La grande discarica

Serie: Il figlio delle fate


NELLA PUNTATA PRECEDENTE: A Martino venne in mente un’idea. «No, dammi pure la tua scatola. Ci penso io.»

I grandi viali di Catalanotia erano lastricati di piastrelle lucide color cioccolato.

«Quando avrò abbastanza soldi, potrò permettermi tutti i dolci che desidero» disse Martino mentre Arturo lo seguiva senza convinzione.

Nel frattempo, sopra le loro teste, il corvo era ricomparso in volo.

«Allora» domandò Martino ansioso al volatile «sei riuscito a trovare ciò che ti ho chiesto?»

«Prova a svoltare nella seconda strada a destra e lo vedrai tu stesso» gli rispose il corvo.

Continuando il loro cammino, superarono una bottega da cui uscivano donne sorridenti di ogni età, tutte vestite con abiti che sembravano stranamente familiari a Martino.

Vedendo le loro immagini riflesse sulla vetrina della bottega, le signore si pavoneggiavano e si vantavano di essere improvvisamente diventate belle come la Duchessa. A quel punto Martino si rese conto che quegli abiti erano identici a quello indossato dalla nobildonna vista nella sfera la sera prima. Tuttavia, su quelle donne, l’abito non conservava la stessa grazia ed eleganza.

Svoltato l’angolo, Martino trovò finalmente quello che cercava: una bottega con un grosso cartello pensile di legno sul quale il corvo si adagiò. Sull’insegna c’era scritto “Antiquario”.

«Perché ci siamo fermati qui?» chiese Arturo sospettoso. Martino però non gli rispose.

Varcato l’uscio si ritrovarono in una piccola sala colma di anticaglie sparse qua e là: piccole sculture scolorite dal tempo, armi arrugginite, legate e accatastate in un angolo, arazzi polverosi, vecchi volumi rilegati dalle pagine ingiallite impilati sugli scaffali, vari oggetti di porcellana, legno, ferro e avorio lievemente logori e opachi, che contrastavano con le immagini delle merci dei viali, lucide e nuove di zecca, ancora vive nella mente di Martino.

«Buongiorno, in che modo posso servirvi?» chiese l’antiquario, un uomo anziano, esile e il cui viso era ingabbiato dalle ciocche bianche che spuntavano fuori da un insolito berretto.

Martino tirò fuori la scatola musicale dal suo sacco sotto gli occhi esterrefatti di Arturo.

«Quanto mi date per questa?»

L’anziano prese l’oggetto e lo esaminò rigirandoselo tra le mani, poi lo aprì. Ne uscì fuori la solita melodia ma con una nota mancante.

«È un po’ rovinato» disse Martino «ma come potete sentire, suona ancora».

«Tu quanto vorresti?» chiese l’uomo.

«Non so» rispose il bambino «il necessario per acquistare uno degli automi di Dedalo e, magari, anche qualcosa di gustoso da mangiare. Si sentono certi profumini invitanti per strada».

Arturo, che era rimasto in silenzio fino a quel momento, si avventò sull’antiquario e gli strappò la scatola dalle mani, urlando: «No, questa scatola musicale è mia e non sono disposto a cederla a nessuno».

Detto questo, il ragazzino si precipitò fuori dalla bottega.

Martino cercò di raggiungere suo fratello, facendosi strada tra la folla che non badava minimamente a lui, concentrata com’era nella ricerca di nuovi tesori da acquistare. Tuttavia Arturo era sempre stato un camminatore svelto e in quel momento si allontanava sempre più.

Fortunatamente, anche il corvo seguiva Arturo in volo, permettendo a Martino di individuare la macchia nera nel cielo e seguirla per trovare il fratello.

Ben presto, le strade vivaci piene di gente che si affrettava avanti e indietro tra gli edifici e la vociante atmosfera piena di energia e movimento cedettero il posto a un paesaggio più brullo. Qui vagavano unicamente animali randagi che fiutavano l’aria alla perenne ricerca di qualcosa.

Fu solo sul ciglio di un burrone che Arturo decise di fermarsi, permettendo a suo fratello di raggiungerlo.

«Ma perché te la prendi tanto?» disse Martino ansimando «È solo una vecchia cosa. Facciamo così, il nuovo giocattolo che comprerò non sarà solo mio ma lo condivideremo».

«No» rispose deciso Arturo continuando a voltargli le spalle e tenendo ben stretta la sua scatola.

