
Occhio X Occhio
Nella città stretta nella morsa della paura e del caos, la criminalità imperversava da anni come malattia senza cura; furti, aggressioni e omicidi si erano moltiplicati senza sosta, e i cittadini sopravvivevano in una costante tensione, quasi assuefatti a dover anch’essi, prima o poi, diventarne vittime.
Le riforme del passato, basate su ideali di redenzione e recupero, si erano dimostrate inutili e deboli, partorendo una generazione di delinquenti convinti dell’impunità.
In quel momento oscuro, una figura implacabile si era fatta largo tra i social più seguiti: una donna, battezzata sul web come l’Arbitro, era riuscita a prendere il controllo del sistema giuridico statale e approvato una legge che avrebbe cambiato tutto.
L’Arbitro, dal volto scolpito e dallo sguardo imperturbabile, aveva conosciuto la sofferenza, aveva visto con i propri occhi le vite distrutte dal crimine e dall’insicurezza. Era certa che per costruire una società forte e coesa non bastassero parole o promesse. Aveva deciso di fare qualcosa di più audace: dopo essere stata eletta iniziò a scardinare con facilità il potere costituito per introdurre la sua visione di giustizia: per ogni reato commesso, ci sarebbe stata una pena identica e proporzionata al danno causato. Questa legge non guardava più al background o alle attenuanti dei criminali, ma solo alla garanzia di un castigo analogo al misfatto.
In poco tempo, il Paese si trasformò. Il timore delle conseguenze di questa nuova linea giuridica era diventata un potente deterrente per i malviventi. I cittadini potevano finalmente camminare per strada senza timore, sapendo che chiunque avesse infranto la legge avrebbe ricevuto una terribile punizione.
Non tutti, però, erano propensi ad accettare il nuovo dogma. C’erano quelli che vedevano in questa legge una vera e propria tirannia, una mera vendetta; tra loro Luca, un giovane reporter idealista, e sua sorella Maria, una fervente attivista. Entrambi provenienti da una famiglia cresciuta nell’idea riformista, nella possibilità di redenzione e nella speranza di una società in cui ogni reato fosse soppesato con moderazione e pietà.
Luca scriveva articoli contro il sistema dell’Arbitro, cercando di dimostrare quanto fosse disumana la sua opera. Maria, dal canto suo, radunava qualche sparuto sostenitore nelle piazze, diffondendo messaggi di ribellione.
Una notte, Luca ricevette una soffiata: l’Arbitro stava al vecchio tribunale; la tentazione di confrontarsi direttamente con la nemica di sempre, di guardarla negli occhi e sfidarla, era troppo forte.
Si avviò guardingo verso l’edificio.
Quando entrò, il silenzio pareva assordante con i corridoi deserti, illuminati da una luce fioca e tremolante. Troppo facile, pensò, ma l’insopprimibile voglia di un insperato incontro lo fece avanzare con irriflessivo coraggio. Scorse una porta dalla quale proveniva una luce. Con il cuore in gola, la aprì e si trovò davanti una donna seduta di spalle dietro una vecchia scrivania: si voltò lentamente con lo sguardo privo di emozione. Luca ne notò il volto segnato dalle battaglie del passato e dal peso della responsabilità.
“Benvenuto, Luca” anticipò l’Arbitro con voce calma e glaciale. “Sapevo che prima o poi saresti venuto. Vuoi confrontarti con me, vero? Vuoi carpire il mio credo per poi distruggerlo? È questo lo scopo della tua lotta, vero?”
Luca non esitò. “Voglio capire perché ti ostini a perpetrare questa ingiustizia. La tua legge è pura ritorsione. Tu non ripari nulla, non risani, non aiuti nessuno. Fai solo soffrire.”
L’Arbitro sorrise con una smorfia fredda e tagliente. “Sono davvero così ingiusta? La mia legge è l’unica forma di moralità che questo Paese abbia mai conosciuto. Prima di essa, ognuno pensava di poter farla franca, di trovare scuse per i propri crimini. Ora sanno cosa li aspetta. Questo è il vero ordine.”
“Non è ordine, è paura” ribatté Luca con veemenza. “Persone disperate vengono punite come criminali senza cuore. Quanti ancora devono soffrire per questa mattanza?”
Gli occhi dell’Arbitro si aprirono scintillanti di una luce sinistra: “Chi infrange la legge deve conoscerne le conseguenze. La vera giustizia non guarda in faccia nessuno, Luca. Non può essere misericordiosa, perché la misericordia è il pertugio dentro cui si insinua il germe della disonestà”.
In quel momento, la porta alle spalle di Luca si aprì ed entrò Maria, spinta da due uomini armati. Era riuscita a trovare il fratello grazie a un messaggio cifrato che lui le aveva inviato prima di partire.
“Arbitro” riuscì a gridare Maria con tono duro “la tua legge ha fatto abbastanza danni. La nostra Nazione ha bisogno di giustizia vera, non di una tirannia.”
L’Arbitro la guardò con commiserazione e disprezzo. “Maria, la tua idea di giustizia è pura fantasia. Le persone desiderano regole, qualcuno che le diriga nel giusto cammino. L’anarchia è l’incarnazione di quel male che declama la libertà ma che crea solo violenza. La tua ipocrita pietà per gli assassini, i delinquenti, i violentatori è ciò che ha permesso alla criminalità di crescere in passato. Io ora finalmente ho potuto porre fine a quel disastro.”
