27 dicembre, ore 11:07

Serie: Ne verremo a capo


NELLA PUNTATA PRECEDENTE: Nuove conoscenze, nuove opportunità, nuove speranze

Il gruppo di nuovi arrivati era sceso nella sala da pranzo; era arrivato il momento di agire. Glicine corse davanti alla stanza 115, quella accanto alla sua; utilizzò il passe-partout ed entrò lentamente. D’istinto, si sedette sul tavolo al centro. Studiò bene i muri, i letti, le chiavi e il portafoglio lasciati sulla sedia. Era la stanza del comasco. Avrebbe potuto essere il suo comasco. Forse finalmente Glicine sarebbe arrivato a una svolta. Forse finalmente avrebbe trovato ciò che cercava, il suo qualcuno speciale e irripetibile. Forse stava idealizzando troppo le cose. Ma, alla fine, non era meglio illudersi e continuare a sperare?

Tanto di pessimismo e negatività ce n’erano già abbastanza all’hotel. Lui voleva essere felice. Sì, alla fine non gli costava neanche tanto, la felicità era la sua emozione base. Gli altri sostenevano che fosse eccessivamente agitato ed euforico, ma erano loro ad essere troppo seri. La vita forse non li aveva ancora abbandonati del tutto. Forse nemmeno erano morti. Magari erano ancora vivi completamente e manco lo sapevano. Magari era tutto nella loro testa. Tutto in quelle loro menti devastate, tutto in quelle loro menti spente dal terrificante blackout.

Era stato un incredibile Capodanno, tanto che alcuni di loro ancora si chiedevano se davvero fosse stato reale oppure se la loro mente si fosse inventata tutto. Chi lo avrebbe mai detto? No, davvero, chi avrebbe mai potuto pensare che sarebbero rimasti intrappolati in un hotel sperduto nel nulla? Da una certa angolazione, la vicenda aveva un che di esilarante: sei deficienti rinchiusi in un hotel del cazzo sperduto in un posto ancora più sperduto. Faceva ridere.

Ma ora Glicine doveva concentrarsi sul presente: doveva capire come iniziare una conversazione con quella misteriosa figura che era stata assegnata alla stanza accanto alla sua. Optò per la strategia più stupida, ma che si sarebbe probabilmente rivelata la più efficace. Prese il portafoglio nero in finta pelle dal comodino su cui era stato lasciato e uscì furtivo dalla stanza.

Venti minuti dopo, un ragazzo sui vent’anni salì le scale a passo lento.

“Ciao, sono Camillo! Credo che ti sia caduto questo, prima, l’ho trovato qui, davanti alla mia stanza…” si presentò Glicine, porgendo il portafoglio.

Il ragazzo inclinò la testa, guardandolo sospettoso

“Hai un bel nome” commentò pacifico, riprendendosi il portafoglio.

“E tu sei…?”

“Michele, ma chiamami pure Mic.”

Fuori nevicava.

“Beh, è un vero piacere conoscerti!”

Il corridoio era gelato. Probabilmente i caloriferi funzionavano per metà, come sempre.

“Tu in che stanza sei?” chiese Michele guardandosi intorno nervoso.

“114. Tu?”

“115.”

“Caspita, siamo vicini di stanza! Adesso si viene a scoprire che sei anche tu di Como!” rise Glicine, attento alla reazione del proprio interlocutore.

“Aspetta, sei anche tu comasco!? Di dove, esattamente?”

“Albate… Ma non è importante, veniamo dalla stessa città!”

“Hai ragione… senti, io vado a farmi una doccia, ci becchiamo stasera, eh!” salutò Michele poco prima di sparire oltre la porta.

Bene, Glicine aveva trovato la propria ultima occasione.

Primula se ne stava seduta, con le ginocchia al petto, in un angolo dell’area relax. Nemmeno quest’anno sarebbe riuscita a parlare con qualcuno; non ce la faceva, la bocca si seccava all’improvviso e le corde vocali cessavano di funzionare. Così, mentre il resto dei suoi compagni faceva amicizie, conversava e ingannava, lei se ne stava da sola, rintanata nei propri pensieri. Era sempre come se fosse invisibile, come se la gente riuscisse a guardarle attraverso, senza rendersi conto della sua presenza. Orchidea le aveva assegnato il ruolo di Calma, colei che avrebbe dovuto placare gli animi più agitati con la propria presenza quieta, come le aveva spiegato proprio Orchidea qualche ora prima. Ma, se non riusciva nemmeno a parlare, come avrebbe potuto pretendere di calmare?

“Ciao, stai bene? Sei qui tutta sola…”

Primula si rese conto che un ragazzo dall’accento veneziano le aveva appena fatto una domanda. Annuì, sistemandosi imbarazzata i vaporosi capelli biondo cenere.

“Sei timida, eh? Non preoccuparti, mi stanno simpatici i timidi!”

“Ludo, vieni o no? Quella è troppo piccola per te!” rise un altro ragazzo da dietro.

“Tu inizia a salire, ti raggiungo tra un attimo” rispose calmo lui.

“Come avrai capito, mi chiamo Ludovico. E tu sei…”

“Primula.”

Ludovico fece una faccia divertita. Assomigliava tanto a un cerbiatto.

