Ritorno ad Asprapetra

Serie: Il figlio delle fate


NELLA PUNTATA PRECEDENTE: «Veloce, Arturo, dobbiamo fare in fretta prima che lei ci scopra» sussurrò Martino mentre cercava di afferrare le redini dorate. Ma la loro imbranataggine rese difficile la manovra e le redini scivolarono loro dalle mani più volte. Il cavallo alato emise un nitrito di fastidio.

Martino e Arturo perseverarono e, finalmente, riuscirono a salire in groppa al cavallo. Arturo prese le redini e sussurrò al cavallo: «Portaci via da qui».

Il cavallo alato si sollevò spingendo l’aria con le sue ali argentate. I due fratelli si allontanarono così dall’isola di Sinilluarna e viaggiarono nel cielo gelido e stellato.

Dopo qualche ora, Martino si svegliò, cullato dall’andatura del cavallo alato. La brezza notturna carezzava il suo viso mentre guardava stupito il cielo punteggiato di stelle. D’avanti a lui c’erano i capelli argentei di suo fratelli che gli solleticavano la fronte. Si aggrappò con tutte le sue forze al pelo del cavallo alato.

Il cuore gli batteva veloce dalla paura. Ma poi, ricordandosi dei tumulti del giorno prima, le lacrime cominciarono nuovamente a sgorgare dai suoi occhi.

Il mare sottostante era un vasto specchio d’acqua scuro che rifletteva la luce della luna. Il cavallo alato planava con grazia sopra quell’immensa superficie, facendo sentire il suono del vento che sibilava tra le sue ali.

Pian piano, l’orizzonte iniziava a rivelare una sottile striscia di luce e i due fratelli si diressero verso di essa.

Alle prime luci dell’alba, i due fratelli e il loro maestoso cavallo alato atterrarono sulla spiaggia dorata. I raggi del sole tingevano il cielo con sfumature di rosa e arancione mentre le onde si infrangevano lentamente sulla riva. L’aria era impregnata di una leggera brezza marina.

Scesi dalla loro cavalcatura, Martino e Arturo si guardarono attorno. Videro sulla spiaggia tracce di binari di legno incompleti che si estendevano dalla terraferma verso il mare. Lì accanto un cartello stinto, sbattuto dal vento salmastro, indicava che quel luogo avrebbe dovuto ospitare, su progetto di Dedalo, una stazione per carri volanti destinati a raggiungere l’isola di Sinilluarna. Lo stato di abbandono, però, lasciava intendere che il progetto era rimasto incompiuto da anni.

Martino si sentiva sempre più teso e deluso. Guardando i binari incompleti, il suo cuore si riempì maggiormente di amarezza e rabbia. Persino il suo idolo, il grande alchimista inventore Dedalo, poteva fallire nel portare a termine con successo i suoi progetti.

Cominciò così a scalciare, accanendosi sui resti di quei binari. La sabbia si sollevava, i legni scricchiolavano, ma Martino si sentiva sempre più irrequieto. Continuò nella sua opera distruttrice finché Arturo non lo avvicinò con gentilezza e lo avvolse di nuovo in un abbraccio.

Quando Martino si fu calmato, i due fratelli decisero di concedersi un momento di riposo, mentre il cavallo assaporava alcune foglie di brassica marina che cresceva sulla sabbia. Aprirono il sacco di Arturo e tirarono fuori l’ultima porzione rimastagli del pane che non si consumava mai.

Trangugiarono quel cibo in silenzio, finché il loro pasto non fu interrotto da una voce gracchiante e familiare.

«Complimenti per il magnifico destriero che avete trovato!»

Si girarono di scatto e videro il loro vecchio amico corvo che si trovava lì, appollaiato sul ramo di un salice d’acqua. Non era però da solo, bensì in compagnia di uno stormo di altri corvi.

L’uccello scivolò attraverso l’aria e atterrò di fronte a loro con il suo piumaggio nero scintillante alla luce del sole. Il suo stormo si posò vicino, creando una scia di piume nere e brillanti e riempiendo l’aria con i loro versi striduli.

«Tranquilli» gli disse l’uccello «non reclamerò le briciole del vostro misero pasto, io e i miei amici abbiamo appena banchettato».

Martino non rispose, rimase invece a fissare il suo tozzo di pane. Intervenne allora Arturo.

«Vedo che sei riuscito a ritrovare il tuo stormo.»

«Non è proprio il mio stormo originario» rispose il corvo «ma in fondo che differenza fa. Basta fare il viaggio in compagnia».

Il corvo raccontò poi di come aveva incontrato i suoi nuovi amici e della decisione presa all’unanimità di migrare verso nord, visto l’addensarsi di sospetti nuvoloni grigi sopra la zona meridionale del regno.

Martino rimase ancora in silenzio. L’uccello gli disse allora: «Vedo che tu e tuo fratello vi siete scambiati i ruoli. Una volta era lui quello silenzioso della coppia».

«Ma insomma, vuoi lasciarmi in pace, brutto corvo malefico?» sbraitò Martino, dopodiché si girò e dette le spalle al volatile.

Il corvo non infierì, si limitò a fissarlo con i suoi occhietti tondi aspettando, invano, che Martino si volgesse verso di lui.

«Stiamo tornando a casa» spiegò Arturo.

Il corvo ricominciò a guardare in direzione del fratello maggiore.

«Da soli?»

Arturo non rispose.

«Capisco» aggiunse il volatile. Poi si staccò una delle sue penne nere come l’ebano e la sospinse lentamente con il becco verso il bambino.

«Prendi questa piuma, potresti voler fare un altro cappello per tuo fratello maggiore. Guarda che capelli da spaventapasseri si ritrova adesso!»

Arturo si toccò all’istante la sua chioma e rispose: «No, non è vero!»

