L’antro delle invenzioni

Serie: Il figlio delle fate


NELLA PUNTATA PRECEDENTE: «Va bene» replicò Martino «questa partita non vi ha emozionato. Però noi abbiamo accettato di giocare. Adesso, se ci fate la cortesia di ascoltarci, avremmo una richiesta da fare…» «No, giovanotto» disse il re allontanandosi «non aggiungere altro tedio a quello che già sto provando».

«Mi dispiace per quello che è successo» disse Dedalo mentre guidava il suo carro attraverso la campagna. Nella parte posteriore, al posto del cavaliere automa, erano seduti Martino e Arturo con gli abiti mezzi lerci di fango.

«Non è colpa vostra» rispose Martino «a me dispiace solo che il re non ci abbia voluto ascoltare».

Dedalo si concentrò sulla strada, ma la curiosità non lo abbandonava.

«Ma a proposito,» chiese il vecchio inventore «cosa avevate di tanto urgente da chiedere a sua maestà?»

Martino guardò Arturo, poi prese fiato e si decise a parlare: «Qualche giorno fa la nostra mamma è scomparsa dalla nostra città e nessuno sembrava saperne niente. Mio fratello Arturo sa dove è andata…»

«Sì, ma non mi va di parlarne» lo interruppe Arturo «quindi non chiedetemi niente».

Martino lanciò un’occhiataccia a suo fratello, poi proseguì: «Così abbiamo deciso di preparare dei sacchi con cibo e altre cose utili e ci siamo messi in cammino per cercarla».

L’inventore li guardò con un’espressione intenerita.

«Siete due coraggiosi piccoli esploratori. Ma ricordate, la ricerca può essere difficile. Dovreste farlo insieme agli adulti. Dov’è vostro padre?»

Martino abbassò lo sguardo.

«Papà è rimasto ad Asprapetra. Si sarà certamente arrabbiato quando avrà scoperto che eravamo andati via. Però noi dobbiamo assolutamente trovare la mamma.»

Dedalo annuì.

«Capisco quanto vi preoccupiate per vostra madre. Ma non potete affrontare questa ricerca da soli. Forse dovreste tornare a casa e lasciare che siano gli adulti a cercare la vostra mamma.»

Arturo rispose seccamente che non si poteva.

«Forse è meglio se ne riparliamo un’altra volta» disse Dedalo «oggi siete ospiti a casa mia, così potrete riposarvi e fare un pasto nutriente».

La casa di Dedalo era un rifugio dallo stile rustico, con pareti in pietra e un tetto spiovente coperto di muschio.

«Benvenuti nel mio antro delle invenzioni» annunciò Dedalo mentre introduceva i due fratelli in un giardino abbondante di piante che loro non avevano mai visto prima. Intorno all’edificio, piccoli automi di latta scintillante si muovevano in modo sincronizzato, eseguendo compiti come annaffiare le piante, pulire e raccogliere erbe e ortaggi. Martino era strabiliato, mentre Arturo si toccava la pancia da cui si iniziava a sentire un brontolio sommesso.

All’interno, la casa era colma di strani marchingegni dagli ingranaggi bene in vista e fiale colorate. Un laboratorio occupava gran parte dello spazio, con tavoli disseminati di strumenti alchemici, calderoni fumanti e libri dall’aspetto antico. Gli automi più grandi si trovavano qui, occupati a miscelare sostanze.

All’ora di pranzo, i due fratelli e l’inventore sedettero a un tavolo ornato con piatti d’argento. Degli automi che si spostavano per mezzo di piccoli ruote servirono loro piatti fumanti con coperchi colorati che si aprirono rivelando zuppe dorate, asparagi con salse dalla consistenza vellutata, mirtilli, biscotti a base di mais e miele e altre prelibatezze. Mentre si godevano il pasto, Dedalo chiese ai bambini di raccontargli della loro mamma.

«Nostra madre era la donna più pignola del mondo» spiegò Martino «stava sempre a dirci di riordinare le nostre cose e di fare i compiti che ci assegnava la nostra maestra».

Arturo annuì.

«Hai ragione, Martino. E sai cosa mi faceva arrabbiare? Quando urlava per le piccole cose, sembrava che volesse farci diventare matti!»

«Hai ragione Arturo, quando sapevo di averla combinata grossa, correvo a nascondermi nel retro della nostra casa per non sentire le sue ramanzine. Mi illudevo di farla franca, ma alla fine mi scovava sempre.»

