27 dicembre, ore 18:04

Serie: Ne verremo a capo


NELLA PUNTATA PRECEDENTE: Un nuovo fiore

Tarassaco si alzò lentamente dal letto su cui era steso. Aveva appena dormito per quattro ore di fila. Gli ospiti se n’erano andati tutti a fare un giro nel paesino vicino, così Tarassaco aveva pensato che fosse un’ottima occasione per riposare.

“Buongiorno!” lo salutò allegra Orchidea, apparsa come un fantasma sulla porta. Lo osservava composta, la schiena perfettamente dritta e la solita pila di fogli stretta al petto.

“Che cosa c’è da essere così allegri?” domandò ancora assonnato Tarassaco. Non aspettò nemmeno la risposta, passò oltre Orchidea diretto verso il piccolo bar. Lì trovò Glicine che si scolava una bottiglia di Champagne.

“Lici, piantala di bere” borbottò, sedendosi accanto a lui. Lo guardò per un attimo, senza notare nessuna reazione nel ragazzo.

Gli strappò la bottiglia dalle mani e lesse frettolosamente l’etichetta. Cazzo.

“Glicine, ma ti bevi una bottiglia da quattordici gradi!?”

“E quale sarebbe il problema?” brontolò lui, prima di accasciarsi di colpo sul bancone.

“Cazzo!” gridò Tarassaco, prendendolo per un braccio e tentando di scuoterlo.

“Lici, ti prego. Devi imparare a non agire come un bambino di cinque anni” mormorò nel panico.

“Beh, l’età mentale più o meno è quella” rispose tranquillamente Giglio, che si stava godendo la scena dietro di loro.

Orchidea arrivò di corsa, preoccupata; come vide Glicine inerte sul ripiano, spostò Tarassaco e gli si mise accanto.

“Ha bevuto ancora?” chiese con la voce venata dall’ansia, mentre cercava inutilmente di richiamare l’amico.

“Secondo te? “domandò sarcastico Giglio, appoggiato al bancone del bar.

Era così tranquillo che sembrava quasi si stesse godendo la scena.

“Certo che non impara niente, eh” commentò assente, alzandosi con calma e prendendo dal frigobar una lattina di acqua tonica. Se la scolò tutta in venti secondi.

“Certo che tu non hai un cazzo di cuore” ribatté infastidito Tarassaco, sostenendo il corpo ossuto di Glicine.

“Lo so” commentò sorridente Giglio.

Glicine riaprì gli occhi. Era successo di nuovo. Lo sapeva, lo sapeva che non poteva bere alcool. Era una delle strane regole del gioco: niente alcolici, di nessun tipo, o si rischiava di finire in coma. Solo che Glicine non ce la faceva: aveva iniziato a bere a dodici anni a causa dei suoi amici, tutti più grandi. E ora non riusciva più a farne a meno; era come se l’alcool lo chiamasse, come se lo trascinasse a sé con una forza irresistibile.

“Dea? “chiamò spaventato con gli occhi semichiusi. Respirava lentamente, come se avesse qualcosa bloccato in gola, e cercava disperatamente una spalla a cui appoggiarsi.

“Dea!?”chiamò più forte, in un grido strozzato.

Orchidea gli mise una mano sulla spalla.

“Glicine, ci sono qui io.”

“Mi spiace, Dea, mi spiace!”

“Lo so che ti dispiace.”

Orchidea gli prese la mano.

“Lici, mi senti bene?”

“Sì.”

“Vuol dire che sta svanendo l’effetto. Adesso passa.”

Certo, adesso passa si ripeté Glicine. Sarebbe passato, e poi? Poi, come sempre, sarebbe tornato tutto alla normalità, il tempo avrebbe ricominciato a scorrere con il suo fare pesante e rumoroso e l’agitazione lo avrebbe ripreso.

Tutto come sempre.

Glicine odiava le regole, anche perché non erano scritte da nessuna parte: ogni giorno era una scoperta. Niente alcool, non si esce, niente tagli o ferite, niente vita.

La regola più importante, però, era stata fin da subito molto chiara: è obbligatorio giocare.

Glicine si ricordava perfettamente la prima volta che erano venuti in contatto con il gioco. Stava per chiedere ad Orchidea se anche lei se ne ricordasse, quando risprofondò nel sonno.