Martino si spazientì e balzò addosso a suo fratello per strappargli dalle mani l’oggetto della contesa. Ne nacque un tafferuglio che il corvo cercò di placare, invitandoli più e più volte a calmarsi, ma i bambini non ascoltarono. L’uccello decise quindi di rialzarsi in volo, per poi tuffarsi su di loro e ghermirgli la scatola con il becco.

I due fratelli, colti alla sprovvista, persero l’equilibrio e rotolarono giù per il precipizio. Durante la discesa veloce e caotica, cercarono inutilmente di aggrapparsi a qualcosa per arrestare la caduta, mentre rocce e detriti sfrecciavano accanto a loro.

Per fortuna caddero su qualcosa di morbido e non si fecero molto male.

«È in momenti come questo che sono contento di non avere un olfatto sviluppato» disse il corvo.

Infatti, Martino e Arturo erano finiti su una fetida montagna di rifiuti. Entrambi fecero una smorfia di disgusto e iniziarono a scuotere i loro vestiti, sperando ingenuamente di non far aderire il cattivo odore su di loro.

Guardarono la mole di scarti ai loro piedi, un’immensa accozzaglia multicolore che digradava verso il nero man mano che scendeva in profondità.

«Guardate» disse Martino indicando dei secchi di latta ammaccati ai suoi piedi «con tutto questo alluminio potrei costruirne dieci di automi».

Il corvo discese dolcemente, piegando le sue ali, poi lasciò cadere la scatola musicale nelle mani di Arturo.

«E guardate anche questo» continuò Martino «questo vecchio disegno. Chissà quanti anni aveva il bambino che lo ha fatto. Dal modo in cui ci ha scritto sopra la parola “mamma”, direi non più di sei anni».

Arturo fissò quel disegno dai colori vivaci e dai tratti semplici: raffigurava chiaramente un bambino e i suoi genitori che si tenevano per mano vicino a una casetta.

«Tutti i disegni che ho fatto da piccolo, secondo te li ha buttati?»

«Chi?» chiese Martino.

«La mamma.»

Arturo aveva la testa china. La sua frangia nera copriva ancora di più gli occhi, mentre il resto dei capelli scuri iniziava a lasciare spazio a ciocche biondo pallido.

«Non lo so» rispose Martino «molti dei miei disegni sono riposti in un cassetto sotto il mio letto. Perché pensi che la mamma abbia gettato via i tuoi?»

«Forse perché non ho mai disegnato le cose che piacevano a lei. Pensandoci, non le ho neanche mai fatto un ritratto. Ho sempre e solo disegnato case e città.»

«Secondo me stai esagerando» disse Martino con un sorriso «come al solito, del resto. Quando avremo trovato la mamma, sarà lei stessa a dirti che fine hanno fatto i tuoi preziosi disegni. Scommetto che li ha usati per imballare gli alambicchi del suo laboratorio, quelli che non usa più».

«Veramente?»

«No, stavo scherzando.»

Ci fu un attimo di silenzio, poi Arturo decise di mettersi in movimento.

«Hai ragione, dobbiamo trovare la mamma. Non vale la pena perdere tempo qui.»

Scesero lentamente dalla collina di rifiuti, facendo attenzione a non inciampare. Una volta a terra, il corvo gli suggerì di dirigersi verso il vicino fiume Aftonia.

Mentre camminavano, Arturo intonò una canzoncina molto conosciuta ad Asprapetra, il cui testo parlava di una ragazza che, presa dalla lettura di svariati libri, si chiedeva se ci fosse vita su altri mondi e se avrebbe potuto trovare un senso o un rifugio lì. Le parole, familiari a Martino, lasciarono però gradualmente spazio ad altre che gli erano incomprensibili. Era come se Arturo stesse cantando in una lingua sconosciuta.

Serie: Il figlio delle fate


Avete messo Mi Piace3 apprezzamentiPubblicato in Fantasy

Discussioni

  1. Le ultime righe, Arturo che canta in una lingua sconosciuta, mi hanno affascinata non poco. Passata l’esaltazione, finalmente Martino ha modo di comprendere che ciò che ha a disposizione, nel caso della discarica gratuitamente, offre mille possibilità: creare è un atto divino.

  2. Sono contenta di essere riuscita a mettermi al pari nella lettura. Io che ultimamente faccio la lumaca 🙂 Bravo, ancora una volta. Adesso ti legge anche mia figlia che adora il genere e ha scoperto molti racconti interessanti qui su Open. Ti dirò cosa ne pensa!