Verso di lei

Serie: I marchi sulla pelle


Per quanto avesse più volte cavalcato, Mya non apprezzava particolarmente l’animale come mezzo di trasporto. Trovava estremamente complicato comprendere la giusta alchimia tra fantino e destriero, quanto tirare le redini e quando fosse opportuno colpirlo. Eppure, spinta da una forza maggiore, cavalcava da ormai cinque giorni. Seguire la mappa fornitale dal Generale era stato complicatissimo, specie per una persona totalmente inesperte nel leggerla. Aveva trascorso tutto il primo giorno semplicemente a scappare senza guardarsi mai alle spalle, terrorizzata all’idea di ritrovarsi Lothar Gray lanciato al suo inseguimento. Sapeva i suoi uomini la stessero seguendo, sapeva fossero lanciati al suo inseguimento come un cane da caccia su una lepre. Solo a notte inoltrata, aveva sostato sotto un albero riuscendo a riposare al massimo qualche ora. Faceva troppo freddo, la neve continuava a casere copiosa e ad arrossarle la pelle. Il secondo, aveva provato a fare il punto della situazione, comprendere come muoversi e dove realmente fosse diretta, ma l’unica geografia che conoscesse, l’unica strada, era quella che portava a Resia. Il terzo aveva pensato di mollare, lasciar perdere tutto e lasciarsi andare sotto la neve. Il quarto giorno, aveva finalmente trovato un punto da riconoscere sulla mappa e, presa dall’entusiasmo, l’aveva seguita come fosse stata l’unica strada della sua vita. Ma quei due giorni di intensa cavalcata l’avevano distrutta. La schiena le lanciava fitte che le mozzavano il respiro, le gambe parevano essere di pietra e le mani avevano profondi tagli dovute alle redini. Per di più, l’ustione infertale da Lothar Gray si era infettata e quella faceva più male di qualsiasi cosa. La zona era diventata scarlatta nei contorni e putrida dove il ragazzo aveva affondato con il ferro rovente, la pelle le bruciava come se il fuoco fosse ancora lì e non aveva ancora compreso se la nausea fosse dovuta al dolore o all’odore di morte che venisse su dal bendaggio. Era stata costretta a fermarsi e quando aveva scoperto la ferita, lo stomaco si era rivoltato per entrambe le opzione su cui avesse riflettuto poco prima. Una volta stabilizzato lo stomaco, prese una manciata di neve fresca e l’adagiò sulla pelle. I primi istanti furono una tortura, ma il freddo aiutava ad anestetizzare almeno un po’, come un bicchiere d’acqua dopo tre giorni d’arsura. Poggiò il capo contro un tronco battendo i denti e cercando di ricacciare indietro le lacrime, ma il momento di adrenalina era passato e Mya si sentiva solo come il vaso di Pandora aperto. Vuoto e nel suo, sembrava esser scappata via anche la speranza. Come fosse riuscita Resia a vivere tutto quello, restava un mistero. Lei, minuta e ferita gravemente, aveva avuto più forza di quanto Mya avesse mai potuto sperare in tutta la vita. Si sentiva stanca, allo stremo delle forze e ne era certa, sarebbe morta di freddo a breve. Anche il suo destriero era al limite, stremato esattamente come lei. Le lacrime scesero bollenti sulle guance ghiacciate e per quanto si fosse sforzata, non riuscì a fermare i singhiozzi. Per tutti quei mesi in cui aveva subito di tutto, in cui si era lasciata trattare come un fantoccio, si era sentita mille volte più forte rispetto a quel momento e nemmeno il pensiero di Resia riusciva a restituirle coraggio. Se in passato vedere i suoi occhi verdi nelle proprie iridi ore era bastato, seduta sotto quell’albero con il fuoco nell’avambraccio non riusciva a trovare una ragione per andare avanti. Si diede della stupida, a sé stessa e al Generale Denver. Cosa era mai saltato nella mente dell’uomo per credere che lei, una ragazzina viziata e abituata a tutti gli agi del mondo, avrebbe potuto intraprendere un viaggio del genere. Guardò la neve sciogliersi e colarle lungo le dita, come se in qualche modo anche quel marchio stesse piangendo con lei. Per lei. Dove era finita la ragazza forte che aveva tenuto testa a Lothar Gray? Dov’era la piccola guerriera che senza mai arrendersi aveva fronteggiato abusi, percosse e insulti? Strinse i denti e scacciò dal viso la debolezza pulendola con un lembo del mantello.

No.

Non avrebbe mollato, non a pochi passi dalla meta e dal rivedere finalmente Resia.

