Scontro epico

Serie: Assalto al condominio!


NELLA PUNTATA PRECEDENTE: Marco invita tre amici a cena per festeggiare il suo trentesimo compleanno, in un appartamento al quarto piano di un condominio residenziale. Quando questi vengono a sapere di essere gli unici abitanti del palazzo, perché gli altri locali sono stati sottoposti a disinfestazione, succede il finimondo

Note al testo: Le frasi in latino presenti nel racconto sono state tradotte dall’italiano con Google Translate. Non conoscendo la lingua, non posso garantirne l’accuratezza grammaticale.

Lo scontro fra Aristide e il Drago fu memorabile benché, a misurare i contendenti prima della lotta, sarebbe risultato impari agli occhi di un qualsiasi osservatore: Aristide, che ne mondo reale svettava sulla maggior parte dei suoi coetanei, se confrontato col drago spariva del tutto. Vestito con un paio di jeans e una maglietta, non certo l’abbigliamento più indicato per affrontare una bestia grande quanto un dinosauro, brandiva una spada mezza arrugginita, che gli era stata consegnata per pietà più che per senso dell’onore.

Il conte era salito su una balaustra al primo piano dell’edificio principale e da lì, seduto al centro del colonnato, pregustava la vittoria. La principessa, invece, restava ai margini del cortile, sul lato opposto, e guardava preoccupata il suo campione mentre cercava di tenere la spada alta davanti agli occhi.

«Pugnare incipiant! (Che la lotta abbia inizio!)» decretò il conte.

Le luci del raziocinio, per Aristide, si spensero completamente quando il drago fu liberato dalle catene e mosse i primi passi verso di lui. In futuro avrebbe ricordato solo schegge di quegli attimi palpitanti: il terreno che tremava sotto i suoi piedi all’avanzare del mostro, il grido orribile che produssero le sue fauci spalancate e lui, povero direttore commerciale della Vigevano Scarpe, che si lanciava contro il drago solo per non restare fermo in balia del nemico.

La coda vorticante del rettile lo sfiorò sopra la testa, tanto possente da rischiare di farlo cadere a causa del semplice spostamento d’aria, ma lui riuscì in qualche modo ad affondare la spada sopra la zampa artigliata del mostro, causandogli una grave ferita.

La spada era persa; il nemico ancora in campo. A una nuova carica della bestia Aristide, chiuso nell’angolo dal caseggiato, non poté che scappare. Sgusciò fra le ante del portone centrale ed entrò nel castello del conte.

Aristide non aveva intenzione di ritirarsi dallo scontro: la sua mossa prefigurava una strategia che evolveva di momento in momento, volta allo scopo principale di salvare la pelle. Salì le scale, evitò due guardie e alcune cortigiane spaventate e raggiunse la balconata dove sedeva il conte.

Il drago, intanto, aveva ormai divelto le ante del portone a colpi di muso. Cercava, fiutava e fremeva per trovare il suo boccone designato, nella penombra dell’atrio di pietra.

«Dammi la spada!» intimò Aristide a una delle guardie che proteggevano l’antagonista.

Il soldato, atterrito dall’ardore del contendente, obbedì. Senza pensare, Aristide balzò sulla balaustra e si lanciò nel vuoto.

«Ahhhhhh!» fu il suo grido di terrore, mentre volava sopra il corpo del mostro.

Aristide sentì un rumore netto, come di tela strappata, quando affondò la spada fra le scaglie del mostro. Provò una sensazione di vittoria che attutì il colpo secco che subì quando atterrò sopra al rettile. Fu sbalzato di lato e, mentre cadeva, riservò l’ultimo barlume di forza per cercare con gli occhi l’elsa della sua spada. La vide, piantata fino in fondo nella schiena del mostro, e svenne ancora prima di toccare terra.

La prima immagine che riuscì a mettere a fuoco, quando riprese conoscenza, fu la principessa che gridava preoccupata, il braccio puntato verso il castello. Voltò la testa in quella direzione e vide le guardie del conte sfilare fra i pertugi lasciati liberi dalla testa del drago, conficcata fra le rovine di quello che una volta era l’ingresso del maschio.

La bestia era morta e lui aveva vinto. L’espressione della principessa, però, non lasciava adito a dubbi: il conte non si sarebbe fermato davanti alla prova di valore del suo oppositore. Ora avrebbe rivolto la sua rabbia contro di lui.

Alcuni soldati, i primi a uscire, concentrarono la loro attenzione sul corpo esanime del drago. Gli altri, comparsi mentre Aristide tentava di rimettersi in piedi, si diressero in formazione verso di loro.

Aristide corse barcollando verso la principessa, reggendosi la testa dolorante con una mano. Con l’altra tentava di mantenere l’equilibrio. La raggiunse, confuso ma ancora carico di adrenalina, la prese per le spalle e disse: «Venite, dobbiamo fuggire!»

«Ecce, salvi facti sumus! (Guardate, siamo in salvo!)» rispose la principessa Artemisia, indicando gli uomini di suo marito che scavalcavano la balaustra.

Fra di essi c’era anche lui, il principe di Arcadia, che si dirigeva verso la sua sposa.

Aristide sentì un fuoco di vittoria bruciargli nel petto. Incapace di trattenersi, afferrò Artemisia per le spalle e le diede un lungo bacio appassionato.

«Sei bellissima.» disse poi, guardandola negli occhi.

Dietro la chioma bruna della principessa, il volto del marito si tramutò in una maschera di rancore.

«Proditor! (Traditore!)» esclamò imbestialito, puntando la spada verso di lui.

«Mannaggia!» urlò Aristide di rimando, e si mise a correre verso la porta da cui erano emersi poco prima.

I soldati gli erano alle costole, ma lui era più agile di loro e conosceva bene la strada. S’infilò nello stanzone di pietra e poi giù per le scale, fino al locale della dispensa. Da lì, riprese il corridoio buio che lo aveva introdotto in quel magico mondo.

La testa gli pulsava incessantemente e gli dolevano tutti i muscoli del corpo. Se riusciva ancora ad avanzare, era soltanto grazie alla forza della disperazione. Il pavimento era umido e il passaggio buio, ora che non aveva una fiaccola per rischiararlo. Si trascinò avanti, tastando i blocchi di pietra con le mani, barcollando come un ubriaco. Giunse in fondo alla prima svolta, dove una torcia ancora illuminava il cunicolo, e riprese a camminare. Non sentiva nessuno rumore, tranne i suoi passi. Una volta lontano dalla fonte di luce, non vide più nulla. Continuò a procedere, strisciando contro il muro, fino a quando cadde riverso sul pavimento.

Quando si rialzò, si accorse che il muro del tunnel era fatto di cemento. Una luce azzurrina illuminava debolmente il passaggio. Si alzò, camminò fino alla rampa di scale e salì al pianterreno del condominio. Un sorriso di vittoria gli fece capolino sul viso.

Serie: Assalto al condominio!


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