
IL PESO DEL SACRIFICIO
Il crepuscolo si allungava come un’ombra sulle case del villaggio. Ogni passo che facevo mi sembrava più pesante, come se il terreno stesso cercasse di trattenermi. Le risate delle persone riecheggiavano nell’aria, soffocate dal suono dei miei pensieri. Mi guardavano passare con sorrisi e occhi pieni di gratitudine, ma non riuscivo più a sentire nulla.
Non era sempre stato così. Un tempo, avrei sorriso a mia volta, avrei sentito la pelle riscaldarsi sotto i raggi del sole, o avrei provato una lieve inquietudine alla vista della foresta in lontananza. Ora, però, il mio mondo era privo di calore, privo di quella sottile vibrazione che una volta chiamavo vita.
Elia, il fabbro, mi si avvicinò con l’aria soddisfatta di chi ha qualcosa da offrire. Le sue mani erano macchiate di fuliggine, il suo viso segnato dalla fatica, ma c’era qualcosa di vivo nei suoi occhi, un’energia che sembrava urlarmi in faccia.
“Ruwen” mi chiamò. “Ci hai salvati, lo sai?”
Le sue parole rimbombavano nella mia testa, vuote. Non risposi, limitandomi a guardarlo. Quella parte di me che avrebbe dovuto provare soddisfazione, riconoscenza, era morta da tempo. Lo capii quando attraversai quella foresta per la prima volta, alla ricerca di una soluzione, di una via d’uscita dalla fame e dalla morte che stavano consumando il villaggio.
“Senza di te, saremmo tutti finiti” continuò Elia, con un sorriso che mi sembrava una ferita aperta sul volto. “Abbiamo tutto grazie a te.”
Annuii, meccanicamente. Le sue parole scivolavano via, come acqua su una pietra. Le sentivo, le capivo, ma non mi appartenevano più.
Tutto era iniziato mesi fa, quando la terra aveva smesso di rispondere alle nostre preghiere. I raccolti erano diventati polvere, gli animali morivano uno dopo l’altro, e le persone si guardavano attorno con disperazione negli occhi. Non c’era via d’uscita. Ogni giorno era un passo più vicino alla fine.
Io non riuscivo a sopportarlo. Il peso del silenzio era insopportabile, e le voci della gente erano piene di rabbia, paura, aspettative. Così, quando sentii parlare di un’antica entità nascosta nelle profondità della foresta, la mia mente cominciò a ossessionarsi. Dicevano che aveva il potere di salvare, ma che chiedeva un prezzo terribile.
Non esitai. L’idea di un sacrificio mi sembrava astratta, distante. Credevo di poter dare qualcosa di superficiale, qualcosa che non mi sarebbe mancato. Ero convinto che il mio atto avrebbe redento tutto, e che alla fine ne sarebbe valsa la pena.
Attraversai la foresta per giorni, seguendo il sentiero che nessuno osava più percorrere. Il buio tra gli alberi mi avvolgeva, e ogni passo mi portava più vicino a ciò che cercavo. Quando finalmente la trovai, non era come l’avevo immaginata. Non c’era nulla di umano in quella presenza. Era un vuoto palpabile, un’ombra che si insinuava nella mia mente.
“Vuoi salvare il tuo villaggio?” mi chiese con una voce che sembrava provenire da ogni direzione. Il suono non vibrava nell’aria, vibrava dentro di me, scavando nelle pieghe più profonde della mia anima.
“Sì” risposi. Non era una scelta. Era una resa.
“Il tuo cuore” disse. “Non la carne, ma ciò che lo anima.”
Da allora, non c’era più stato alcun battito che potessi chiamare mio. Tornai al villaggio come un guscio vuoto, la terra iniziò a fiorire di nuovo, e i volti intorno a me si riempirono di speranza. Ma dentro di me, c’era solo silenzio. Un silenzio così profondo che era diventato insopportabile, come un rumore costante che mi divorava dall’interno.
Il vuoto si era fatto spazio in me, e ogni giorno mi allontanava sempre di più dalla vita che avevo conosciuto. Ora ero un estraneo tra persone che avevo conosciuto per tutta la vita. Loro non potevano capire. Come avrebbero potuto? Non potevano vedere cosa avevo perso per salvarli.
Ma sapevo una cosa con certezza: non si sarebbero mai fermati. Gli uomini non conoscono sazietà. Oggi era il cibo, domani sarebbe stato altro. Il loro sguardo si sarebbe nuovamente rivolto alla foresta, a me, a ciò che potevo offrire ancora.
