28 dicembre, ore 1:23

Serie: Ne verremo a capo


NELLA PUNTATA PRECEDENTE: "Only plastic flowers never die" -Will Wood (Falling up)

Primula aspettò che Orchidea e Tarassaco tornassero a dormire. Quando fu certa che ormai non ci fosse più nessuno per i corridoi, aprì lentamente la porta della propria camera e uscì silenziosa.

La stanza di Glicine era giusto qualche metro più in là.

Esitò, poi si fece coraggio e bussò piano alla porta.

“Dea? Dea, sei tu?” rispose una voce da dentro.

Avevano bussato. E ora non rispondevano alla sua domanda. Non poteva essere Orchidea, se n’era appena andata.

“Lici?” chiamò una voce morbida.

Era Primula. Chissà cosa voleva: non cercava mai nessuno. Tranne Giglio, ovviamente, quando le cose si mettevano davvero male, o quando richiedeva l’ennesima riunione inutile.

Glicine spiegò sul volto lentigginoso un sorriso storto: era contento di avere compagnia.

“Devo dirti una cosa” esordì la ragazza con voce tremolante.

“E dimmela allora.”

Primula rimase in silenzio.

“Forse però è il caso che prima io ti tiri fuori da qui, voglio vederti in faccia mentre ti parlo.”

“Le chiavi le ha Dea. Le ha portate nella sua stanza.”

“Aspettami, torno subito.”

Matteo era seduto su uno dei divanetti dell’atrio con una birra in mano.

Primula pensò che fosse strano che si trovasse ancora lì, dato che in genere la sera tornava a casa.

Non si fece però troppe domande e, tentando di non farsi notare, si diresse verso la reception.

“Non dovresti dormire?”

Primula abbassò la testa, sconfitta.

“Teo, ho bisogno di una cosa.”

Il receptionist si alzò con calma sorseggiando la propria birra.

“Primula, vai a dormire. Dico sul serio, è tardi e non sono in servizio.”

“Ti prego, Teo. Ne ho bisogno. Ha a che fare con il gioco: mi serve ora, non c’è più tempo. Ti prego. Ne ho bisogno adesso.”

Primula corse su per le scale con la copia della chiave della stanza 114 in mano e con un sorriso trionfante sul viso.

Aprì velocemente la porta e Glicine la accolse con un’espressione gioiosa.

“Bene, ora puoi dirmi tutto quello che vuoi” disse lui, prendendole la mano ed invitandola a sedersi sul suo letto; Primula ubbidì.

Ora che era seduta, però, le mancavano le parole.

Fissava assorta la notte fuori, il firmamento nel cielo così limpido.

Glicine aspettò pazientemente che trovasse il coraggio di parlare; la osservava tranquillo, sempre sorridente.

“Avevo perso i miei orecchini, quelli a forma di stella, ho pensato che magari li avevo lasciati per sbaglio da qualche parte, o che magari me li avevi nascosti per uno dei tuoi scherzi idioti…”disse tutto d’un fiato lei con la voce incrinata.

Glicine la fissò per un attimo perplesso.

“Non vedo il problema.”

“Sì. Appunto. Non ti ho ancora detto qual è il problema” sospirò Primula, avvicinandosi all’altro ragazzo.

Arrivò a sfiorargli il viso.

“E adesso ho paura. Forse non te lo dovevo dire, forse ho fatto una stupidaggine a venire a parlare con te…”

“Assomigli tanto a Ciclamino quando parli così” ridacchiò Glicine.

“Suppongo che non sia un complimento.”

“Senti, una curiosità: se si tratta di una cosa tanto importante, perché sei venuta da me, e non da Orchidea o Giglio?”

“Perché tu non giudichi. Perché se ti dico qualcosa, tu ci credi, a prescindere. E, soprattutto, perché non menti: sai essere decisamente troppo schietto, ma credo che in questo caso sia un bene. Se vado da Orchidea, lei mi fa mille domande, mi rimprovera perché non l’ho detto prima e mente pur di farmi stare tranquilla. Se lo dico a Giglio, non mi crede. Ecco perché ho deciso che l’avrei detto a te.”

