
La leggenda dei figli delle fate
Serie: Il figlio delle fate
- Episodio 1: Il piccolo inventore di Asprapetra
- Episodio 2: La leggenda dei figli delle fate
- Episodio 3: Il corvo
- Episodio 4: Un compagno di viaggio inaspettato
- Episodio 5: Pantagruele
- Episodio 6: Gli estranei
- Episodio 7: Catalanotia
- Episodio 8: La grande discarica
- Episodio 9: Il circo
- Episodio 10: Carmuslio
- Episodio 1: I draghieri del re
- Episodio 2: La galleria di Catrefte
- Episodio 3: Sofolica
- Episodio 4: Nuova Flumenargia
- Episodio 5: Dedalo
- Episodio 6: Re Goffredo
- Episodio 7: L’antro delle invenzioni
- Episodio 8: Moderna
- Episodio 9: Agianicta
- Episodio 10: La Foresta Verde
- Episodio 1: Ferchiurem
- Episodio 2: L’isola di Sinilluarna
- Episodio 3: Il Mare delle Piogge
- Episodio 4: La bambina
- Episodio 5: L’indovinello
- Episodio 6: C’è una terra felice
- Episodio 7: Il nome
- Episodio 8: Ritorno ad Asprapetra
- Episodio 9: Amelia
STAGIONE 1
STAGIONE 2
STAGIONE 3
L’abitazione di Magistro Michele e Magistra Amelia era uno stanzone che prendeva luce dall’unica finestra presente vicino alla porta d’ingresso. La mobilia era semplice: tre letti, di cui uno grande a sinistra della stanza e due piccoli sulla destra, un tavolo un po’ rovinato al centro con quattro sedie e un caminetto in fondo alla stanza con una pentola di rame che pendeva sopra le ceneri di un fuoco ormai spento. Arturo era in un angolino della stanza, seduto curvo sul pavimento mentre costruiva delle torri con dei blocchi di legno, disponendole nello stesso ordine in cui le aveva disegnate poco prima su un foglio di carta. Dava le spalle alla porta e, assorto com’era nella sua attività, non si preoccupò di voltarsi quando si accorse dell’ingresso di Martino.
«Arturo, ma hai capito cosa è successo?»
Senza scomporsi, Arturo rispose di sì.
«E non hai niente da dire sulla faccenda?»
«No.»
«Ma non puoi stare lì a gingillarti con le tue costruzioni in un momento del genere!»
«E perché?»
«La mamma è sparita e io… ho tanta paura!»
Arturo rimase in silenzio, intento a sistemare con precisione l’ennesimo blocco su una pila di costruzioni. Esasperato, Martino si voltò per uscire nuovamente. A quel punto la voce inespressiva di Arturo tornò a farsi risentire.
«Non serve a niente andarla a cercare per le strade di Asprapetra. Tanto vale restare qui.»
Martino guardò fuori dalla finestra. Tutto quel traffico di anime in pena che continuavano a urlare spasmodicamente il nome di sua madre gli metteva ansia. Suo padre stava già vagando per il piccolo paese da un bel po’ e sicuramente, qualunque fosse stato l’esito delle sue ricerche, avrebbe voluto ritrovare almeno i figli al suo ritorno. Forse aveva ragione Arturo, meglio restare dentro casa.
Quella notte Martino non riusciva a chiudere occhio. Era steso sul suo giaciglio mentre fissava la fredda parete di pietra a cui i raggi lunari che entravano dalla finestra conferivano un vago colorito bluastro. Ogni suo più piccolo movimento faceva crocchiare la paglia che riempiva il materasso. Si voltò e vide suo padre che si era addormentato con la testa sopra il tavolo, seduto proprio di fronte all’uscio, forse nella speranza che qualcuno entrasse per dare buone notizie. Il bambino si rigirò e iniziò a stringere il cuscino, ripetendo a bassa voce: «Mamma, dove sei? Mamma perché te ne sei andata?».
All’improvviso sentì qualcosa che si avvicinava alla sua spalla, una mano dalle dita affusolate. Alzò la testa di scatto e vide Arturo, in piedi vicino al suo letto, con indosso un mantello nero e tra le mani il sacco da viaggio.
«Hai visto la scatolina con la saponetta e l’unguento per curare le ferite?»
«Cosa?» sussurrò Martino, «A cosa ti serve?».
