
Sofolica
Serie: Il figlio delle fate
- Episodio 1: Il piccolo inventore di Asprapetra
- Episodio 2: La leggenda dei figli delle fate
- Episodio 3: Il corvo
- Episodio 4: Un compagno di viaggio inaspettato
- Episodio 5: Pantagruele
- Episodio 6: Gli estranei
- Episodio 7: Catalanotia
- Episodio 8: La grande discarica
- Episodio 9: Il circo
- Episodio 10: Carmuslio
- Episodio 1: I draghieri del re
- Episodio 2: La galleria di Catrefte
- Episodio 3: Sofolica
- Episodio 4: Nuova Flumenargia
- Episodio 5: Dedalo
- Episodio 6: Re Goffredo
- Episodio 7: L’antro delle invenzioni
- Episodio 8: Moderna
- Episodio 9: Agianicta
- Episodio 10: La Foresta Verde
- Episodio 1: Ferchiurem
- Episodio 2: L’isola di Sinilluarna
- Episodio 3: Il Mare delle Piogge
- Episodio 4: La bambina
- Episodio 5: L’indovinello
- Episodio 6: C’è una terra felice
- Episodio 7: Il nome
- Episodio 8: Ritorno ad Asprapetra
- Episodio 9: Amelia
STAGIONE 1
STAGIONE 2
STAGIONE 3
«Fermo lì un attimo, corvo» disse Martino al suo amico volatile.
«Perché?» domandò il corvo.
Martino gli si avvicinò rapidamente e con destrezza gli staccò una piuma dalla coda. L’animale strepitò e balzò in aria, cercando di beccare sulla testa il suo aggressore.
«Ma sei matto? Mi spieghi perché l’hai fatto?» chiese il corvo.
«Mi serviva per ultimare il mio cappello nuovo» rispose Martino.
Aveva strappato circa un cubito di stoffa dal suo mantello ormai ingiallito, poi lo aveva piegato e bucato in vari punti con un ago di pino e, infine, aveva fatto passare attraverso i fori un filo tirato via da una cucitura del suo sacco. Dopo aver imbastito il copricapo, vi infilò la piuma nera sulla sommità e poi lo adagiò sulla testa di suo fratello.
«Ecco, così nessuno noterà i tuoi capelli da spaventapasseri e le tue orecchie a punta» disse Martino.
Arturo si tirò il nuovo copricapo sulla testa lasciando scoperte solamente le narici e la bocca imbronciata.
«Certo» esclamò il corvo, accarezzando con il becco il punto in cui gli era stata staccata la piuma «con la testa infilata per metà in quel cappello, tuo fratello passerà certamente inosservato».
«Se passi inosservato tu che sei un corvaccio dalle piume nere» ghignò Martino «può passare inosservato anche mio fratello».
L’uccello emise un sibilo, come se volesse fare una pernacchia in direzione del suo interlocutore, ma i due fratelli non ci fecero caso, anzi, si alzarono con indifferenza dai tronchi recisi su cui prima si erano adagiati e ripresero la marcia verso Sofolica, la città circondata da una fitta foresta di abeti. Il sole aveva appena iniziato ad albeggiare e i raggi stavano scacciando gli ultimi resti del freddo notturno. Un suono lungo, cupo e lamentoso si diffuse attraverso la foresta che circondava Sofolica.
«Questa notte ne ho sentiti tanti di questi versi» disse Arturo «infatti non sono riuscito a dormire bene. E voi mi avete dato pure del matto».
Dopo essersi addentrati nell’abetaia, tra tronchi maestosi, profumi aspri e boschivi e sentieri cosparsi di aghi che scricchiolavano sotto i loro piedi, i tre viandanti giunsero in un centro abitato la cui architettura presentava strade lineari ed edifici di legno ordinati, disposti a intervalli di spazio regolari come i pezzi di una scacchiera, in netto contrasto con la selva di alberi disordinati attorno alla città. Le assi di legno che costituivano le case, con il loro colore chiaro e le sottili venature rossastre, sembravano mescolarsi con la luce cristallina del sole, creando ombre diafane e appena accennate. Arturo alzò leggermente il suo copricapo per ammirare quel paesaggio, ma subito dopo tornò di nuovo cupo e ricominciò a stringere con forza la tesa del cappello e tirarsela giù fin sopra il naso.
Le persone passeggiavano tranquillamente per le strade di Sofolica, per poi convergere in una grande piazza circolare. Molti di loro entravano e uscivano da un grande edificio ottagonale al centro della piazza.
Mosso dalla curiosità e dalla volontà di sollevare il morale di suo fratello, Martino invitò Arturo a fare altrettanto, mentre il corvo si posava sulla sua spalla.
All’interno del palazzo si trovarono in un spazio affollato e maestoso, reso ancora più imponente dall’ampiezza delle porte spalancate. Tre statue lignee diedero loro il benvenuto: una raffigurava un uomo a cavallo, l’altra una donna su un delfino, e la terza, sospesa dal soffitto, un giovane su un’aquila. All’interno del palazzo, c’era una grande attività. Gli abitanti di Sofolica si davano da fare; alcuni discutevano animatamente tra loro, mentre altri erano assorti nella lettura, nella scrittura o nella meditazione. C’erano poi altri che si dedicavano a complessi calcoli matematici.
Martino e Arturo si guardavano attorno sempre più affascinati dalla varietà delle persone e delle attività in corso. Nel frattempo, il corvo si era posato su una trave e scrutava la scena con i suoi occhietti tondi.