Martino non volle saperne di afferrare il dono del corvo. Ci pensò invece Arturo a raccogliere la piuma e ringraziare.

Dopo essere rimasto a contemplare a lungo l’orizzonte del mare, lo stormo si alzò in volo. Prima di raggiungere i suoi compagni, il corvo rivolse un’ultima raccomandazione ai due fratelli: «Vi consiglio di proseguire a piedi, ragazzi. A breve qui arriverà una fitta nebbia e i cavalli avranno pure gli occhi grandi, ma non la vista acuta come quella dei corvi. Buon viaggio!»

Il cavallo nitrì e sbuffo, come se avesse compreso il discorso del corvo. Martino, dapprima indifferente alla partenza dell’uccello, cambiò all’improvviso idea e si girò per ringraziarlo, ma il corvo era già diventato un puntino scuro nel cielo. Il bambino si lamentò con un tono afflitto: «Ecco, anche lui mi ha abbandonato, di nuovo. Siamo destinati a restare sempre soli, Arturo».

«Non è mica vero: adesso c’è il cavallo con noi.»

Martino si voltò a guardare l’animale che pascolava tranquillo per la spiaggia e sbuffò. Arturo allora gli afferrò una mano.

«E poi ci sono sempre io con te. Adesso, però, torniamo ad Asprapetra.»

Lentamente, i due fratelli iniziarono a camminare lungo un sentiero sterrato. Come aveva predetto il corvo, dopo poco furono avvolti da una fitta nebbia e la visibilità divenne limitata.

Arturo iniziò a cantare una canzone che il loro papà suonava spesso con il liuto quando erano più piccoli. Anche questa volta il canto fu intonato nella lingua dei siticauni, per cui Martino riuscì a riconoscerne solo la melodia. Per quel che poteva ricordare, il brano parlava di un giovane che si era innamorato di una ragazza in tempo di guerra e che sognava anche solo per un attimo di avere una vita normale con lei nonostante l’odio e la distruzione imperassero intorno a loro.

Martino aveva sempre trovato quella canzone sciocca e melensa, eppure timidamente iniziò a cantarla insieme a suo fratello, mescolando la lingua degli umani a quella dei siticauni. Il canto riecheggiò nella nebbia densa insieme al rumore degli zoccoli del cavallo.

Mentre i due fratelli continuavano a camminare, l’aria divenne sempre più umida e fredda, per cui essi si strinsero ancora più nei loro mantelli.

Improvvisamente, Arturo smise di cantare e si fermò.

«Cosa c’è?» chiese Martino.

«C’è qualcuno che cammina dietro di noi.»

Martino si voltò con cautela, ma non scorse nessuno.

«Ti sbagli, Arturo. Qui ci siamo solo io, te e il cavallo.»

Arturo restò immobile, per cui Martino si decise a dare un’altra occhiata alle sue spalle. Fu allora che vide emergere dalla nebbia una figura che lentamente si avvicinava. Scivolava lungo il sentiero dietro di loro con un mantello scuro, incappucciata. Non si riusciva a capire se fosse un uomo o una donna. Si capiva solo che si trattava di qualcuno dalle sembianze umane.

Martino strizzò gli occhi e cercò di guardare con maggiore attenzione. Nella foschia non si riusciva a distinguere bene il colore del mantello, ma al di sotto di esso si poteva notare una veste lunga e chiara. Poi, man mano che quella creatura si approssimava, si potevano notare le sue mani, diafane e affusolate. Quando essa fu a pochi metri da loro, iniziò a delinearsi un volto pallido con due occhi argentati.

Martino, con gli occhi nuovamente gonfi di lacrime, disse: «Moderna, allora non sei annegata in mare!»

Le corse quindi incontro e le prese la mano.

«Moderna, non sai come sono contento di rivederti. Mi sentirò più sicuro ad affrontare il viaggio di ritorno con te.»

Il bambino si accorse, però, che la mano che stringeva non era gelida, anzi, era molto calda.

«Bambini disobbedienti» pronunciò una voce risoluta ma rauca, come quella delle persone che iniziano a parlare dopo un lungo sonno «quante volte vi devo ripetere che non dovete allontanarvi da casa senza il permesso di mamma e papà?»

Dal mantello, che ora appariva chiaramente rosso, cadde una piccola scatola. Arturo la raccolse e l’aprì, liberandone la dolce melodia dalla nota mancante.

Serie: Il figlio delle fate


Avete messo Mi Piace1 apprezzamentoPubblicato in Fantasy

Discussioni

  1. Ciao. Il mio apprezzamento per la tua serie l’ho sentito in ogni puntata e te lo confermo anche adesso. Se proprio dovessi muovere un’osservazione, forse il finale è stato un po’ repentino, e non sono sicuro di averlo interpretato nella maniera corretta. Eventualmente, potresti scrivermi un privato parlandomi del ruolo della bambina e della connessione con la madre di Martino e Arturo? Ad ogni modo, mi auguro vivamente che tu non smetta di battere ogni tipo di canale per fare conoscere la tua storia, che merita davvero di essere letta. Complimenti!

    1. Grazie mille per il commento. In effetti, nel tentativo di non svelare tutto subito, ho finito con il creare un finale un po’ criptico. Magari penserò a un capitolo aggiuntivo in cui tutto viene spiegato meglio. Comunque la bambina e la madre sono la stessa persona, solo che per via dell’effetto della pozione esplosa (quella di cui parla Arturo), lei ha solo ricordi molto vaghi e confusi della sua vita adulta.

  2. Questo è l’episodio conclusivo della serie “Il figlio delle fate”. Se siete arrivati fin qui nella lettura, spero che mi lascerete qualche feedback, positivo o negativo che sia.