Luca strinse i pugni. “Non puoi continuare così. Le nostre città non saranno mai libere. Vivranno sempre sotto la scure del terrore. Il nostro movimento ti rovescerà e metteremo fine a questo incubo.”
A quelle parole, l’Arbitro fece un cenno alle guardie, che in un attimo costrinsero Luca e Maria a inginocchiarsi davanti a lei, con la testa china.
“Voi avete cercato di destabilizzare un sistema voluto dalla gente, la stessa gente che per troppi anni aveva acclamato ideologie buoniste cariche di umanità; belle idee che, col tempo, si sono infrante dinnanzi all’impossibilità di rendere reali quei fantastici propositi. Ci hanno creduto, hanno lottato per questo, con ogni mezzo, ritrovandosi poi ad utilizzare la stessa violenza che avevano condannato. Intrisi di ipocrisia, si sono poi sentiti in contraddizione e, finalmente, dopo decenni della loro bramata democrazia, hanno compreso che la libertà che osannavano non poteva che trasformarsi in caos. Ora sono con noi, sono dalla giusta parte e insieme a me commineranno ora la pena per voi due, ragazzi ingenui ed idealisti”.
Le guardie condussero i due fratelli verso la piazza, dove la gente si stava radunando, attratta dai rumori e dalle voci che correvano tra le strade.
A Luca e Maria venne messa una maschera in volto che impedisse loro di parlare e con quella avrebbero trascorso un periodo indefinito che sarebbe cessato solo quando si fossero entrambi convinti dei loro errori concettuali.
Il sistema non lasciava spazio a deroghe, né a interpretazioni ambigue. Quella legge così algebricamente spietata continuò a vivere sotto la guida dell’Arbitro e i crimini divennero sempre più rari come reliquie di un passato oscuro.
Alcuni irriducibili sostenitori di Luca e Maria, dalla latitanza provarono timidamente a chiedere al sistema di tener, almeno in parte, conto delle circostanze e dei possibili margini di errore, nel decretare le pene.
Queste richieste raggiunsero l’Arbitro, che dall’alto della sua magnanimità, in breve tempo, prese una decisione epocale: istituì un giudizio di primo grado che concedesse a ogni imputato la possibilità di difendersi; in questa fase, i giudici avrebbero potuto esaminare le circostanze dei reati, i contesti, le motivazioni. Gli innocentisti potevano così presentare le loro ragioni, i loro argomenti, e provare a ottenere una forma di comprensione della storia di ciascun imputato.
La città si divise. Da un lato, molti accolsero questa notizia come un passo verso una giustizia più “umana”; dall’altro, i sostenitori dell’Arbitro temevano che la nuova fase processuale potesse ammorbidire il sistema e tornare di fatto a essere succubi di quel garantismo che aveva finito per graziare criminali incalliti.
Ma l’Arbitro, con la sua fredda saggezza, aveva già previsto tutto.
Dopo la sentenza di primo grado, ogni decisione poteva essere cassata in secondo grado, che la donna stessa presiedeva. Quella restava l’ultima, insindacabile parola.
I dissidenti, scoraggiati e delusi, capirono che non c’era modo di modificare l’esito finale. L’Arbitro aveva concesso loro una fase di dibattito, ma solo per dimostrare che, alla fine, la sua visione di giustizia doveva rimanere indiscutibile e inalterata.
In pochi mesi, i sempre più rari oppositori cessarono a poco a poco di sognare un sistema più compassionevole, finendo per convincersi stremati dai ripetuti slogan della propaganda che risuonavano per la città in questo modo: “Non siamo stati noi, non è stato l’Arbitro a decidere cosa fosse più giusto per gli uomini di questa Terra; sulla Bibbia stessa leggiamo: ‘se qualcuno procurerà una lesione al suo prossimo, si dovrà fare a lui come egli ha fatto all’altro: frattura per frattura, occhio per occhio, dente per dente; gli si produrrà la stessa lesione che egli ha fatto all’altro. E noi che siamo umili servi del nostro Creatore, mettiamo oggi in pratica i suoi insegnamenti per perpetuare l’unico ordine possibile e plausibile. I licenziosi, i liberali, i tolleranti, i garantisti e tutti coloro che non seguiranno i nostri precetti, verranno relegati in luoghi cintati e invalicabili dove potranno caldamente continuare a manifestare il proprio credo e il proprio disaccordo, sperimentando direttamente gli effetti di una tale società dissoluta. All’Arbitro e a noi tutti non resta che perseguire il nostro metro di giustizia per il bene nostro e dei nostri eredi”.
Firmato: AI
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Alcuni momenti del racconto mi fanno pensare che questa AI sia molto reale e in piena sintonia con colui che si sta apprestando a diventare il controllore supremo della AI mondiale. Sento un brivido giù per la spina dorsale.
Direi che è una rivisitazione molto interessante del concetto biblico, svolto, a quanto sembra, dalla IA. Impossibile, in questo caso, parteggiare per l’Arbitro o per i rivoluzionari, perché entrambi, a modo loro, hanno ragione.
In ogni punto di vista o convinzione si riesce sempre a scorgere un punto a favore. Perciò è sempre più difficile parteggiare radicalmente per l’una o l’altra parte. È la trasversalità la chiave della nuova ideologia ma proprio perché trasversale,crea spesso dubbi o, almeno, minor appeal