Re Goffredo

Serie: Il figlio delle fate


NELLA PUNTATA PRECEDENTE: «Oh, io non so se posso» rispose il vecchio. Poi, però, fissò gli occhi grandi e supplichevoli del bambino e fece un sospiro di intenerimento. «E va bene, salite a bordo. Vi presenterò come i miei giovani assistenti.»

Quando Martino e Arturo giunsero nei pressi del palazzo reale a bordo del calesse di Dedalo, le guardie li fissarono con un’espressione perplessa, ma non fecero obiezioni.

Un’ampia area pavimentata con ciottoli bianchi si estendeva davanti all’ingresso principale, circondata da statue e aiuole geometriche. Nel cuore del cortile, una maestosa fontana scintillava sotto i raggi del sole, con i suoi scroscianti zampilli che rinfrescavano l’aria.

Con cautela, i due ragazzini varcarono la soglia del castello sentendosi piccoli e insignificanti, mentre Dedalo dava disposizioni ad alcuni valletti affinché trasportassero dentro la reggia la sua invenzione senza far cadere il telo che la ricopriva.

All’interno del palazzo, gli affreschi decoravano i soffitti alti e le pareti, raffigurando scene di divinità, eroi e creature antropomorfe della mitologia caturanghiana, il tutto su sfondo dorato. I pavimenti di marmo erano talmente lucidi che sembrava di camminare sulla superficie di un candido lago dalle increspature cineree. 

Prima di giungere nella sala del trono, Martino e Arturo attraversarono saloni imponenti, con mobili di legno finemente intarsiati e specchi sfarzosi che riflettevano la luce proveniente delle sontuose finestre e rendevano lo spazio più profondo e luminoso.

Il re Goffredo Secondo attendeva i suoi ospiti nella sala del trono. Quando Martino lo osservò attentamente, fu difficile per lui associare l’immagine regale delle grandi statue di Caturanga, che raffiguravano il re impettito e trionfante, con quell’ometto ormai anziano, scarno e baffuto, che li fissava con gli occhietti incavati.

Dedalo si ergeva con fierezza accanto alla sua creazione, ancora coperta dal telo purpureo, che i valletti avevano adagiato in posizione verticale proprio al centro della sala.

Quando l’inventore si decise a svelare il suo capolavoro, comparve un automa con le sembianze di un cavaliere in armatura. Con un gesto elegante, Dedalo premette su un piccolo dispositivo nascosto e l’automa prese vita. Le articolazioni dell’armatura scintillavano mentre il cavaliere meccanico si muoveva con grazia e realismo.

Martino era eccitato alla vista di quel capolavoro e anche Arturo sembrava esterrefatto. Tuttavia, il re si mostrò annoiato, sbadigliando e lanciando sguardi distratti in giro per la sala.

«Maestà,» disse Dedalo con un sorriso «questa è la mia ultima invenzione, un automa dalle sembianze di un cavaliere. Può eseguire movimenti complessi e persino simulare il combattimento».

Il re, appoggiando la testa sulla mano, osservò l’automa con indifferenza.

«Sì, sì, molto impressionante, Dedalo. Ma francamente, sono stufo di tutte queste macchine e invenzioni. Mi annoiano.»

Martino era sbalordito dall’atteggiamento del re, mentre l’inventore stesso cercava di nascondere la sua delusione.

«Maestà, questo automa potrebbe rivoluzionare il campo della difesa e dell’arte militare. Immaginate un esercito di cavalieri automatizzati che possano affrontare i nemici senza mettere a rischio la vita umana.»

Il re sbatté le palpebre, sembrando non del tutto convinto.

«Sì, sì, potrebbe essere utile, suppongo. Ma sai, ho visto così tante delle tue invenzioni che alla fine sembrano tutte uguali.»

Dedalo si sforzò ancora una volta di nascondere la sua frustrazione dietro un sorriso gentile.

«Capisco, Maestà. Forse un giorno troverò un’idea che catturerà davvero la vostra attenzione.»

Anche Martino si sentiva deluso. Avrebbe voluto urlare al re che lui era un ignorante e che non poteva comprendere il genio di un uomo eccelso come Dedalo. Tuttavia, preferì tenere dentro la rabbia e cogliere l’occasione per chiedere al re ciò che più gli stava a cuore.

«Maestà, vorrei chiedervi una cortesia.»

Tutti i presenti in sala fissarono Martino con gli occhi sgranati. Il bambino si rese conto di aver appena commesso un’impudenza a rivolgersi al re in quel modo. Arrossì in volto e deglutì.

Il re alzò un sopracciglio, guardando il bambino con uno sguardo severo.

«Cortesie? Nessuno chiede cortesie a me! Sono il re e le mie decisioni sono legge!»