«Preparo la borsa da viaggio come ci ha insegnato mamma: prima vestiti puliti, poi scatolina con sapone e unguento per le ferite, infine un po’ di cibo e una borraccia piena d’acqua. Non trovo però la scatolina.»
«Ma perché? Dove credi di andare?»
«A cercare la mamma.»
Martino sgranò gli occhi.
«Ma non eri proprio tu che dicevi che era inutile andarla a cercare?»
«Infatti è inutile cercarla per le strade di Asprapetra, perché non è più qui. Ah, forse so dov’è la scatola: nella bottega di papà che ieri si era ferito mentre lavorava. Gliel’avevo portata io stesso.»
Martino guardò quella sagoma scura uscire dalla porta di casa per dirigersi verso la bottega, sempre più frastornato. Il padre, invece, aveva talmente tanto sonno che non si accorse di nulla. Martino si alzò e decise di raggiungere suo fratello.
Entrato nella sala semibuia, rischiò di inciampare su uno dei tanti liuti stipati sui bordi del pavimento, in mezzo a un mucchio di arpe, trombe, flauti, cornamuse e tamburi. L’odore del legno e delle vernici usate pervadeva l’ambiente.
Martino guardava Arturo intento a rovistare frettolosamente gli arnesi del tavolo da lavoro.
«Ma vuoi finalmente spiegarmi che cosa sta succedendo?» chiese Martino bisbigliando al suo fratello maggiore.
«No, non ho voglia. Sono troppo impegnato al momento. Ah, eccola, l’ho trovata.»
Mentre Arturo si accingeva a inserire la scatola nel suo bagaglio, Martino si lasciò prendere da un impeto di rabbia e si gettò su suo fratello, cercando di togliergli dalle mani l’oggetto appena ritrovato.
Alla fine il minore, mordendo leggermente le dita di Arturo, riuscì ad avere la meglio ed esclamò: «Bene, adesso mi spieghi tutto. Perché dici che mamma non è più ad Asprapetra?»
«Perché è andata a cercare suo figlio.»
Martino credette di sognare, perché proprio non riusciva a cogliere una logica in quello che stava accadendo e nella risposta di suo fratello.
«Arturo, tu devi esserti completamente rincitrullito. Ma di quale figlio parli? Noi siamo qui.»
«No, tu sei qui. Mamma è andata a cercare l’altro figlio.»
Mentre suo fratello lo fissava stralunato, Arturo proseguì: «Quello che non sono io.»
Martino si sentiva sempre più confuso. Non gli piaceva essere preso in giro, soprattutto non in un momento come quello.
«Smettila di dirmi sciocchezze!» ringhiò al fratello.
«Non sono sciocchezze», rispose con la solita calma Arturo, «ricordi quella storia che ci raccontava spesso papà, quella che alla mamma dava fastidio?»
«Intendi quella delle fate che rapiscono i bambini e li sostituiscono con i loro figli?»
«Esattamente.»
Martino ebbe un attimo di esitazione, poi aggiunse: «Non mi dirai che credi di essere un figlio delle fate. Questa è bella! Anzi, tra tutte le idiozie che hai detto nella tua vita, questa è la più stupida. Adesso smettila di fare lo sciocco e andiamo a dormire».
Arturo non si mosse. Con la voce cupa disse: «Tu non mi capisci, non puoi capirmi, perché questa sorte non è toccata a te. Ma la mamma lo sa, l’ha sempre saputo. Ora è andata a riprendersi il vero Arturo nella Foresta Verde, dove vivono le fate. Però da lì non è facile che lei riesca a tornare indietro. O almeno questo è il mio presentimento».
Arturo sistemò meglio le sue cose nel sacco e poi proseguì: «Ho deciso di andarla a cercare. Tanto, anche se non risolvessi niente, cosa ci faccio qui? Io non c’entro niente con questo posto, non sono come gli altri che vivono qui e non lo sarò mai».
Detto questo, si avviò nuovamente verso la casa con passi furtivi.
Il padre aveva leggermente cambiato posizione sul tavolo, ma era ancora profondamente addormentato, lo si capiva dal suo russare. Martino guardò suo fratello prendere le ultime cose da mettere nel sacco e cominciò a sentirsi in apprensione per lui.
Anche se Arturo era più grande di tre anni, non era mai stato un ragazzino molto sveglio. L’idea di immaginarselo vagare da solo per il mondo, senza aiuto e senza guida, lo angosciava più della scomparsa della madre. Avrebbe potuto svegliare il padre, che sicuramente gli avrebbe impedito la fuga e avrebbe a sua volta bollato le dichiarazioni del figlio maggiore come sciocchezze. Eppure Martino sentiva che c’era un fondo di verità nelle parole di suo fratello.