Fece una specie di smorfia, poi scoppiò a piangere.

“P-Primula?”

Glicine mise una mano sulla spalla della sua amica, ma si sentì terribilmente stupido e a disagio, e la tolse subito. Avrebbe voluto fare qualcosa, ma non sapeva come muoversi.

La ragazza si alzò di scatto.

“Devi vedere una cosa” spiegò asciugandosi le lacrime. Glicine la invitò a proseguire, confuso e preoccupato.

Primula gli prese la mano e lo condusse nella stanza 149, una di quelle vuote. Chiuse con cura la porta, poi si sedette sul tavolino accanto al letto matrimoniale. Accese la lampada a muro, che inondò la stanza di un’accogliente luce gialla.

“Apri lì” sussurrò a Glicine, indicando uno dei cassetti dell’armadio.

Lui ubbidì agitato, aprendo il cassetto fin troppo velocemente.

Lo richiuse subito, terrorizzato.

“Fa niente, non voglio vederlo” disse con la voce tremolante.

“Te l’avevo detto che c’era un problema.”

No, no, no, no, no.

Non poteva essere vero.

Eppure, era lì, davanti a lui, e se avesse allungato la mano avrebbe potuto sfiorare quell’oggetto terrificante.

Si voltò verso Primula e vide i suoi occhi neri scintillare.

All’improvviso, tutto gli faceva paura: la luce calda che sembrava soffocarlo, il luccichio spettrale degli occhi della sua amica, il silenzio dell’hotel, il soffitto, il pavimento, i muri.

Eppure, in un certo senso gli sembrava di averlo sempre saputo: lo sapeva che prima o poi avrebbero trovato qualcosa, bastava cercare.

Solo, ecco, non se l’aspettava proprio così.

I pensieri si accatastavano uno sopra l’altro nella sua testa.

Il più pesante però era che ormai non poteva più fare finta di niente: l’avevano trovato. Non sarebbero potuti uscire tranquillamente dalla stanza, chiudere la porta e fare come se nulla fosse successo.

“Che cazzo è questa roba!? Io l’avevo detto, l’avevo detto che ci doveva essere altro!” mormorò Glicine in preda a un pianto irrefrenabile scoppiato all’improvviso.

Primula gli si avvicinò con calma e gli mise una mano sulla spalla.

“Forse sarebbe stato meglio non trovarlo, non adesso. L’unica opzione che abbiamo…”

“Mi sto sentendo male” la interruppe Glicine.

“No, Lici, non è decisamente il momento.”

“Ti rendi conto!? Ti rendi conto, Primula!?”

“Sì, sì, ecco perché ho paura: l’abbiamo trovato al momento sbagliato. Però magari ci può servire lo stesso, può esserci comunque utile…”

“Ma non capisci!? Questo è rimasto qua per tutti e tre gli anni: guarda, ti sembra che sia stato messo qui di recente!? Avremmo dovuto trovarlo subito, e invece lo scopriamo ora. Abbiamo giocato fino ad ora senza istruzioni. Moriremo.”

Primula sospirò e si appoggiò alla spalla dell’amico.

Sì, sarebbero morti, perché ciò che avevano trovato era terribile: era la conferma che avevano giocato a caso, e che probabilmente avevano sbagliato tutto, e ormai era troppo tardi per rimediare.

Glicine guardò ancora l’amica, nella stupida speranza di scoprire che si trattava solo di uno scherzo.

Lo sapeva, non era uno scherzo.

Ecco perché Primula era così agitata.

Nel cassetto, piegata con cura, c’era una piccola lettera ingiallita.

E sopra c’era scritto “Per i sei Fiori”.

Serie: Ne verremo a capo


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