Martino si sentì ancora più intimidito dalla reazione del re, ma si sforzò di rimanere calmo.

«Oh, mi scuso se sono stato maleducato, Vostra Maestà. Ma c’è un motivo speciale per cui mi rivolgo a voi.»

Re Goffredo sbuffò e si alzò dal trono.

«Un motivo speciale, dici? E cosa potrebbe mai essere così speciale da giustificare una cortesia da parte mia?»

Martino raccolse il coraggio e rispose: «Vedete, io e mio fratello stiamo cercando…»

«Sapete giocare a scacchi?» intervenne il re, interrompendo così bruscamente il suo interlocutore.

Martino lanciò uno sguardo smarrito a suo fratello. Anche Arturo sembrava interdetto.

«Sì, conosco le regole degli scacchi» disse Martino con voce tremante «credo anche mio fratello».

«Bene, allora dimostratemi che sapete giocare» proclamò il re «giocate contro di me».

«Maestà, per favore, non dovremmo forse trovare un’altra forma di intrattenimento?» implorò Dedalo agitando le mani in un gesto di preoccupazione. Il re lo ignorò, con gli occhi scintillanti di eccitazione.

«Nessuna parola di dissenso! Voglio mettere alla prova le abilità di questi due giovani sudditi nel gioco degli scacchi.»

Così, tutti si recarono in un’area del cortile del castello dove vi era una scacchiera gigante disegnata sul pavimento di una piazzola di pietra. Alcuni cortigiani si accingevano a travestirsi da pedine. Il sovrano fu aiutato da alcuni servitori a indossare il costume da re bianco.

Martino si affrettò a prendere il costume da re nero, supponendo che fosse quello che gli spettava. Arturo invece scelse quello da torre perché aveva sempre avuto una fascinazione per gli edifici molto alti.

«Giovanotti, siete forse degli aristocratici?» gli domandò il monarca.

«Non direi, vostra maestà» rispose timidamente Martino.

«Ebbene, allora quei travestimenti non vi si addicono. Indossate piuttosto i costumi da semplici pedoni neri» aggiunse il re indicando con un gesti sprezzante della mano delle semplici casacche nere imbottite e dal colletto alto.

I due fratelli obbedirono senza fiatare. Poi, sollevando la mano destra e allargando elegantemente le dita, il re annunciò l’inizio del gioco. 

Le pedine si mossero seguendo le istruzioni del re e di Martino a fasi alterne. Mentre il gioco procedeva, la tensione aumentava. Con sgomento, i due fratelli si resero conto che le pedine mangiate venivano fatte cadere in botole appositamente preparate. Le urla duravano qualche secondo prima che fossero interrotte da un tonfo.

«Secondo te si saranno fatti male?» balbettò Arturo, infagottato nel suo rigido costume.

«Ti prego, non farmici pensare» rispose Martino mentre gocce di sudore gli scivolavano dalla fronte e gli imperlavano il volto.

Finalmente, dopo una serie di mosse brillanti, il re pose Martino in una posizione difficile. Per evitare uno scacco, Martino avrebbe dovuto sacrificare Arturo mandandolo avanti e facendolo mangiare dalla regina bianca. Tuttavia, non ebbe il cuore di far precipitare suo fratello, così optò per un’altra mossa e lasciò scoperto il re nero.

Stringendo e agitando i pugni, il sovrano mosse la sua pedina e annunciò trionfalmente: «Scacco matto».

Improvvisamente tutte le botole sotto le pedine nere rimaste si aprirono. Martino e Arturo furono risucchiati da una voragine per poi ritrovarsi, di lì a breve, dentro una pozza fangosa e maleodorante, circondati da altri compagni di squadra che, tra i lamenti, si massaggiavano le parti del corpo contuse nell’urto.

Quando i due bambini alzarono lo sguardo, notarono la faccetta rugosa del re che li osservava dalla botola aperta.

«Tutto questo sforzo per cosa? Una vittoria noiosa e prevedibile. Mi aspettavo di più da questa sfida.»

Martino guardò intorno, confuso.

«Ma… ma avete vinto, Vostra Maestà. Cosa avreste voluto?»

Il re sospirò, agitando una mano con disinteresse.

«Non lo so. Forse ho bisogno di una sfida che sia davvero unica e avvincente. Questa partita non mi ha dato l’emozione che cercavo.»

«Va bene» replicò Martino «questa partita non vi ha emozionato. Però noi abbiamo accettato di giocare. Adesso, se ci fate la cortesia di ascoltarci, avremmo una richiesta da fare…»

«No, giovanotto» disse il re allontanandosi «non aggiungere altro tedio a quello che già sto provando».

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