Ogni sorriso che mi rivolgevano, ogni parola di gratitudine, mi ricordava solo quanto fossero ciechi. Non capivano che il mio sacrificio non li aveva salvati davvero. Li aveva solo rinviati. E quando la fame, la disperazione, o l’avidità torneranno, torneranno anche da me. E io sarò costretto a guardarli, ancora una volta, con lo stesso vuoto dentro.
La piazza del villaggio era piena di vita, ma io camminavo tra loro come un fantasma. Ogni passo mi sembrava allontanarmi sempre di più. Mi avvicinai al limite del villaggio, e la foresta sembrava chiamarmi.
La caverna era ancora là fuori, nascosta tra gli alberi, e sapevo che mi stava aspettando. L’entità, il vuoto, tutto mi attendeva, perché non avevo mai davvero lasciato quel luogo. Una parte di me era rimasta intrappolata lì, e non sarebbe mai tornata.
Non c’era pace in questo mondo per me. Non c’era più casa. Mi voltai per un’ultima occhiata al villaggio. Le risate continuavano, le luci danzavano nelle ombre della notte che scendeva. Non mi sarebbero mancati. Non più.
Con un ultimo respiro, mi inoltrai nella foresta.
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Innanzitutto complimenti per come tu ti sappia cimentare in generi diversi, è una cosa che piace tentare (inevitabilmente nel mio caso con risultati alterni) anche a me!
Il titolo è azzeccatissimo, e non è una cosa da poco: non sempre è facile trasmettere in poche parole quello che ci aspetta poi nel racconto. Una valida scelta del testo denota di per sè la capacità di gestire bene le parole, che sono alla fine i nostri “ingredienti”.
La storia ha una morale davvero interessante, mi piace il punto di vista da cui l’hai raccontata e come tu ti sia focalizzata non tanto sulla vicenda di per sè, quanto sul movente, sul bisogno umano che si evolve poi in bramosia.
Ti ringrazio per questa riflessione: “il bisogno umano che si evolve in bramosia”…
Direi che hai capito appieno la specie di messaggio che volevo trasmettere e ciò mi fa davvero piacere.
È vero che sto esplorando più generi, anche perché sono alle prime armi e devo ancora trovare una branca che mi appartenga, ma sapere che non me la sto cavando poi così male mi dà una spinta in più per portare aventi questo percorso.
Se ho capito appieno il messaggio del racconto, significa soprattutto che sei stata brava nel trasmetterlo! 🙂 Tra l’altro, ho letto con molta curiosità questo racconto, perchè uno degli ultimi racconti che ho pubblicato qua parla di qualcosa di simile, ed ero proprio curioso di vedere come tu avessi approcciato in maniera diversa lo stesso tema!
Interessante… Appena ho un briciolo di tempo vengo a dare un’occhiata, che sono molto curiosa!
Sono solo al secondo racconto che leggo dei tuoi ma mi sembra di poter definire il tuo stile come una specie di narrativa filosofica. Anche qui ci sono degli ottimi spunti di riflessione: ho pensato al protagonista come all’incarnazione di una sorta di effimera gratificazione, riconosciuta e apprezzata nel breve termine, ma tralasciata e dimenticata col passare dei giorni. Anzi, non dimenticata, piuttosto ricercata nuovamente come in un desiderio infinito. Si tratta forse dell’irraggiungibilità di ciò che chiamiamo realizzazione?
“Narrativa Filosofica”
Mi sento molto onorata ad avere questa definizione, ti ringrazio del complimento, la cosa mi fa estremamente piacere!
Concordo con ogni tua riflessione e alla domanda finale ti rispondo: Può essere!
Il tema della realizzazione, a mio parere, sarebbe molto più ampio da descrivere e in questo racconto non è stato portato intenzionalmente.
Mi piace che tu lo abbia visto e ciò ha fatto riflettere anche me.
Ci sono solitudine, malinconia e, mi sembra, rassegnazione in questo capitolo.
Profondo il sentimento di estraneazione dal mondo, a cui non si appartiene più. Mi piace!
Esattamente!!
Sono davvero felice che ti sia piaciuto!
Grazie per il commento.
Ciao Rachele, complimenti davvero per il tuo racconto, leggerlo è percepire l’odore del sottobosco e il suono sommesso di passi che smuovono le foglie.
Sono felice di essere riuscita a farti percepire ciò, significa molto per me.
Grazie per l’apprezzamento!
Cara Rachele, ti faccio i complimenti per questo testo così ben scritto, davvero ottimamente strutturato.
Non mi piace esagerare in complimenti ma te li sei meritati: sono sorpreso di tanta profondità; anche, e soprattutto, a dispetto di quella che mi sembra una giovane età.
Scrivi troppo bene per poter millantare il dilettantesimo, che non è un periodo storico ma potrebbe esserlo, mi concentro quindi sui contenuti. Senza dimenticare di rivolgerti un grande apprezzamento per la forma, in particolare il ritmo.
