Ustione

Serie: I marchi sulla pelle


Sotto le palpebre, Mya si sentiva protetta.

A occhi chiusi, sembrava il mondo potesse sparire e non ci fosse più nulla che potesse farle del male al di fuori di sé stessa.

Nelle iridi cieche, vedeva solo ciò che desiderava realmente vedere e lì c’era solo un verde troppo chiaro.

Ma sopra le palpebre c’erano troppi lupi famelici desiderosi delle sue carni.

A occhi aperti ogni cosa aveva il potere di aggredirla, dilaniarla, ferirla senza che nemmeno riuscisse a percepire realmente il dolore.

Nelle iridi illuminate dal sole c’era solo il bianco della stoffa del cuscino nel quale aveva il viso schiacciato.

Da quando il Generale era andato a farle visita, la sua situazione era drasticamente peggiorata. Lothar si era fatto più aggressivo, più violento e sempre meno umano. Gli abusi sessuali erano aumentati a dismisura, come se volesse sfogare in lei tutti i mali del mondo e tutto ciò non riuscisse a controllare. Si accaniva nel suo corpo anche quando era fisicamente spossato, anche quando lei sanguinava, anche quando, raramente, in lacrime lo implorava di lasciarla stare almeno per qualche ora. Ed erano quelle le situazione che lo eccitavano di più, che l’appagavano come nient’altro. Aveva ormai compreso di aver perso presa su Mya, di non avere più su di lei quella terrificante influenza che la teneva ancorata a lui. Per cui aveva ricorso a brutali ripari arrivando a compiere su di lei gesti di tortura e violenze fisiche. La testimonianza, ne erano i lividi sul costato dovuti ai calci, i tagli sulle braccia regalati dalle corde, il sopracciglio spaccato per la violenza con la quale l’aveva sbattuta contro la testata del letto. Eppure, Mya continuava ad avere negli occhi quel fuoco impossibile da spegnere, quella voglia di vivere che inquietava l’animo di Lord Gray e che gli faceva escogitare le cose più orribili. Era per quello che la teneva chiusa a chiave nella sua stanza e sorvegliata a vista da due guardie personalmente da lui scelte. Quando aveva voglia di lei, di umiliarla e vederla soffrire, semplicemente entrava nella sua stanza e ci giocava.

Quella sera si sentiva particolarmente adirato, il suo esercito era stato massacrato a pochi passi da quel dannato villaggio libero e non riusciva a spiegarsi come diamine avessero fatto una mandria di pecorari ad annientare un esercito addestrato. I suoi missionari aveva parlato di un incendio, ma anche di lame e frecce provenienti da ogni angolo. Eppure, Lothar trovava impossibile qualcosa del genere e una sola opzione valida gli si era parata di fronte agli occhi; tra quei reietti c’era qualcuno con un addestramento ben superiore di un semplice soldato e sapeva benissimo chi fosse. Non era sola, questo era certo, ma ci avrebbe messo la mano sul fuoco che fosse lei. Quel piccolo demonio si stava prendendo gioco di lui con troppa facilità e questo non poteva permetterlo a nessuno. Dunque, non potendo ancora sfogare la propria frustrazione sull’Ike, si stava recando a passo spedito e seguito da due soldati indaffarati nella camera di Mya. Ormai la ragazza sapeva che non avesse mai smesso di cercare l’Ike e questo giocava a suo enorme favore. La trovò intenta a guardare fuori dalla finestra, solo il sott’abito indosso e un’aria corrucciata sul viso. Non si degnò nemmeno di voltarsi quando la serratura della porta aperta aveva annunciato il suo ingresso, mentre il rumore metallico aveva attirato la sua attenzione. Quando si voltò sgranò così tanto gli occhi da sentirli lacrimare. Lothar aveva fatto il suo ingresso con una sorta di attizzatoio tra le mani e un braciere portato dai suoi soldati. Attese di restare solo con lei, poi un sorriso meschino gli nacque sul volto. Lasciò l’attizzatoio tra i carboni e camminò verso di lei vedendola tremare di paura, finalmente, e godendo nel vederla arretrare.

-Non sono felice, Lady Bloom. Il mio esercito, quello incaricato di andare a riprendere quella piccola piaga putrida della tua Ike, è stato massacrato. A quanto pare, sono stati bruciati vivi e chi si fosse salvato dal fuoco è stato passato a fil di lama. Sai questo cosa significa?

