160 Ghz
Serie: Alder Venn
- Episodio 1: E poi venne il primo giorno e tutti lo videro.
- Episodio 2: Alder Venn e l’architettura della molteplicità
- Episodio 3: Io sono la casa
- Episodio 4: Risvegli dalle profondità
- Episodio 5: Rumore bianco
- Episodio 6: Si nascondono nei cappotti
- Episodio 7: Il testimone
- Episodio 8: La Firma
- Episodio 9: Attraverso il Varco
- Episodio 10: L’uomo sotto i portici
- Episodio 1: Il punto Omega
- Episodio 2: 160 Ghz
STAGIONE 1
STAGIONE 2
Catherine lo ricorda sempre prima degli occhi.
Non la voce, non le mani, non il modo in cui occupava lo spazio — prima vengono gli occhi. Vengono da soli, senza che lei li chiami, nel mezzo di una riunione o alle tre di notte o mentre aspetta che il caffè si raffreddi abbastanza da poterlo bere. Arrivano e lei non riesce a smettere di guardarli anche adesso che li sta solo ricordando, anche adesso che tra lei e quegli occhi ci sono chilometri e settimane e tutto quello che è successo dopo.
Sa esattamente il momento in cui aveva capito che doveva smettere di guardarlo.
C’era una soglia. Non metaforica — reale, misurabile in secondi. Oltre un certo limite lo sguardo diretto diventava qualcosa di diverso, qualcosa che non era più osservazione ma cessione, e lei lo sapeva e continuava a guardare e poi si girava dall’altra parte di scatto come si toglie la mano da una fiamma. Non perché avesse paura. Perché sapeva che se non si fosse girata avrebbe fatto l’amore con lui lì, in qualunque posto si trovassero, senza che nessuno dei due avesse detto una parola.
Gli occhi di Alder assorbono luce. Non la riflettono — la prendono dentro e non la restituiscono, come certi materiali che non hanno superficie ma solo profondità, come certi luoghi in cui la fisica normale smette di applicarsi.
Catherine adesso li ricorda con desiderio e con qualcosa che non è esattamente voglia ma le assomiglia abbastanza da disturbarla. È sempre più assorbita da quegli occhi anche mentre li ricorda — come se il ricordo avesse la stessa forza dell’originale, come se la distanza non attenuasse niente ma concentrasse tutto in un punto sempre più piccolo e sempre più denso.
Un campo magnetico, pensa. Tutti noi ne abbiamo uno. Ma il suo era diverso — aveva una frequenza che non corrispondeva a niente di catalogato, niente di misurabile con gli strumenti che aveva a disposizione. Qualcosa di più antico. Qualcosa che vibrava a una lunghezza d’onda che il corpo riconosceva prima che la mente potesse intervenire.
Victor Mancini parla anche sotto farmaci.
Il dottor Claude — assistente di Catherine, incaricato del caso da tre settimane — ha imparato a non interromperlo. Ha imparato che quello che Victor dice sotto sedativi non è delirio nel senso clinico del termine. È qualcos’altro. È come guardare attraverso un vetro smerigliato qualcosa che esiste dall’altra parte e che in condizioni normali non si vede.
— I buchi neri sono occhi — dice Victor. La voce è lenta, impastata, ma la struttura della frase è precisa. Non sta cercando le parole. Le sta solo recuperando da una distanza molto grande.
Claude non scrive niente. Aspetta.
— Sapete cosa c’è all’interno di un buco nero? — Una pausa. Il respiro si fa più profondo, come se stesse immergendosi in qualcosa. — Io… io lo so.
Silenzio.
— Lo ssssohhh. — La sibilante si allunga, si dissolve in un’espirazione. — C’è la coscienza. Quella maledetta cosa che cercate nelle vostre teste vuote.
Poi si calma. La tensione lascia le spalle, le mani, il collo. Victor torna a essere un uomo su un letto, in una stanza con l’odore lieve di disinfettante e la luce bianca che non perdona.
Claude resta immobile. Non perché stia seguendo un protocollo. Perché non riesce a smettere di pensare. I buchi neri assorbono luce. Gli occhi assorbono luce. La coscienza — quella cosa che Victor chiama maledetta, quella cosa che cercano nelle teste vuote — è forse il punto in cui la luce entra e non torna più. Il punto in cui l’osservazione collassa nell’osservato. Il punto in cui la frequenza del fondo cosmico — quei 160 GHz che sono l’eco più antico dell’universo, il respiro del Big Bang ancora misurabile dopo quattordici miliardi di anni — trova qualcosa su cui risuonare.
Omen è nell’angolo buio della stanza.
Claude non lo vede — non può vederlo, non ancora. Ma sente quella qualità dell’aria che cambia quando Omen è presente, quella pressione sottile che non è caldo né freddo ma qualcosa che il corpo registra prima che la mente gli dia un nome. Omen annuisce appena. Un gesto minimo, quasi impercettibile. Come a dire: sì, è esatto. Come a dire: continuate.
Alder nel frattempo è perso.
Non nel senso in cui ci si perde in una città sconosciuta — nel senso in cui ci si perde in un momento che non ha coordinate, in uno di quei varchi che si aprono tra le arcate di Torino senza avvisare, senza segnali, senza niente che prepari. Stava passeggiando sotto i portici di via Po e poi il portico era ancora lì ma lui non era più del tutto lì dentro, e non sa dire quanto tempo è passato perché in quel posto il tempo non funziona come credono.
C’è qualcosa che preme dall’interno del varco. Non ostile — solo presente, con quella qualità di presenza che hanno le cose molto grandi o molto antiche, le cose che esistono indipendentemente dal fatto che qualcuno le osservi.
E questa è la domanda che il varco gli pone, senza parole, senza voce, solo come pressione nell’aria:
Esistiamo anche quando non c’è nessuno che possa vederci?
Alder non risponde. Natan potrebbe — Natan ha sempre una risposta strutturata, una forma in cui mettere le cose. Ma Natan adesso tace. Anche Andrew tace. Anche Caroline.
Solo Omen, da qualche parte molto lontana, dice qualcosa che non è una parola ma è una direzione.
Avanti.
Il varco si chiude. Il portico torna ad essere solo un portico — pietra, archi, luce di marzo che taglia obliqua e allunga le ombre fino a farle sembrare più vere delle persone.
Alder cammina.
Porta con sé la domanda, che non ha risposta ma ha peso, e il peso è sufficiente a tenerlo ancorato a qualcosa mentre tutto il resto continua a cedere, catena dopo catena, senza rumore, nella città che respira male sotto i piedi e non lo dice a nessuno.
Serie: Alder Venn
- Episodio 1: Il punto Omega
- Episodio 2: 160 Ghz
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