In effetti Arturo aveva sempre avuto un aspetto particolare, con il suo pallore e le sue orecchie leggermente a punta. Spesso Martino aveva avuto l’impressione che la madre preparasse periodicamente nel suo laboratorio degli intrugli viscidi e puzzolenti con cui intingeva i capelli di suo fratello, e lo faceva quando sulla testa di Arturo cominciavano a comparire delle ciocche argentee.
A quel punto si sentiva quasi certo che, se lui e Arturo volevano trovare la madre, avrebbero dovuto affrontare quel viaggio assurdo e avrebbero dovuto affrontarlo insieme.
Scrisse alla luce della luna un biglietto per il papà in cui si scusava per averlo lasciato solo, rassicurandolo che presto lui e Arturo sarebbero ritornati a casa con la mamma. Poi mise velocemente dei vestiti puliti e dei viveri nel suo sacco di cuoio e raggiunse Arturo che aveva già iniziato ad avviarsi fuori di casa.
«Arturo, aspetta» disse Martino ansimando per la corsa «come sai che la mamma è andata proprio nella Foresta Verde?»
«Non lo so» rispose Arturo «lo sento».
Serie: Il figlio delle fate
- Episodio 1: Il piccolo inventore di Asprapetra
- Episodio 2: La leggenda dei figli delle fate
- Episodio 3: Il corvo
- Episodio 4: Un compagno di viaggio inaspettato
- Episodio 5: Pantagruele
- Episodio 6: Gli estranei
- Episodio 7: Catalanotia
- Episodio 8: La grande discarica
- Episodio 9: Il circo
- Episodio 10: Carmuslio
Grazie all’incipit, sono riuscita ad immergermi nella tua storia d’immediato. Merito di una prosa lineare e viva, che riesce a far entrare il lettore nella vicenda rendendolo partecipe. Seguirò molto volentieri le vicende di Martino e Arturo, non vedo l’ora di addentrarmi nella Foresta Verde.
Grazie!
Leggere questa serie è stata una piacevolissima sorpresa. Era il minimo che potessi fare per ricambiare l’autrice che mi ha voluto dedicare la sua attenzione nel commentare alcuni miei testi.
Ed ecco però che, trovarsi di fronte a tanta maestria, travalica e di molto la cara, vecchia gratitudine. È stato sorprendente restare incantato da un genere che, normalmente, trascuro. Una cosa analoga mi è accaduta con @ChocolateStreet-11 .
Faccio i miei complimenti per una scrittura accattivante, molto ben condotta nei dialoghi e nel narrato. L’impressione che ne ho ricavato è stata quella di un tocco leggero, sempre calibrato con attenzione. Complimenti, non se ne trovano molti in giro.
La trama merita un’attenzione tutta particolare. Nella favola c’è nascosto un sentimento adulto mi sembra, ed è quello di una madre… forse mi sbaglio, non so. Il sapore che se ne ricava è agrodolce, ancor più evidente se pensiamo all’inversione di ciò che normalmente ci attenderemmo: ma qui è il figlio che va alla ricerca della mamma.
Mi ha colpito inoltre la pacatezza di Arturo. Riuscire a dare questo taglio al personaggio bambino consente all’autrice di giustificare la teoria che lui sia davvero il figlio di una fata. Ed è è tutto tranne che facile trovare il giusto equilibrio in questo aspetto così fondamentale.
Non mi aspettavo così tanto: lo confesso e ne sono davvero felice, anche per il valore dei commenti ricevuti che, a questo punto, riesco a valutare in tutta la loro caratura. 18k.
Ma grazie per questo bellissimo commento! 🙂
“Nella favola c’è nascosto un sentimento adulto mi sembra, ed è quello di una madre…”: la tua intuizione è giusta, lo ammetto.
Spero di fare un buon lavoro anche con i prossimi episodi.
Grazie mille per i complimenti! 🙂
Sempre più accattivante e interessante questo racconto. Particolarmente riuscita, a mio avviso, la caratterizzazione dei personaggi. In quella casa, sembra di starci.
Ah, cara/o Restless, com’è immersivo il tuo racconto. Si spoglia di qualsiasi definizione di genere e ti fa desiderare che ci sia ancora qualocosa da leggere. Davvero complimenti.
“crocchiare”
termine piacevolissimo