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Serie: 3:33
Sonia non riuscì a muovere un muscolo, non capendo cosa stava succedendo e pietrificata dal terrore, fino a realizzare che quella era la Cosa che la stava seguendo fin da quando aveva salito le scale.
Doveva muoversi, sapeva di doverlo fare eppure le sue gambe non volevano sapere. Urlare non le sembrava una buona idea per non richiamare indietro il demone ma la Cosa che si stava avvicinando cosa poteva essere?
“Sonia” la Cosa si stava avvicinando, tendendo un braccio verso di lei.
Sonia lo osservò bene: era un ammasso di quelli che sembravano muscoli pompati e vene che uscivano dalla sua pelle grigiastra.
“Non devi avere paura di me” parlò la Cosa, muovendo i suoi pesanti passi nella sua direzione e tornando ad ansimare come aveva fatto quando saliva le scale.
“E’ stato così difficile raggiungerti, spero tu stia bene”
Sonia scosse il capo, sia perché le cose non erano andate bene sia per il terrore che quell’ammasso la toccasse e potesse farle del male.
“Tu…tu…” furono le uniche cose che Sonia riuscì a dire.
La Cosa era talmente vicina che poteva toccarla ora, il braccio ancora alzato, ma si bloccò a pochi centimetri dalla spalla di lei.
“Io sono colui che può salvarti da tutto questo, basta che ammetti quello che sei”
“Di nuovo con questa cosa” Sonia riuscì a muovere un passo all’indietro, andando a sbattere però con la schiena contro la vetrina. Si lasciò scivolare lungo questa e si prese la testa tra le mani, fissando la Cosa che si chinava su di lei.
Non riusciva a comprendere la sua espressione, quasi impassibile.
“Devi ammettere che questo è un periodo e andrà tutto bene. Tutti hanno delle colpe, ora alzati, ammetti le tue, quelle vere, trova quel demone e finisci questa storia una volta per tutte”
Le lacrime di Sonia si fermarono, incredula a quelle parole. Pensava che tale essere mostruoso la volesse finire, magari con una mazza fino a distruggerle la testa.
Continuò a fissarlo, senza parole.
“Forza, non c’è molto tempo! E’ dalla seconda sera che ti seguo e so che se non segui il mio consiglio adesso tornerò a vederti tra molto tempo”
“Chi sei?”
“La speranza, se così vuoi chiamarmi”
Sonia accennò un sorriso: certo, la speranza se la immaginava in un altro modo, totalmente differente, magari una bella dea con un abito lungo svolazzante color oro.
Con gambe incerte si alzò e provò a fare un inchino.
“Grazie”
“Corri, ci ritroveremo” e così dicendo la Cosa, o Speranza, le girò le spalle e andò a chiudere la porta da cui erano uscite, per poi urlarle “Vai dritto per la via, fino alla cascata. Non farlo tornare indietro”
Senza pensarvi due volte Sonia annuì e corse al centro della strada: le vetrine venivano sostituite da panchine, poi da alberi, fino a raggiungere tale cascata nominata dalla Cosa.
Sotto questa vi era il demone, nella sua forma: piccolo e tozzo, rosso e con le corna, che le sorrideva. Aveva occhi completamente neri.
“Ti stavo aspettando. Sei stata brava prima, mi hai dato del filo da torcere come l’altra volta”
“Smettila di tormentarmi”
Il demonio rise di gusto.
“Pensi basti questo a fermarmi? Fatti sotto. Anche se ti conosco molto bene, più di te stessa, e so quanto tu sia paurosa. Hai paura della verità, hai paura di alzare la voce, farti sentire e qui cadrai sempre. Per questo non ti libererai mai di me, tornerò a farti visita ogni volta. Ora accontentami e ti lascerò stare per un po’: forza, dimmi che sei come me”
Senza sapere da dove era venuta quella forza Sonia si scagliò contro il demone e con una rincorsa cadde addosso al suo corpo: si ritrovarono avvinghiati l’uno all’altra mentre il vuoto li avvolgeva, il rumore dell’acqua si faceva più intenso, le gocce iniziarono a bagnarli per poi esser scaraventati in acqua.
Erano acque buie, profonde, con un odore acre. Sonia aveva chiuso gli occhi nel momento in cui aveva toccato il corpo del demone ed una scarica elettrica l’aveva percorsa, ma aveva resistito. Sotto l’acqua strinse forte gli occhi, senza però lasciare la presa sul suo incubo.
Allo stesso tempo il demone era impressionato da quella reazione, non se l’aspettava ed era stato preso alla sprovvista. L’impatto con l’acqua fredda aveva raffreddato il suo corpo e l’aveva reso più vulnerabile, ma Sonia non poteva saperlo. Almeno sperava.
Lei agì d’istinto, senza sapere cosa stava facendo: il fondo si era avvicinato e muovendo solo un braccio trovò un grosso sasso. Lo sollevò e colpì il demone più e più volte, sperando di beccare almeno un suo punto debole.
Aveva gli occhi ancora chiusi, colpiva alla cieca ma l’ossigeno iniziava a scarseggiare. Non si fermò, decise che questa volta doveva andare fino in fondo e se questo l’avrebbe portata alla morte non le importava: si sarebbe difesa, non gli avrebbe permesso di esser debole e impaurita anche nei suoi ultimi istanti.
Sollevando l’ultimo colpo sentì il sasso che le sfuggiva di mano ed i sensi che l’abbandonavano.
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Sonia si svegliò nel suo letto, grondante di sudore. Urlò, mettendosi a sedere.
Subito accese la luce e si guardò attorno: si trovava nella sua stanza ed era al sicuro. Si tastò la testa, il corpo, si guardò il pigiama e poi si fiondò ad aprire la porta per controllare che desse sull’ingresso e non su delle scale.
Non capiva come fosse tornata nel suo letto, le altre notti riusciva a tornarci fisicamente, se lo ricordava.
Sorrise: forse aveva davvero sconfitto il demone. Ringraziò la Speranza e si sdraiò, a luce accesa per concludere così la notte. Riaddormentatasi pensava stesse andando tutto bene, eppure ad un certo punto sentì una mano molto calda accarezzarle il collo.
Spalancò gli occhi ma non riuscì a muoversi.
I nostri sbagli e timori ci seguono sempre, non possiamo sfuggire alle nostre paure. Non si può sfuggire ai giudizi.
Forse solo col tempo.
“Mi sei mancata…”
Erano le 3:33.
Serie: 3:33
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“Hai paura della verità, hai paura di alzare la voce, farti sentire e qui cadrai sempre. Per questo non ti libererai mai di me, tornerò a farti visita ogni volta. Ora accontentami e ti lascerò stare per un po’: forza, dimmi che sei come me””
Inizio da qui, per dire che ho apprezzato questa serie psicologica che mette il dito in una piaga che è difficile da debellare. Il senso di colpa, spesso, è auto-costruito