Risveglio

Serie: Triskell


NELLA PUNTATA PRECEDENTE: Nephelim e Dalain, al fine, giungono al cospetto della Strega.

Ho paura. Non della morte, ma di ciò che potrebbe attendermi al risveglio.

Ho indossato la mia malattia come una calda coperta, consapevole di averti accanto in ogni istante. Respiro dopo respiro, non è stato il tuo amore a trattenermi ma il mio egoismo.

Mi odio per il modo in cui ho finto inconsapevolezza e per non aver mai pronunciato le parole che avrei voluto dirti. Sono un ladro: ho fatto miei gli sguardi e la devozione che appartenevano di diritto a Veridiana. Sappiamo entrambi che vivere questa incarnazione non era il mio destino, è giunto il momento di spezzare la catena che ti lega a me.

Non merito grazia, perché se dovessi rinascere nelle stesse condizioni non sceglierei un cammino differente. Dovresti essere tu quello a lasciarmi andare. Io non potrei.

Spero esaudirai il mio desiderio, che leggerai queste brevi righe solo nel caso io muoia. La mia è stata una vita piena, felice, desidero andarmene ora: con il cuore colmo di ciò che è stato. Ho paura di un futuro che non riesco a scorgere, di un me sano che non ha appigli per essere egoista. Per volerti al mio fianco, sempre. Per amarti nel modo sbagliato.

È tempo che anche tu sia felice, Nephelim. Riappropriati di ciò che ti spetta.


Dalain non ricorda tempo in cui il suo sonno era stato vuoto. Probabilmente c’era stato, quando era in fasce, ma era un tempo talmente lontano che non ne portava memoria. Di norma i suoi sogni erano popolati dalle emozioni residue delle persone che incrociava lungo il suo cammino; emozioni che la verga, durante i suoi uffici, convogliava dentro di lui perché la sua mente le sbrogliasse allo stesso modo di come avrebbero fatto le sue mani con un gomitolo di lana arruffato. Fino ad ottenere un filo, più o meno sottile, che poteva essere letto e giudicato con facilità. Giudicare era il suo compito e per poterlo fare era necessario conoscere l’altro come se stesso. Impossessandosi di ogni piccolo anfratto d’anima. Non era un compito a lui gradito, ma vi si apprestava nella speranza di salvare vite innocenti. Come ogni cosa terrena, l’arte possedeva due diversi volti: Dalain credeva fermamente in quello luminoso ed era suo desiderio preservarlo.

In questo, lui e Nephelim agivano in pieno accordo.

Ironia della sorte, Dalain non aveva compreso le intenzioni ultime del Paladino se non quando lo aveva visto piegare le ginocchia davanti alla Strega. Colei che gli Hender cercavano con tanto affanno, la reincarnazione della Dea Madre in terra; una luna tanto luminosa da accecare ad un solo sguardo. “Salvalo e ti donerò ogni mia vita.” Fu l’eco di quelle parole a tingere il silenzioso sonno di Dalain, portando colore nella nebbia: indaco.

Lentamente, il Lettore d’Anime riprese coscienza del suo corpo. In quel momento era disteso in un giaciglio comodo, riusciva ad avvertire la morbidezza della coperta posata sul suo corpo fino all’altezza del petto. Il suo volto era solleticato da una piacevole brezza, simile ad una carezza. Sentì le labbra socchiudersi, i suoi polmoni si allargarono inspirando ossigeno e profumo di primavera. Erano giunti in quel luogo all’inizio dell’inverno; ricordarlo, non fece perdere alcun battito al suo cuore.

Il braccio destro, disteso lungo il fianco, giaceva fuori dalla coperta. Una mano stringeva la sua, dita forti ne coprivano il dorso mentre il pollice massaggiava il palmo inerte con movimenti circolari.

Le emozioni che si riversarono in Dalain non potevano che appartenere a Nephelim. La gratitudine e il sollievo giunsero per primi, ma lasciarono presto spazio ad un nucleo di intensità tale da non poter essere sciolto. Impossibile scomporre, sciogliere, leggere e interpretare: impossibile dare loro un nome. Al confronto, i suoi sentimenti per lui erano molto semplici. Dalain pensò di essere sul punto di morire davvero: affogato in un mare di colori alieni. L’indaco si era fatto polvere di stelle.

«È… troppo.»

Inumidite le labbra, Dalain riuscì ad esalare quelle parole in un sussurro.

