La Foresta Verde

Serie: Il figlio delle fate


NELLA PUNTATA PRECEDENTE: «Il nostro viaggio non è ancora terminato» disse l’automa, indifferente ai respiri affannati e agli sguardi confusi dei due bambini «siete pregati quindi di rimettervi in piedi e riprendere la marcia».

Campi aperti si estendevano a perdita d’occhio, un vasto terreno ondulato con verdi colline ricoperte di erba. Lungo il sentiero, recinzioni di legno delimitavano i campi coltivati, con fiori selvatici che crescevano lungo i margini.

Arturo e Martino continuarono a seguire Moderna mentre il paesaggio cambiava gradualmente. Notarono alberi sparsi lungo il percorso, segno che si stava entrando in una zona di transizione. Le colline diventarono leggermente più scoscese e il terreno iniziò a coprirsi di foglie secche e aghi di pino caduti dagli alberi circostanti.

Poco dopo, si iniziò a sentire il fruscio delle foglie degli alberi sopra di loro. La luce del sole filtrava tra le fronde, creando giochi di ombre e luci lungo il percorso. Il terreno si faceva più irregolare a causa delle radici degli alberi che emergevano dal suolo.

Capirono di essere ormai prossimi alla Foresta Verde quando l’aria iniziò a farsi più fresca e più umida. Gli alberi divennero sempre più alti e folti, formando una volta naturale sopra di loro, mentre il suono dei ruscelli e del canto degli uccelli si intensificava.

Il sentiero si restrinse, costringendoli a superare tronchi abbattuti e attraversare piccoli corsi d’acqua grazie a ponticelli di legno. Davanti a loro si stagliava una fila di alberi imponenti, con tronchi intrecciati e adorni di fiori dorati e argentati che sembravano emanare una luce propria.

I bambini ebbero un sussulto e rimasero a bocca aperta quando Moderna annunciò: «Siamo finalmente giunti a destinazione».

«Vuol dire che questa è la Foresta Verde?» chiese Martino.

Moderna confermò. Martino cercò allora di oltrepassare la catena di alberi, ma non ci riuscì perché qualcosa di invisibile lo tratteneva. L’automa spiegò il perché.

«La Foresta Verde non è circondata da mura imponenti come le città umane, ma è protetta da un incantesimo. Solo ai siticauni e ai loro protetti è permesso l’accesso.»

«Chi sono i siticauni?» chiese Martino.

Moderna rispose: «Sono gli abitanti della Foresta Verde, comunemente noti nel regno di Caturanga come fate».

Martino osservò Arturo, con i suoi capelli argentati che ondeggiavano leggermente al vento, le orecchie affusolate e gli occhi dai colori differenti ma ugualmente illuminati dalla luce dorata del sole.

Gli prese la mano e gli disse: «Forse, se tu ci accompagni, riusciremo a entrare».

Arturo appariva confuso e paralizzato dall’incertezza. Lasciò che Martino, dopo aver afferrato la sua mano sinistra, gli guidasse l’altra per fargli prendere quella gelida di Moderna. Poi il fratello minore gli chiese di avanzare, ma Arturo non riusciva a muoversi.

«Qual è il problema?» gli chiese Martino.

Arturo rispose: «Lì ci sarà lui».

«Lui chi?»

«Il vero Arturo» aggiunse il fratello maggiore, nel frattempo divenuto più pallido di quanto già non fosse «quello che non sarò mai io».

«E allora?»

«E allora tu non vorrai più avere a che fare con me perché avrai un altro fratello, il tuo vero fratello, che sarà sicuramente migliore di me.»

Martino guardò la catena di alberi che delimitavano il confine della Foresta Verde, poi i suoi occhi tornarono a posarsi su Arturo.

«A me non importa di avere un altro fratello. Tutto ciò che voglio è tornare a casa e vivere con te, il papà e, soprattutto, la mamma. Lo so che una volta mi hai detto che non desideravi più restare ad Asprapetra, però io spero lo stesso che, dopo questa avventura, torneremo a essere la famiglia di prima.»

Arturo fece un respiro profondo e si decise a varcare l’ingresso della Foresta Verde conducendo con sé suo fratello e l’automa.