Sterile. Una parola che mi accompagna a ogni passo. Sterile: tra le tante figure, coloro che, nella vita, rappresentano una barriera insormontabile. Uomini e donne in cui tutto si spegne. A nulla possono i cuori palpitanti contro quelli di pietra.
Il tuo protagonista, nel finale soprattutto, mi ha ricordato il sacrificio della Croce. Cito (indegnamente, ma lo reputo appropriato) il Vangelo di Luca:
“Ma il Figlio dell’uomo, quando verrà, troverà la fede sulla terra?”
Mi inchino di fronte a questo piccolo esempio di narrativa pura. Ti auguro di continuare cosi, splendida splendente.
Wow non mi aspettavo un così bell’apprezzamento, ti ringrazio davvero tanto, significa molto per me.
Sto cercando di migliorare con la scrittura, ma ho ancora molto da imparare, tuttavia questi commenti mi incoraggiano sempre di più ad andare avanti.
Le tue considerazioni sono sempre molto belle e interessanti, facendomi riflettere da un punto di vista diverso da quello iniziale. Il paragone con la citazione del Vangelo, per esempio, è qualcosa a cui non avevo pensato e che mi fa vedere la storia da una luce differente: sebbene il mio protagonista non sia minimamente degno di essere associato al Cristo, la scena e i personaggi possono ricordare, come hai detto te, quel tipo di situazione. L’uomo, se non è spinto da una forte volontà interiore, cambierà solo per quel poco periodo che rimane grato, quando poi il fatto viene dimenticato tornerà a comportarsi come è solito fare. Perciò questa alienazione del protagonista, che deriva da una realizzazione della natura umana, lo porterà ad abbandonali. È vero Ruwen si è sacrificato per loro, ma se avesse saputo cosa comportava tutto ciò avrebbe sicuramente aspettato che lo facesse qualcun’altro.
Tuttavia il sacrificio compiuto rimane e rimane anche ciò che ne ha significato per se stesso.
Se un giorno dovesse tornare al villaggio chissà se “troverà la fede”.
Ti ringrazio per questi spunti, così ragionati e attinenti, che mi fanno scoprire un mondo nuovo all’interno di quello presente.
Davvero molto interessante, grazie!
Anche io sono rimasto piacevolmente colpito dal tuo racconto, per la trama e per lo stile maturo e pulito. Non fermarti. Mai.
Ti ringrazio! Sono davvero contenta che tu l’abbia apprezzato.
Continuerò a scrivere e a cercare di migliorarmi sempre di più.
Grazie per il tuo sostegno!
Questo racconto mi ha molto colpito e intrigato. Il tuo stile pulito e semplice coinvolge il lettore fino alla fine, mantenendo alto l’interesse per la vicenda.
Credo che questo potrebbe essere il punto d’inizio di una serie, anche breve, per espandere meglio la trama e darle il respiro che merita.
Sono lieta che tu sia stato coinvolto, non ero certa di riuscire a portare a termine l’impresa con successo. Per quanto riguarda la possibilità di trasformare questo racconto in una serie, non sei il primo a suggerirmelo. Probabilmente, in futuro, dopo aver scritto altri racconti e migliorato ulteriormente la mia scrittura, potrei considerare di riprendere in mano la storia.
Grazie per il feedback, ho apprezzato molto!
Benvenuta Rachele su Open con un racconto ben scritto e che scava nell’animo umano con delicatezza e consapevolezza. Quasi una metafora il cuore vuoto, mentre attorno a noi le persone fagocitanti ci svuotano dentro. Hai affrontato un tema a mio avviso molto attuale, con grande delicatezza. Molto belle le descrizioni dell’ambiente e delle sensazioni del protagonista.
Ti ringrazio per la tua osservazione, Le tue parole riflettono esattamente l’intento che desideravo comunicare al lettore. Essendo il mio primo racconto, sono consapevole che c’è ancora molto da perfezionare, ma sapere che ti ha lasciato un’impressione positiva mi ha fatto davvero piacere!
“Gli uomini non conoscono sazietà.”
Credo di poter dire che il senso sia in questa frase… L’angoscia generata da ciò che non si conosce è molto vivida.
E’ vero. La paura dell’ignoto è un buon punto di vista in questa parte del racconto. L’uomo prova una profonda inquietudine e angoscia di fronte a ciò che non può comprendere o prevedere. Questa paura non è solo una manifestazione del nostro istinto di sopravvivenza, ma riflette anche una tensione esistenziale sui limiti della propria conoscenza.
Ti ringrazio per la riflessione; mi ha fatto piacere sapere che il racconto abbia suscitato il tuo interesse.