«Il Risveglio ha sbloccato le tue capacità innate, le stesse che sottraevano energia al tuo cuore. Alaina lo aveva previsto.»

Dalain ricordò quanto gli era stato detto dalla Strega. In lui la magia scorreva con forza, la verga donata dal dio non era che uno specchietto per le allodole: era sempre stato lui il fulcro del potere.

Il Lettore scosse il capo con cautela. Ancora affondato nell’anima del Paladino, ogni movimento gli costava un’immensa fatica. Socchiuse gli occhi, trovando quelli grigi di Nephelim.

«È… troppo» questa volta, Dalain riuscì a udire il suono della propria voce.

«Non ne morirai.»

«Il tuo senso di giustizia è amaro, Paladino.» Dalain volse il palmo della mano destra verso l’alto, intrecciando le dita con quelle di Nephelim.

«Così è sempre stato.»

Dalain richiuse gli occhi, consapevole che gli sarebbe servito del tempo per riprendere possesso del suo corpo: risvegliare i muscoli atrofizzati gli sarebbe costato uno sforzo che non era ancora pronto a compiere.

«La lettera…» Il Lettore già conosceva la risposta, ma sentì quelle parole sfuggire ugualmente dalle sue labbra.

«L’ho bruciata.»

Nella mente del Lettore si fece strada l’immagine del foglio di pergamena. Ardeva, privo di sigillo, consumato da fiamme di un colore simile a quello di cui era solita ammantarsi l’alba nei giorni d’estate. Udì il sibilo della carta arricciarsi, osservò i caratteri vergati in inchiostro nero venir divorati con voracità.

Prima di lasciarsi vincere dalla stanchezza, Dalain prese una decisione: doveva fare in vita ciò che si era proposto con la morte. Ristabilire l’equilibrio.

Serie: Triskell


Avete messo Mi Piace3 apprezzamentiPubblicato in Fantasy

Discussioni

  1. “👏”
    Sappiamo tutti come un inizio emozionante possa pervadere un racconto intero, e tu qui ci riesci in maniera magistrale.
    L’intera serie mi piace e mi intriga, ma alcuni passi lasciano davvero cicatrici. Come questo. 👏 👏 👏

    1. Ciao Giancarlo, temo che il sistema si sia “mangiato” la citazione che avevi evidenziato per poi lasciare il tuo commento 😀
      La verità lascia sempre cicatrici e se questo è il caso, ti ringrazio per aver percepito quella che desideravo condividere.

  2. L’espediente della lettera è veramente efficace e rivela moltissimo del carattere e sentimenti dei due protagonisti, non solamente di chi scrive. ‘Ho indossato la mia malattia come una calda coperta, consapevole di averti accanto in ogni istante’ perché lui lo sa come tenere legato a sé l’uomo amato, sa di essere in competizione e di doversi giocare le migliori armi. Fino alla morte che altro non fa che rafforzare il legame anziché spezzarlo. Mi è piaciuto veramente molto questo episodio da cui traspaiono la dolcezza e la fiducia, l’amicizia e l’amore. L’ultimo appunto che voglio fare. Caspita! Ma quanto bene scrivi? C’è tantissimo da imparare.

    1. “Indossare” una malattia è un concetto piuttosto forte, ma che corrisponde ad uno stato d’animo che molti conoscono. Sebbene nessuno “sia” la propria malattia (una patologia importante, magari portata avanti dalla nascita), questa diventa parte integrante di ciò che si è. Non è una presa di coscienza facile, credo che il “vittimismo” nasca proprio dall’impossibilità di reclamarsi come persone (ancor prima che come malati). Non dubito che tu abbia intuito che pezzo per me sia molto intimo: mi è costato fatica scriverlo, trovare le parole giuste. Quella di Dalain non è la mia storia, ma la paura di perdere ciò che si conosce è forte: l’immagine mentale costruita con immensa fatica, accettazione, cade lasciando posto all’ignoto. Praticamente un salto con il bungee jumping: c’è la corda, si sa, ma buttarsi è una faccenda piuttosto spaventosa.

  3. Molto bella la lettera nella parte iniziale, che introduce l’episodio in maniera quasi cinematografica.
    Le immagini sono molto evocative e descritte con cura e delicatezza.
    Un episodio davvero bello.

    1. Ti ringrazio Giuseppe, confesso che non è stato facile trovare le parole per esprimere quello che desideravo. Mentre scrivevo la lettera non desideravo che Dalain risultasse pietoso, ma l’esatto contrario. Volevo che la sua fosse una confessione onesta, diretta.