La guardò fisso, come se si aspettasse di riceva davvero una risposta da lei. Come se volesse incolparla di un qualcosa di indefinito. Mya scosse la testa, terrorizzata.

-Significa che mi hanno appena dichiarato guerra, Lady Bloom, e io li ucciderò tutti con le mie stesse mani dal primo all’ultimo. Mi assicurerò personalmente di ridurre quella cagna a poco più un ammasso informe di pelle e ossa, vi pentirete di avermi sfidato.

Parlando, era avanzato verso Mya costringendola con la schiena contro il muro. Quella calma, quella quiete, lasciava presagire una tempesta che non avrebbe fatto sopravvissuti. Le diede le spalle per avvicinarsi all’attizzatoio e quando comprese appieno cosa avesse messo a scaldare, Mya corse verso il cassettone della stanza, aprì il secondo cassetto rovistando tra le stoffe e ne estrasse un pugnale finemente lavorato. Nel vederlo, Lothar sorrise compiaciuto. Il modo isterico in cui le dita della ragazza si stringevano sul fodero dorato, il tremore delle mani che le impediva di sfoderarlo, e il calore del ferro nel suo palmo, lo eccitarono da morire.

-Lady Bloom, mi sorprendi. Cosa vuoi fare, uccidermi?- il ragazzo allargò le braccia, come ad invogliarla- Vieni pure.

Mya non se lo fece ripetere due volte, scattò verso di lui con la lama sguainata sperando di impattare contro la sua carne. Ma il pugnale era troppo pesante e lei troppo inadatta a un simile gesto, dopotutto, era stato forgiato per essere impugnata da un’altra persona. Lothar le bloccò il polso prima ancora che se ne rendesse conto, ruotandolo verso l’esterno e facendola strillare di dolore. L’arma cadde in terra con un grosso tonfo e il ragazzo si premunì di calciarlo via. Le lasciò il polso, ma solo per afferrarle i riccioli con la mano libera e trascinarla fino al braciere con fin troppa cattiveria. La getto a terra in malo modo, fece il giro del braciere e le bloccò i polsi con le suole degli stivali. Mya tremò nel vedere il suo viso al contrario, sopra di lei, ma almeno era lontano dalle sue gambe.

-Non hai ancora compreso una cosa fondamentale, Mya: tu mi appartieni.

Detto ciò, affondò il ferro rovente nell’avambraccio destro premendo con forza per affondare nella pelle diafana. Mya strillò tanto forte da sentire male alla gola, scalciò l’aria, pianse lacrime di insopportabile dolore, ma nulla riuscì a placarlo. Solo una volta soddisfatto, Lord Gray gettò il ferro lontano da entrambi, sul viso un sorriso compiaciuto. Osservò le due chiavi incrociate impresse nella carne della ragazza, rosse come il fuoco che aveva ucciso i suoi uomini e se ne compiacque. Osservò il volto di Mya fradicio di lacrime, distorto dal dolore e se compiacque.

-Sei la mia puttanella e adesso lo sanno tutti. Anche quella morta che cammina della tua Ike.

Si allontanò da lei, aprì la porta e andò via lasciandola agonizzante a terra. Nessuno si sarebbe preso cura di lei, nessuno avrebbe curato le sue ferite, nessuno parve aver sentito le sue urla. Rimasta sola, Mya si sollevò chiudendo la porta e poggiandoci la schiena contro. Osservò la pelle ustionata desiderando poterlo tagliare quel braccio piuttosto che continuare a vedere lo stemma di casa Gray su di lei. Si alzò di scatto, il braccio le lanciò delle fitte indicibili facendola gemere, quasi le salì la nausea. Cercò alla rinfusa nel cassettone qualcosa da indossare, sentendo l’impellente bisogno di coprirsi, recuperò il pugnale accertandosi non si fosse danneggiato e in ultimo, presa dal panico, pensò a un modo per scappare da lì.

Come se non ci avesse pensato tante e tante volte.

Come se non avesse pensato di saltare dalla finestra e poco le sarebbe interessato se fosse morta.

Come se non avesse pensato di costruire una corda con le lenzuola.

Come se non avesse pensato di uccidersi.

Come se non avesse pensato di tutto.

Si gettò contro la porta già richiusa della camera come se potesse buttarla giù con la sola forza dei palmi. 

-Sei un mostro Lothar! Sei un dannato mostro! Fammi uscire di qui! Fammi uscire! Fammi uscire!