Luci soffuse, volti preoccupati, neri, sfumati. Persi in un vuoto solitario e pallido. Una calotta di ghiaccio eterea. Parole gocciolanti che cadevano sottoforma di piccole lacrime cristallizzate nella malinconia. Tuoni tremendi che squarciavano il cielo. Asso di fiori. Voci urlanti per i corridoi, cuori scoppiati, piante, vegetali, rampicanti, quadri sulle pareti, disegni neri nascosti negli angoli sui muri, nomi nuovi, nuove identità e loro sei. Asso di fiori. Buio. Luce. Buio. Luce. Buio.

Luce. Quella della polverosa lampada a muro del bar.

“Lici? Lici, ci sei?”

Orchidea. Era ancora lì.

“Asso di fiori…” bofonchiò Glicine.

Orchidea gli mise una mano sulla testa bollente.

“No, Lici, abbiamo detto che non ne avremmo più parlato. Né dell’asso di fiori, né dei disegni, né delle scritte. ”

Glicine tentò di annuire, ma la stanchezza non glielo permise.

Tulipano era seduto su uno dei divanetti dell’atrio con lo sguardo assorto; aspettava che fosse pronta la cena.

Tarassaco gli si avvicinò cauto, prendendo posto sul divanetto accanto.

“Sei pensieroso” constatò a bassa voce.

“Stavo pensando al vostro gioco, no? Quello dei fiori.”

Tarassaco scosse la testa.

“Non chiamarlo vostro; è anche tuo. Ora, io non so perché tu abbia avuto la possibilità di vivere fuori, ma non sei diverso da noi.”

Tulipano, stranamente, sorrise. Era come se Tarassaco gli avesse fatto un complimento.

“Sono felice che tu voglia includermi così. Sai, mi ha affascinato da subito questa storia dei fiori, questo gioco stranissimo. A proposito, riusciresti a spiegarmi bene le regole? Perché ho paura di essermi perso qualcosa.”

Ok, ora la situazione si faceva davvero strana. Un giocatore che non conosce le regole del gioco? Dove cazzo era stato per tutto il tempo?

“Dovresti saperle, in teoria. E non è un gioco affascinante, questo, fa schifo. Forse è il caso che tu mi spieghi bene chi sei, prima che io ti dia altre informazioni” rispose freddo Tarassaco.

“Volevo solo giocare con voi. Mi sembrava una cosa carina, tutto qui. Ho visto che vi divertivate tanto e che prendevate la cosa seriamente, così mi era venuta voglia di aggiungermi al gruppo. Pensavo l’avessi capito…”

Tarassaco rimase qualche secondo immobile, nel tentativo di processare ciò che aveva appena sentito.

Tulipano non esisteva.

Tulipano non era uno di loro, era un deficiente che si era convinto che fosse tutto uno scherzo, una specie di gioco di ruolo: doveva avere sentito la loro discussione nel primo pomeriggio.

Tulipano era un ragazzo normalissimo, che non c’entrava niente con il gioco.

Ecco perché era così sereno! Lui non sarebbe morto davvero. Stava solo recitando una parte, e si stava probabilmente anche divertendo parecchio.

“Tulipano, il nostro non è…”

Si fermò.

Tulipano non era uno di loro, Tulipano non era mezzo morto.

Quindi poteva essere la sua ultima possibilità, il suo ospite. Ma, per convincerlo a collaborare, avrebbe dovuto fingere un po’ anche lui: lasciargli credere che si trattasse di un gioco, coinvolgerlo, stimolarlo.

“Va bene, Tulip. Da adesso in poi fai ufficialmente parte del gruppo; vedrai, ti divertirai un sacco.”

Serie: Ne verremo a capo


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Discussioni

  1. Uh se è davvero così, se Tulipano non è davvero uno di loro, le cose prendono una piega davvero interessante. Mossa parecchio astuta introdurre un personaggio apparentemente così importante in questo modo.

  2. Ho l’impressione che Glicine si ubriachi perché si sente in colpa per qualcosa. Forse è in qualche modo responsabile per la situazione in cui si trovano lui e i suoi amici? Comunque sei molto brava nel mantenere alta la suspence. Chissà quali indizi ci saranno nei prossimi episodi che ci faranno capire qualcosina in più sulla storia di questi personaggi.