L’indovinello

Serie: Il figlio delle fate


NELLA PUNTATA PRECEDENTE: Quando Martino e Arturo notarono che il cavallo si avvicinava al suolo, videro davanti a loro uno strano edificio. Le sue finestre superiori, alte e strette, sembravano proseguire all'infinito, creando una serie di scale che sembravano salire verso l'infinito.

Le pareti della casa della bambina erano dipinte con colori pastello: ovunque era un susseguirsi di rosa tenue, celeste, verde pallido e giallo delicato. Ogni spazio era ricco di immagini che sembravano emerse da sogni infantili e che davano l’impressione di prendere vita attraverso le piante rampicanti che pendevano dal soffitto. Quadri animati di creature fantastiche, uccelli magici e alberi parlanti adornavano ogni stanza.

La cucina, in particolare, era un laboratorio di pozioni culinarie, con pentole e padelle che si muovevano da sole per preparare deliziosi piatti.

Inoltre, la bambina aveva quello che lei definiva il suo giardino d’inverno, ovvero una stanza speciale coperta da un soffitto fatto di un materiale vibrante e trasparente, simile alla membrana delle bolle di sapone. Attraverso esso, la luce del sole filtrava e creava giochi di luce e ombre sul pavimento che davano risalto alle vivide viole del pensiero, ai teneri bucaneve e pallidi ellebori. Al centro del giardino faceva capolino un piccolo stagno dalle acque torbide su cui si ergevano fiori di loto dalle sfumature delicati. Le piante acquatiche riempivano l’ambiente di una dolce e tenue fragranza che dava un effetto quasi soporifero. In tutta l’abitazione erano presenti lampadari e candele galleggianti da cui si sprigionava una fortissima luce, simile a quella che pervadeva l’abitazione di Ferchiurem.

Nella piccola sala da pranzo non si poteva fare a meno di notare un orologio a pendolo dalle lancette dorate, che scandiva il tempo e faceva sentire i suoi ticchettii e i suoi rintocchi in tutto l’edificio.

I due ragazzini erano affascinati da quella casa, che ricordava le illustrazioni dei libri di fiabe che la loro madre gli leggeva la sera prima di andare a dormire, quando erano ancora molto piccoli. Incuriosito, Martino chiese alla bambina come fosse stata costruita un alloggio così incredibile.

«Questa casa non è stata costruita» rispose con saccenteria la bambina «ma è stata creata con le mie arti magiche».

Martino, stupito, esclamò: «Vuoi dirmi che hai fatto tutto da sola? E hai usato la magia per creare tutto questo? Non ci credo, tu mi prendi in giro».

La bambina rispose piccata: «Cosa vuoi insinuare, che non sono capace di fare una cosa del genere? Ora ti mostrerò come funziona».

Dopodiché, prese la sua bisaccia, piena di una polvere luccicante, e si avvicinò a delle rocce nel giardino. Pronunciò una strana formula magica e poi lanciò una manciata di quella strana polvere sulle pietre.

Di fronte agli occhi sbalorditi di Martino e Arturo, le rocce iniziarono a brillare intensamente. Poi, si trasformarono in una cascata di fiori dai colori vivaci, che cadde in un flusso iridescente.

«Visto?» disse la bambina «Con le mie arti posso trasformare la materia grezza in qualcosa di straordinario. Posso dare vita alla magia ovunque».

Una volta rientrati, Martino si rivolse nuovamente alla bambina.

«Devi essere felice di vivere qui con la tua famiglia.» 

La bambina si fermò un attimo e sorrise con un briciolo di ironia.

«In realtà, non vivo qui con la mia famiglia, né con nessun altro. Anzi, mi sono trasferita qui apposta per stare sola, senza scocciatori tra i piedi.» 

Martino rimase interdetto dalla risposta della bambina, poi aggiunse: «Non capisco come fai a non sentire la mancanza degli altri. Perfino quel solitario di mio fratello farebbe fatica a stare tanto tempo senza nessuno della sua famiglia».

La bambina sollevò le sopracciglia con un lieve accenno di smorfia, mentre Arturo osservava la scena di sottecchi.

«Ad ogni modo» proseguì Martino «siamo fortunati ad averti incontrato e a essere i tuoi ospiti oggi. Grazie per averci invitato qui nella tua casa». 

