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Serie: 3:33


    STAGIONE 1

  • Episodio 1: 3:32
  • Episodio 2: 3:31

NELLA PUNTATA PRECEDENTE: Sonia viene tormentata da un demone tutte le notti

“Non ti lascerò andar via, devi affrontare quello che hai fatto a queste persone”

“Lo vuoi capire che non ho fatto nulla?”

“Ne sei proprio sicura? Ascoltali attentamente” disse indicando il soffitto con la zampa, come a volerla far tacere-

Sonia, col fiatone per la corsa, ascoltò le voci che si univano lungo il corridoio e riuscì a distinguere le singole parole.

“Mi hai ingannato”

“Ci hai mentito”

“Cos’hai fatto? Perché questo?”

“Perché proprio a me?”

“Potevi tenerti la tua opinione”

“Nulla sarà più come prima”

“Raggiri”

“Non si più credere a quello che dici”

Sonia si mise le mani sulle orecchie, accasciandosi a terra sulle ginocchia.

“Accettalo, tu sei questo: hai ingannato, mentito, nascosto informazioni e soprattutto sai come verrai vista d’ora in avanti. Ricordatelo: la tua testa è saltata e sai che è giusto così, qualsiasi cosa dirai non sarà ascoltata, perché la tua non è la verità”

Dondolandosi nelle lacrime Sonia iniziò a singhiozzare forte, pensando che in realtà lei aveva sempre cercato di vivere la sua vita in maniera tranquilla, tenendo per sé gli avvenimenti personali e ascoltando le persone a lei vicine, che le confidavano i loro segreti e lei non avrebbe mai osato aprir bocca su quello eppure ogni cosa le era stata rigettata addosso. Aveva sempre pensato che se la gente non ti crede anche quando si dice il vero non è un tuo problema, com’era successo negli ultimi mesi: incolpata di aver tradito senza averlo fatto, il semplice fatto di aver ascoltato una persona in difficoltà era stato stravolto; e lei aveva continuato a difendere la sua versione ma anche a tenere i segreti degli altri, forse era quello il suo sbaglio.

Si era presa il suo carico e ne stava scontando la pena.

“Rita Hayworth e la redenzione a Shawshank” sussurrò.

“Come?” Jessica Rabbit, o quel che ne rimanevam si chinò per sentire meglio.

“Rita Haywworth e la redenzione a Shawshank”

“Cosa c’entra questo?”

“La verità è quella che ho detto eppure non sono stata creduta, poiché immaginare gli scandali è più intrigante e divertente. Ricordo le parole scritte da King e quella storia, in cui un uomo difende la sua verità e la ripete ogni volta ma non viene mai creduto poiché la dice in maniera tranquilla. Questa sono io: la verità di tutto quello che è successo è che nulla è accaduto, ma più che dirlo non posso fare altro”

Il demone iniziò a risollevarsi in piedi.

“Interessante come modo di vederla”

Sonia prese coraggio e non lasciandosi intimidire dalla sua altezza e si rialzò in piedi a sua volta.

“Perché tutto questo?” disse allargando le braccia ed indicando il lungo corridoio, per poi portare l’attenzione sull’aspetto del demone.

“Perché proprio Jessica Rabbit? Non ha senso”

“Vuoi veramente dare un senso a tutto questo? Ci stai provando, a venirne fuori, a fare ancora valere la tua verità, ma in fondo sai cosa sei. Senti cosa dicono gli altri, non tornerai mai ad essere una brava persona”

Sonia non si sentiva così, sapeva di essere migliore ma non aveva altro modo di dimostrarlo se non con le sue parole. Voleva difendersi, eppure di più non poteva fare. Mai si sarebbe piegata a tutto quello, diventando qualcuno che non era.

Poi comprese, un’illuminazione su tutto quello. Si guardò il vestito, passandovi le mani sopra. Si tolse i guanti, lasciandoli cadere a terra e muovendo le dita, libera da quel tormento che non le faceva toccare veramente le cose con mano.

“Non sono cattiva, mi disegnano così”

A quelle parole pronunciate a voce alta il demone fece un passo indietro.

“Ho centrato il punto, vero? E’ più facile credere a tutto questo che alla banale verità”

Il demone continuò a camminare all’indietro, verso l’uscita.

“Non sono cattiva, mi disegnano così. Non sono una traditrice, una bugiarda, non sono solo io ad aver sbagliato ma un insieme di cose. Dovresti tormentare tutti qui dentro”

Il demone ormai era arrivato alla porta e senza esitare spinse il maniglione antipanico uscendo fuori, girandosi e correndo. Dietro Sonia lo inseguì ma era troppo lenta: poco dopo si ritrovò a riprendere fiato con le mani sulle ginocchia.

Si guardò le gambe e vide che aveva nuovamente addosso il suo pigiama: dopo quella realizzazione il fantoccio in cui l’avevano trasformata aveva perso il suo potere. Si guardò attorno e vide di trovarsi su un marciapiede, lungo una strada appena illuminata dalla luce del sole.

Alba o tramonto? Non lo sapeva, l’unica cosa che le importava adesso era tornare nel suo letto o trovare quel maledetto demone e finirla una volta per tutte.

Camminò, osservando le vetrine: vi erano manifesti di concerti e foto, frasi stampate ed altre scritte a mano. Tutte richiamavano qualcosa della sua vita, frasi pronunciate da amiche di sempre e altre da amori impossibili.

‘Undo, posso fare undo?’ recitava uno. Si fermò proprio lì davanti e sorrise, ricordando la volta in cui aveva confessato la propria cotta ad un ragazzino più imbranato di lei. Eppure si era addossata tutte le colpe, tutti gli sbagli di quelle parole.

Questo si ripeté anche in altre vetrine successive, le comparvero altri episodi della sua vita.

Era ferma davanti ad una dedicata alla sua infanzia quando sentì la porta da cui era uscita spalancarsi con forza: una figura nera e grossa stava varcando la soglia in quel momento.

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