Batté con così tanta forza da spellarsi le mani, incurante del continuo doloroso pulsare del braccio, del proprio cuore. Passò le mani tra i capelli, in preda al panico. Afferrò ancora il pugnale gettato sul letto e lo sfoderò portando la lama contro il proprio collo. Sentì la lama fredda, una goccia di sangue colare sulla pelle, poi vide gli occhi di Resia assottigliarsi in una scia verde e gettò lontano la lama. Scoppiò a piangere disperata, mettendo insieme tutto il dolore, fisico e non, che le scivolava sotto pelle. Pianse tutte le lacrime le fossero rimaste per non doverlo fare più. Solo quando si sentì arida, bagnò della stoffa pulita e l’avvolse al braccio obbligandosi a restare cosciente. Guardò la propria stanza come se fosse nuova e qualcosa attirò la sua attenzione; il vestito nuovo che Lothar aveva fatto commissionare per la festa che avrebbe dato da lì a qualche giorno e allora comprese. Quella sarebbe stata l’unica occasione per scappare. Il Generale le avrebbe dato aiuto. 

Serie: I marchi sulla pelle


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Discussioni

  1. Ciao Simona, Sergio mi aveva avvisato che questo era un episodio bello tosto. Il titolo, tutta la serie, assume nuovo significato: “I marchi sulla pelle”. Non solo quella di Resia, dunque, ma anche quella di Mya. Il tuo modo di descrivere le emozioni mi toglie sempre il respiro, riesci a dare loro una consistenza in parole che trovo meravigliosa.

    1. Ciao Micol,
      Grazie infinite. Sto cercando di portarla poco alla volta a un punto sempre più crudo. Per quello che ho mente, ho bisogno che il lettore si adatti pian piano a un mondo diverso da quello delle feste di Mya.
      Grazie ancora!
      S.

  2. Questo episodio è probabilmente il più duro della serie.
    Qui sei molto brava a rendere soprattutto due cose. La prima è la frustrazione di Lothar, una persona sconfitta fin dalla nascita, un miserabile che sfoga il senso di inadeguatezza (sta dando la caccia a Resia, ma questa non solo gli sfugge, ma gli elimina anche tutti i soldati che le manda contro; “possiede” Mya, ma sa che non sarà mai sua) con la violenza sulla povera protagonista. È un bambino che rompe ciò che tocca perché sa di non poter avere ciò che vuole.
    L’altra cosa che per me ti è riuscita benissimo è la continua evoluzione di Mya. La troviamo rassegnata, che trova stabilità nel suo rifugio mentale, fin quando arriva la goccia che fa traboccare il vaso: il marchio di Casa Gray sulla pelle. E lì crolla. E le tue parole descrivono una reazione molto verosimile: la disperazione le fa cercare una via di fuga. “Come se… Come se….” la sequenza finale di “come se” è la ciliegina sulla torta.
    Gran bell’episodio!

    1. Posso solo continuare a ringraziarti per le bellissime parole che mi dedichi, ancora non sono abituata a sentirmi dire “bravissima” e spero sinceramente di non farlo.
      Questo episodio era nato diverso, ma (come al solito), mi sono ritrovata bloccata nella mia stessa storia. Capita, spesso, ma capita XD
      Grazie ancora e alla prossima.

  3. “Quella calma, quella quiete, lasciava presagire una tempesta che non avrebbe fatto sopravvissuti”
    Ribadisco, nelle descrizioni delle varie sfumature della mente e dell’animo umani sei bravissima. Personalmente apprezzo tantissimo l’uso di queste similitudini per far percepire un’emozione. Qua vedo la quieta furia di Lothar ed il mito terrore di Mya

  4. “Ma sopra le palpebre c’erano troppi lupi famelici desiderosi delle sue carni”
    Ecco, questa fa il paio con l’incipit, le palpebre come metaforico confine tra il mondo “fuori” da Mya e quello dentro di lei. Il suo spirito, che Lord Grey non può spezzare quel “fuoco impossibile da spegnere”

  5. “Sotto le palpebre, Mya si sentiva protetta.”
    Beh, che dire: ottimo intro. Mi piace quando un racconto si apre con una frase “densa”, e questa lo è. Trasmette l’idea di Mya che non avendo un reale riparto fisico da Lord Gray, può almeno proteggere il suo io, ha un angolo della sua mente che le fa da rifugio.