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Non ricordo quando sono arrivato a Torino. Forse ci ero sempre stato, infilato tra i portici come un pensiero che nessuno vuole confessare. Forse la città mi aveva atteso, con la calma di chi sa che ogni fuggitivo prima o poi impara il privilegio di smarrirsi. Appena uscito dalla stazione ho sentito qualcosa erodere l’aria. Non l’odore dei tram, non il Po che respirava lento, ma un’idea estranea che mi attraversava come un’infiltrazione segreta.

I maestri li vedevo marciare per piazza Castello con la sicurezza di chi si crede depositario della verità. Parlavano dell’uomo di Venaria come di un profeta capace di riscrivere il mondo con una sillaba. Oscillavano tra biblioteche e caffè come ombre ben stirate, fari spenti che fingevano di illuminare. Non cercavano alunni, cercavano qualcuno da domare. E in quella caccia composta c’era qualcosa di patetico, quasi tenero. Torino li osservava e sorrideva, crudele.

G. M. era la nota storta che rompeva la melodia. L’ho incontrata una notte al Manzoni: camminava veloce, trascinata da voci che gli altri non percepivano. Mi ha guardato come si guarda uno specchio incrinato. Nei sogni il suo sguardo mi uccideva, ma lì mi restituì fiato. «Anche tu hai sentito la chiamata?» disse. «No, mi faccio chiamare io» risposi. Lei rise, un lampo rotto, prima di confessare che la dominatrice era impazzita e l’avevano rinchiusa.

Tra gli alberi si mosse un vento innaturale. Una voce senza gola, venuta non dalla città ma da una caverna remota. Torino è piena di fantasmi, ma quel sussurro era per noi due. Lei inclinò di nuovo lo sguardo. E in quel gesto c’era una lama.

Poi i corpi. Torino inciampa sui suoi silenzi. I delitti non lasciavano traccia: evaporavano nei vicoli, inghiottiti dalla nebbia e dai tram notturni. Le ragazze sparivano tra una fermata e l’altra. Sotto i miei piedi l’asfalto pulsava, scalciava come un ventre che vuole partorire ciò che non può.

Oscar Fate comparve come un uomo caduto da una pagina sbagliata. Mi studiò come si studia un presagio. «È sempre così Torino?» chiese. «Torino non cambia. Cambi tu, e lei se ne accorge.» Il suo sguardo si incrinò. Torino non uccide: assorbe, rimodella, ingloba. Ti archivia nei suoi corridoi invisibili.

Arcimboldi lo vidi solo di sfuggita. Un’ombra che attraversava epoche: guerra, cantine umide, viali alberati. Ogni suo nome era una porta verso altre porte. Allora capii che non ero io a cercarlo.

Quando me ne andai, Torino non fece rumore. Solo un respiro. Forse si addormentò. Forse morì. Ma quel sospiro mi rimase addosso come un cappotto che scalda e intossica. Partii con voci nella testa, e tutte sussurravano:

«Non sei venuto tu. Siamo stati noi a trovarti.»

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