La bambina annuì con un mezzo sorriso e li condusse al tavolo della sala da pranzo, che era già apparecchiato con piatti e posate fatte di uno strano materiale lucido, simile alla ceramica, ma meno duro. Martino, affamatissimo, si affrettò a sedersi al proprio posto, mentre Arturo, ancora apparentemente guardingo, procedette con lentezza.

Durante tutto il pranzo, la bambina mantenne un’espressione visibilmente seccata.

«Mi chiedo cosa state facendo qui» disse con tono distante «non sembrate certo come i tipi di creature che amano la solitudine dell’isola di Sinilluarna».

Martino guardò con la coda dell’occhio i piatti di suo fratello. Arturo aveva toccato a malapena il saporito panino ripieno di formaggi odorosi e verdure dai colori vivaci. Era troppo preso a fissare la sua immagine riflessa sulla superficie del té dentro la sua tazza.

«Beh» aggiunse Martino con cautela «qui ci siamo finiti perché speravamo di trovare aiuto».

«Aiuto per cosa?» chiese la bambina.

«Vedi» disse Martino «stiamo cercando nostra madre».

La bambina non commentò, troppo impegnata com’era a trangugiare una grossa fetta di torta dalla glassa bianchissima e puntellata con pezzi di fragola dal rosso sgargiante, messo gentilmente sotto il suo naso da un piatto volante.

Arturo si decise finalmente a intervenire.

«Tu sei una fata, vero? Voglio dire, una siticauna.»

«Che perspicacia» commentò ironica la bambina mentre continuava a masticare la sua porzione di dolce.

«Perché non vivi con i tuoi simili?» le chiese Arturo.

«Potrei chiederti la stessa cosa» fu la risposta della bambina.

«Io ho sempre vissuto tra gli umani, ad Asprapetra» aggiunse il ragazzino «è stato difficile per me, perché lì nessuno mi era simile e dovevo sempre cercare di adeguarmi, almeno così diceva mia madre».

La bambina si fermò un istante, abbassando il coltello color lavanda con cui stava tagliando la torta. I suoi occhi argentati si posarono sul quadrante dell’orologio a pendolo, come se cercassero di leggere attraverso le lancette in movimento una possibile risposta.

«Una volta credo di aver conosciuto qualcuno che mi diceva di non badare al giudizio degli altri. Lui mi voleva bene e mi accettava per quello che ero. Però, se provo a figurarmi il suo volto, nella mia mente non vedo altro che oblio.»

Il rintocco dell’orologio che segnava l’una sembrò ridestarla da quel ricordo e riportarla alla sua solita asprezza. Fissò Martino e Arturo con uno sguardo dapprima critico, poi stranamente luminoso, come se avesse avuto improvvisamente un’idea brillante. Con un sorriso malizioso, disse: «Vi piacciono gli indovinelli?»

«A me sì, tanto» rispose Martino con la bocca ancora piena dell’ultimo boccone di torta «ad Asprapetra ero un fenomeno con gli indovinelli».

«Ne ho uno per voi, allora. Se riuscirete a risolverlo, vi aiuterò nella vostra ricerca. Ecco il mio enigma: camminano di notte, camminano durante il giorno. Vanno sempre avanti, non tornano mai indietro. Alla fine, non vanno da nessuna parte. Cosa saranno mai?» 

Martino e Arturo si scambiarono uno sguardo perplesso. Mentre Martino rifletteva su ogni parola, la bambina li osservava con un’aria di sfida.

Dopo un po’, Martino ricordò di aver già udito quell’indovinello e di averne già scoperto la risposta in passato. Si spremette le meningi, poi la soluzione balzò nella sua mente ed esclamò: «Lo so! Sono le ore!»

La bambina annuì senza però far trasparire un minimo di entusiasmo.

«Esatto. Le ore vanno sempre avanti e non vanno da nessuna parte. Eppure non tornano mai indietro.»

La bambina fissò nuovamente le lancette dell’orologio e ne seguì il movimento ipnotico, poi si ridestò e si alzò da tavola.

«Va bene, avete superato la mia piccola prova.»

«Allora ci aiuterai?» chiese ansioso Martino.

«Non così in fretta» rispose la bambina «sono le tredici e tredici. A quest’ora io devo dare da mangiare alle mie amate piante carnivore».

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