Arturo rise a crepapelle e poi cercò di imitare la voce irata della mamma.

«Bambini disobbedienti, quante volte vi devo ripetere che non dovete allontanarvi da casa senza il permesso di mamma e papà!»

A un certo punto, però, le risate si spensero e lasciarono spazio a espressioni tristi.

«Però non era sempre severa con noi» disse il fratello maggiore «mi ricordo delle volte in cui mi teneva stretto quando ero malato, leggendo storie finché non mi addormentavo. E che dire di quella volta che ha costruito un finto drago di legno e paglia per farci giocare a far finta di essere il draghiere Tommaso?»

Detto questo, Arturo si alzò da tavola e si allontanò.

«Il pasto non è di tuo gradimento?» chiese Dedalo preoccupato.

«No, era buono» rispose Arturo tirandosi più giù il copricapo «è solo che non ho più fame».

Quel pomeriggio Martino, con gli occhi spalancati dalla meraviglia, si trovava nel laboratorio di Dedalo e guardava con stupore gli ultimi automi che l’inventore aveva creato. Alcuni di essi ondeggiavano con grazia nell’atto di inscenare una danza, altri suonavano piccole melodie con un organetto mentre altri ancora scandivano il ritmo percuotendo dei tamburi e giravano la testa a destra e a sinistra. Martino aveva quasi l’impressione che i loro occhi vitrei lo guardassero e percepissero la sua presenza.

Nel frattempo, Arturo si trovava in un angolo tranquillo della stanza. La sua espressione era triste mentre concentrava la sua attenzione su un foglio bianco. Con mano delicata e occhi colmi di nostalgia, stava disegnando qualcosa. Non era però uno dei soliti bozzetti delle sue città immaginarie, bensì un ritratto femminile delineato con molta precisione. Martino riconobbe, in quel volto dalla pelle chiara e dagli occhi profondi e argentati, le fattezze di sua madre.

Quella notte i due fratelli poterono finalmente concedersi un bagno caldo e rifugiarsi in una camera da letto accogliente. Con un sospiro di sollievo, caddero esausti sui loro giacigli e si avvolsero in coperte soffici e tiepide.

Mentre la notte si faceva sempre più buia, il suono del vento fuori dalla finestra li cullava dolcemente. Tuttavia, Arturo non riusciva ad addormentarsi. Con voce inquieta, sussurrò: «Che rumore è questo?»

Martino, gli occhi ancora semichiusi, cercò di tranquillizzare suo fratello.

«Niente, Arturo. È solo la tua solita immaginazione. Per favore, cerca di dormire e lascia dormire anche me.»

Arturo scosse la testa, incapace di placare le sue preoccupazioni.

«No, non riesco a dormire. Ci sono dei rumori che mi infastidiscono.»

Seccato dalla situazione, Martino si sedette sul letto, pronto a reprimere l’agitazione di suo fratello scagliando il cuscino contro di lui. A un certo punto, però, cominciò a percepire anche lui strani rumori provenienti da un’altra stanza della casa. Un misto di sferragliamenti e sibili meccanici.

Martino si alzò silenziosamente e andò verso la porta. Arturo si unì a lui e insieme si avvicinarono al corridoio.

Le luci erano spente, ma una fessura illuminata proveniva dalla porta leggermente socchiusa del laboratorio di Dedalo. Spingendo la porta con estrema cautela, videro l’anziano inventore che lavorava con fervore alla creazione e all’assemblaggio di complicati dispositivi meccanici.

Dopo aver osservato Dedalo per un po’, i bambini decisero di ritirarsi nella loro stanza.

«Chissà cosa sta costruendo Dedalo» sussurrò Martino trasportato dall’eccitazione «non vedo l’ora di scoprire di cosa si tratta».

Questa volta era lui che non riusciva a stare fermo nel suo letto. Si girava di continuo, sbuffando e sussurrando nell’oscurità della stanza. Iniziò a mormorare tutte le sue congetture circa la nuova invenzione che stava per uscire dal laboratorio di Dedalo, finché un cuscino volante non colpì la sua fronte, zittendolo sul colpo.

«Ecco, adesso sono io che voglio dormire, e tu mi stai disturbando» brontolò Arturo.

Martino si strofinò la testa, poi si girò verso suo fratello.

«Scusa, Arturo. Hai ragione, dobbiamo dormire.»

Arturo sorrise soddisfatto e annuì. Quando chiuse finalmente gli occhi e la stanza tornò alla quiete, anche sulla sua testa fu scaraventato un cuscino.

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