Martino osservava i cittadini di Sofolica mentre si immergevano nelle loro vanità. Tra di essi, c’era un uomo che camminava con passo frettoloso, affermando di essere l’unico in grado di decifrare i misteri di stelle e costellazione e di come esse influenzassero il destino umano giorno per giorno, anche se proprio quel giorno non era riuscito a prevedere che sarebbe scivolato sul pavimento della piazza e si sarebbe slogato una caviglia. Una dama si pavoneggiava e si vantava della sua conoscenza in materia di gioielli, come evidenziato dai fili di perle che portava, mentre un’altra donna si vantava della sua abilità nel cucire, sostenendo di poter creare abiti più pregiati di quelli dei nobili, anche se i suoi lavori risultavano spesso macchiati da strane cuciture disordinate.
Vagando tra cunicoli lindi e ordinati, Martino scoprì un giovane che sosteneva di possedere una libreria segreta, nascosta nei recessi della sua mente, contenente conoscenze che nessun altro avrebbe mai potuto comprendere. Il bambino non poté fare a meno di invidiarlo, anzi, gli sarebbe piaciuto porgli qualche domanda nella speranza di coglierlo in fallo e dimostrare che quel tizio non era poi così sapiente.
Continuando a vagare tra le strade strette della cittadina all’interno del vasto edificio, il bambino incontrò un anziano signore che proclamava di essere in grado di comunicare con gli uccelli.
«Illuso» gracchiò il corvo impettito dall’alto del suo trespolo improvvisato «siamo noi uccelli che decidiamo come e quando comunicare con gli umani».
Nonostante le stranezze e le eccentricità di ciascun abitante, Martino non poteva fare a meno di percepire un profondo rispetto per la diversità che permeava l’atmosfera della cittadina. In un mondo dove ognuno cercava di distinguersi come unico e speciale, era proprio questa stranezza che li univa, formando un legame invisibile che li rendeva parte di un’entità singolare.
«Secondo me qui puoi anche togliere il cappello» disse Martino ad Arturo mentre cercava di togliergli il copricapo. Ma suo fratello non ne volle sapere di rinunciarvi.
Le ore trascorsero e il sole tramontò. Con il calar delle tenebre, un silenzio improvviso scese su tutti gli abitanti di Sofolica.
«Come mai nessuno parla più? È successo qualcosa?» chiese Martino con un po’ di preoccupazione.
Un ululato lungo e lamentoso interruppe il silenzio, lo stesso che i due fratelli e il corvo avevano udito quella mattina.
Martino si voltò a guardare suo fratello, preoccupato.
Poi, in un attimo, tutti gli abitanti di Sofolica iniziarono a mutare. Le loro spalle si incurvarono, le membra si coprirono di folta pelliccia grigia, gli occhi divennero ambrati e penetranti e le orecchie si allungarono in punta. Le loro bocche si riempirono di una serie di denti affilati. La loro apparente unicità era scomparsa e improvvisamente erano diventati tutti indistinguibili.
«Lupi» balbettò Arturo «sono diventati tutti lupi».
Il corvo planò rapidamente sulla spalla di Arturo che, già intimorito, trasalì.
«Ragazzi, direi che è ora di togliere il disturbo» gracchiò l’uccello «e in fretta».
«Ma no» replicò Martino «fino a poco fa erano esseri umani come me. Vedrai che non ci faranno niente».
Il bambino si avvicinò cautamente al branco, incurante di suo fratello che cercava di trattenerlo per un braccio.
«Salve» disse con voce tremula al lupo che fino a poco prima si vantava di possedere innumerevoli conoscenze.
L’animale lo guardò con gli occhi invetriati e iniziò ad annusarlo.
«Voi sapete ancora parlare e capire quello che dico, vero?» chiese Martino.
«Certo» rispose l’animale «per chi mi hai preso? Non sono mica un lupo, io. Sono un licantropo, e non capisco il senso della tua domanda sciocca».
Martino non sapeva più come proseguire il discorso. Esitante, aggiunse: «Che bella pelliccia grigia che avete stasera».
«Ma la mia è più bella e anche più lucente» replicò un altro licantropo.
«Sì, ma le vostre pellicce non hanno tutte le sfumature di grigio della mia» fu la controreplica di un terzo lupo mannaro.
Martino si girò impettito verso Arturo e il corvo.
«Visto? Che cosa vi dicevo?»
In quel momento, tutti i licantropi puntarono il loro muso verso il bambino.
«E perché tu invece non hai la pelliccia?»
Martino rispose: «Semplice, perché io non sono un licantropo».
«Quindi non fate parte della nostra specie?» chiesero in coro gli abitanti di Sofolica.
«In effetti è proprio quello che ho detto» aggiunse Martino con un sorriso imbarazzato.
I licantropi cominciarono a leccarsi i denti aguzzi, assumendo una postura più bassa, con il corpo proteso in avanti e pronto a correre e balzare.
A quel punto, il corvo si sollevò nell’aria, planando sopra la testa dei licantropi ed emettendo gracchi alti e fastidiosi. La sua agilità nel volo gli permise di sfuggire con facilità ai tentativi del branco di catturarlo.
Gli occhi allarmati dei due fratelli si incrociarono e, senza bisogno di pronunciare una parola, si lanciarono insieme verso i confini della città. Durante la fuga, Martino notò la collana di perle indossata dall’esperta di gioielli. Era rimasta a terra, sul pavimento della piazza, a riflettere con la sua superficie liscia i riflessi argentati della luna. Il bambino la afferrò rapidamente e la spezzò, facendo cadere una dopo l’altra le perle. Queste crearono una serie di scricchiolii melodiosi mentre toccavano il pavimento ligneo.
Guardandosi indietro, Martino e Arturo videro il corvo raggiungerli in volo mentre i licantropi lottavano per muoversi su un terreno diventato improvvisamente scivoloso.
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