“Sai, è un nome molto particolare, non l’avevo mai sentito prima. Però devo ammettere che mi piace parecchio.”

Primula annuì a disagio.

“Ascolta, io ora vado su, voglio vederti stasera, eh. Così magari facciamo un po’ di conversazione, se ti va.”

Non attese la risposta della ragazza, si alzò con calma e scomparve dietro l’angolo.

Giglio aprì la stanza 131. Non sapeva bene perché avesse scelto proprio quella stanza, proprio quel numero, ma anche gli altri anni aveva scelto a caso, quindi perché non continuare la tradizione?

“Chi sei?”

Giglio si irrigidì. C’era qualcuno lì dentro. Ma non era ora di pranzo? Pensava fossero scesi tutti.

“Scusami, devo aver sbaglia…”

“Perché riesci ad aprire la porta della mia stanza!?”

Era una ragazza minuta, terrorizzata, in piedi, con un coltellino svizzero in mano.

“Scusami, lascia stare…”

“No, no, come hai fatto ad aprire?”

Giglio si ritrovò a bocca asciutta.

“Piacere, mi chiamo Giglio. Sono morto” decise di presentarsi lui, porgendo la mano destra.

La ragazza accennò un sorriso d’incredulità.

“Se sei morto perché mi stai parlando?” chiese, stringendo il coltellino.

“Perché ho bisogno di te per tornare in vita. Sei la mia ultima opzione” spiegò con voce piatta Giglio.

“Non dire cazzate. Io non ci credo agli spiriti; vattene, per favore.”

Era strano come una frase tanto decisa ed arrabbiata si chiudesse con un timido “per favore”.

“Facciamo così. Apri la finestra” suggerì Giglio a bassa voce.

La ragazza rise.

“Col cazzo. Vattene!”

Stavolta aveva urlato.

Giglio si diresse tranquillo alla finestra, passando di fianco alla ragazza; lei, terrorizzata, lo ferì al braccio con il coltellino. Giglio mostrò una smorfia di dolore, ma dalla ferita non uscì nemmeno una goccia di sangue; anzi, si cicatrizzò subito, senza lasciare alcuna traccia.

“Ecco: hai visto? Sono morto, te l’ho detto. Apri la finestra” ripeté.

La ragazza si diresse tremante alla finestra, aprendola del tutto. Restò a guardare Giglio come ipnotizzata.

Lui tentò di accarezzare l’aria di dicembre, ma era come se una pellicola sottile lo separasse dall’esterno: non riusciva a portare la mano oltre gli infissi.

“E, spiegami, che cazzo vuoi da me?”

Giglio sorrise alla figura scioccata e tremolante di fronte a sé.

“Te l’ho detto: mi devi riportare in vita.”

“Perché proprio io?”

“Perché mi stai simpatica, Virginia.”

“Sai anche indovinare i nomi?”

“No, c’è scritto sulla tua valigia, lì sul pavimento.”

“Scusami…”

Orchidea si voltò di scatto.

“Non volevo spaventarti, è che… ecco, non trovo la sala da pranzo…”

Orchidea prima si chiese chi potesse essere così deficiente da non trovare la sala da pranzo, poi si rese conto che quella era un’occasione da non lasciarsi sfuggire.

“Ma certo, signora, non si preoccupi, l’accompagno io.”

“Oh, grazie infinite, tesoro. Come ti chiami?”

“Olivia” tagliò corto Orchidea, ansiosa di conoscere tutto sulla sua nuova importantissima conoscente. Iniziò già a studiarla senza troppo impegno, raccattando solo i dettagli più importanti.

“Che bel nome! Io invece mi chiamo Nina; è davvero un piacere fare la tua conoscenza, Olivia!”

Iniziava così lo spettacolo: con una scheletrica signora sui quarant’anni e una ripida rampa di scale da scendere. Orchidea non avrebbe potuto chiedere di meglio.

Serie: Ne verremo a capo


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Discussioni

  1. Superfluo ormai dire come un sorriso in un modo o nell’altro questo racconto lo strappa sempre, anche se quella osservazione finale sulla rampa di scale da scendere fa un po’ pensare… Il coinvolgimento è comunque sempre maggiore. E mi piace anche la tua non tanto velata simpatia per Como 😀

    1. Sembrerà assurdo, ma una piccola parte di questa storia è vera, e l’ho vissuta in prima persona (che sfiga, evviva!). Como è stata la città da cui è partito tutto, quindi, sì, nonostante l’esperienza sia stata tutt’altro che piacevole, ormai la città ha preso una parte del mio cuore 🙂

        1. Sì, non sono tanto brava a nascondere la mia vera identità, vero? Beh, ora lo sai, e il mio ruolo nel Consiglio è tutt’altro che marginale

  2. “sei deficienti rinchiusi in un hotel del cazzo sperduto in un posto ancora più sperduto. Faceva ridere.”
    Certo che questi fantasmi si beccano degli insulti mica male ad ogni episodio

  3. Una vicenda fin qui orchestrata ottimamente.
    I passaggi ironici sono molto divertenti e non è affatto difficile vedere nella mente la scena mentre la si legge.
    Continua a piacermi sempre di più.