Una volta all’interno, gli occhi di Martino fecero fatica a vedere la scena che gli si presentava davanti. Riuscivano a malapena a percepire la presenza di intricati fusti verdi e di una luce dorata che filtrava tra le fronde e ricopriva tutto di una patina brillante e chiarissima, che risultava, appunto, quasi accecante. Gli alberi, sempre più alti e imponenti man mano che si provedeva, erano disposti in modo ordinato, come se fossero le torri di una immensa città verde.

Avventurandosi sempre più in quel luogo, i tre viandanti iniziarono a percepire voci sussurrate, simili al fruscio delle foglie al vento. Si sentivano osservati, eppure intorno a loro non vedevano nessuno.

Un canto dolce e melodioso riempì l’aria. Alzando lo sguardo videro vari esseri, all’apparenza umani, posizionati sugli alberi. Non riuscirono a osservarne i volti, ma notarono i loro abiti luminosi e i capelli chiari e fluenti. Le creature cantavano in una lingua sconosciuta e le loro voci erano pure come il suono di un ruscello di montagna. Martino si fermò ad ascoltare incantato, incapace di comprendere la strana lingua, ma affascinato dalla melodia. Poi si rese conto che anche qualcun altro al suo fianco aveva iniziato a intonare lo stesso canto in quella lingua misteriosa.

Arturo fissava il sole, estasiato dai suoi raggi caldi e penetranti, mentre cantava con la sua voce delicata.

«Ma allora tu capisci quello che stanno cantando?» gli chiese Martino. Arturo non gli rispose, né distolse lo sguardo dal sole.

Fu invece Modena a spiegare il testo, che narrava del dialogo tra un giovane siticauno e una creatura celeste, la quale avrebbe voluto scendere sulla terra, ma temeva che la sua venuta avrebbe potuto sconvolgere i terrestri e non essere accettata.

I tre procedettero senza che nessuno cercasse di fermarli o di interrompere il loro passaggio. A un certo punto, però, sentirono qualcuno che non cantava ma pronunciava una strana parola.

«Miriaraicte!»

La voce si avvicinava sempre di più e continuava a ripetere quell’insolito vocabolo. Poco dopo, videro dei misteriosi fuochi fatui danzare tra gli alberi. Arturo, attratto dalla loro luce azzurrognola, decise di seguirli senza esitazioni. Martino iniziò a tallonarlo trascinando per un braccio Moderna.

I fuochi fatui sembravano condurli sempre più in profondità nella foresta, attraverso sentieri nascosti e radure segrete. Nel frattempo, la voce misteriosa continuava a chiamare: «Miriaraicte».

Arrivarono infine in una radura sul cui suolo erano poggiati dei sassi. Le pietre erano disposte a formare un simbolo con tre gambe incurvate che si irradiavano da un punto centrale e che si estendevano in direzioni diverse, creando una sorta di spirale tripla. In piedi, vicino alla composizione, c’era un’anziana ritta sul suo bastone di legno di quercia. La pelle della donna era radiante, ma presentava delle rughe sottili. I suoi capelli erano di un argento lucente e fluivano in onde morbide lungo la sua schiena. Indossava una lunga veste bianca intessuta con fili d’argento e decorata con motivi floreali.

«Miriaraicte» disse, rivolgendosi a Moderna.

Martino pensò che “miriaraicte” fosse il termine che i siticauni utilizzavano per indicare gli automi. Si permise di rispondere all’anziana: «Sì, lei Miriaraicte… lei però… amica».

L’anziana, che nel frattempo si era avvicinata al gruppetto, sollevò con le sue dita nodose una ciocca di capelli scuri di Moderna e la studiò.

Dopo aver osservato attentamente tutta la figura di Moderna sospirò e, nella lingua conosciuta anche dai tre visitatori, annunciò: «No, non è Miriaraicte».

Quindi, lo sguardo dell’anziana si spostò dapprima su Martino, poi su Arturo.

Gli occhi del ragazzino, leggermente abbassati, cercavano di sfuggire a quello sguardo indagatore che si stava soffermando un po’ troppo su di lui.

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