aphis, sua terra natale, con Anion, e regnare su entrambi.

Evocai Dixilath, il Principe della Vendetta del Quarto Inferno. Disposi in cerchio le candele al dragonisto. Tracciai rune solforose con del sangue mischiato a una miscela segreta. Recitai la litania nella lingua proibita, che graffia la gola e svuota lo spirito.

Il demone emerse: un tozzo gomitolo di artigli, mani senza braccia e un gran numero di occhi privi di simmetria. Gli spiegai cosa avrebbe dovuto fare e lui obbedì, devoto. Poi scomparve tra le ombre.

Osservai il compiersi del mio progetto con la serenità di chi ha atteso oltre il tempo. Il sangue versato, le alleanze spezzate, le urla del popolo in preda alla rovina: tutto accadde come avevo previsto. Eppure, nel silenzio della mia torre, tra le pietre intrise di incanti e memorie, non provai né esultanza né rimorso. Sentii soltanto il vuoto che segue ogni trionfo.

Ho ottenuto ciò che desideravo: il culto di Gabro è caduto, il mio nome, finalmente, viene scolpito nei templi.

Ma la gloria non mi basta. Nella mia torre, tra le ombre e i sussurri, so che il mio intento non è finito. Nel cuore della Sala di Neravet, dove le tenebre danzano tra gli arazzi, mi aggiro in cerca di un segno. Il potere mi appartiene, ma non la pace. Il mio spirito, forgiato nel mistero e nella solitudine, non trova riposo.

Il Quinto Inferno, il Roveto, deve essere mio.

Così rimango in attesa dell’attuarsi del mio nuovo piano. Anche mio padre, il Principe Demone Bagool, come Gabro, deve espiare le sue colpe.

Perché ogni Impero cela un’ombra.

E io, Ekate, sono quell’ombra.

Continua...

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Discussioni

  1. Ciao, ho letto entrambe le parti. L’atmosfera evocativa e l’intesa magnetica tra le protagoniste colpiscono subito, ma l’intreccio corre così rapido che si fatica a gustare appieno ogni conquista. Dare più respiro a questi ottimi spunti permetterebbe a noi lettori di immergerci nelle sfide e di tifare con più trasporto per il percorso della protagonista.

    1. Ciao Mariano, grazie per aver letto questo breve racconto. Capisco il tuo punto di vista, ma è nel mio stile scrivere in questo modo. Le cose prolisse mi annoiano, non mi piace “allungare il brodo” con parole che non servono al loro scopo.