Si sollevò con qualche difficoltà, pulì per quanto possibile la ferita e si impose di seguire quella dannata mappa fino al dannato villaggio. Aveva rischiato tanto per riuscire a raggiungere lei, per poter vedere ancora quegli occhi di un verde troppo chiaro e leggervi all’interno un mondo che non aveva ancora avuto modo di scoprire, ma che fremeva per farlo. Si sollevò ignorando il dolore che le percuoteva il corpo e ritrovò quella forza perduta per un solo istante. Scrollò la neve dagli abiti e rabbrividì per il tessuto bagnato. Ripulì anche il cavallo, guardandolo con aria dispiaciuta per lo sforzo che gli stesse chiedendo. L’animale, come se avesse inteso i suoi pensieri, nitrì agitando la testa e fissandola con quelle enormi iridi marroni. Risalì in groppa stringendo occhi e denti, ripartendo in un leggero trotto. Il movimento ritmico aveva un che di rilassante e se non fosse stato per il dolore, avrebbe finito con l’addormentarsi. Si sentiva stanca, troppo, e il non sapere quanto ancora mancasse davvero l’avviliva. Guardò quel maledetto pezzo di pergamena stropicciata per l’ennesima volta e questa, un enorme sorriso le spuntò sul volto arrossato dal freddo: quelle montagne di fronte ai suoi occhi erano identiche a quelle disegnate. Le parve quasi di sentire l’odore di pioggia e legno di Resia. Spronò il cavallo a riprendere il galoppo, ma proprio quanto l’animale fu in procinto di partire, ritirò le redini fermandolo; aveva chiaramente sentito delle voci alle sue spalle, ordini per la precisione. Il sangue nelle vene mutò nel ghiaccio che danzava sui rami, se Lothar Gray l’avesse raggiunta non se la sarebbe cavata con un marchio a fuoco. Spronò il cavallo, presa dal panico e da una paura tanto vivida da sentirla prenderle a morsi il collo.

-Eccola!- gridò qualcuno.

Quella semplice esclamazione bastò per terrorizzarla. Si guardò indietro e in tutto quel bianco opprimente e abbagliante, non fu complicato identificare le sagome nere di cavalli e soldati. Sguainavano spade, inforcavano archi da cui scoccavano frecce che sibillavano nell’aria che respirava. Una di queste, si conficcò nella coscia del cavallo, facendolo gemere di dolore e ruzzolare nella neve. Senza rendersi conto di cosa fosse realmente accaduto, si ritrovò con il viso sepolto nella neve e i vestiti fradici. Si alzò con lentezza mettendosi carponi e attendendo che quel suono stridente nelle orecchie cessasse e quell’anomalo calore al lato sinistro del volto. Non ebbe tempo di realizzare cosa succedesse attorno a lei che una mano agguantò i suoi riccioli trascinandola all’indietro con rabbia. Strillò, più per paura che per dolore, quello era niente in confronto a quanto avesse patito fino a quel momento. Si ritrovò accerchiata da un pugno di soldati e fantini, gli occhi di tutti puntati su di lei.

-Questa dannata puttanella ci ha fatto penare! Lord Gray dovrà darci una bella ricompensa!- sbraitò uno di loro.

-Già, ho culo più ghiacciato di una birra appena spillata!- diede man forte un secondo.

Mya li guardò rabbrividendo e cercando con lo sguardo una vita di fuga. Mosse il capo a destra e a sinistra, ma tutto ciò che ottenne fu un velo rosso dalla parte sinistra. Si sfiorò la pelle con le dita e solo in quel momento si accorse che del sangue le colava giù da una tempia. Probabilmente, aveva sbattuto cadendo da cavallo. Tornò a guardare i soldati, gli occhi oro che saettavano da tutte le parti.

-Credete che Lord Gray se la prenderà se ci facciamo un giro?- propose quello più vicino a lei.

Si guardarono come se fosse stato proposto loro di banchettare con il miglior cibo del mondo e Mya conosceva troppo bene quello sguardo. Afferrò il pugnale che aveva portato con sé, quello da cui ormai non si separava mai, e lo puntò contro l’uomo. Quello rise, dopotutto era solo poco più di un granello di polvere contro una montagna. Le tirò un calcio in pieno viso, facendola cadere da un lato in lamenti di dolori e colpi di tosse insanguinati. I soldati risero, divertiti da quella scena. A Mya girà la testa, complice anche il colpo preso poco prima. Si sentiva come se qualcuno la stesse facendo roteare in un ballo troppo sfrenato e a una velocità eccessiva. Provò a rimettersi in piedi, ma ci pensò uno dei sui aggressori a rimetterla in piedi prendendola per il braccio ferito. Urlò, quel dolore lo avvertì molto nitidamente e quasi la fece vomitare.

Poi, all’improvviso, la presa sparì e lei ricadde al suolo. Attorno a lei ci furono grida, urla, poi silenzio.

Sollevò lo sguardo e si ritrovò di fronte un uomo grosso il doppio di quei soldati che avevano provato a farle del male, metà del viso deformato e ustionato. Avrebbe voluto urlare, ma corpo e mente avevano patito troppo in qui giorni e tutto ciò che ottenne, fu essere inghiottita dal buio. 

Serie: I marchi sulla pelle


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Discussioni

  1. Ciao Simona. Finalmente Mya è riuscita a fuggire dalla schiavitù, intraprendendo un viaggio fisico e introspettivo che ha messo alla prova le sue ultime forze. Il soccorso alla fine è giunto per mano di un altro Ike: non vedo l’ora di leggere il prossimo episodio sperando che le due ragazze abbiano finalmente modo di incontrarsi

  2. La terza stagione si apre con un episodio davvero molto intenso, e molto “verosimile”, perché come al solito fai centro quando si tratta di raccontare i travagli dell’animo dei tuoi personaggi. Mya in un impeto so coraggio di è ribellata a Lord Gray, ma un conto è un gesto di disperazione, altra cosa imbarcarsi in una sfida lunga e faticosa come la ricerca di Resia…