3:33

Sonia si girò nel letto, stirando le gambe e poi sbucando da sotto le coperte con le mani, aprendo appena un occhio per vedere l’ora segnata dalla sveglia luminosa sul comodino.

Le 3:33.

Ancora quell’orario. Iniziò a sudare, stringendo nel pugno le coperte e sperando che almeno quella notte il demone non si presentasse: era da una settimana che le veniva a far visita, sempre alla stessa identica ora.

Continuava a fissare la sveglia, sperando che quel lungo minuto passasse, ma nulla. Eppure le sembrava che ne fossero passati quasi due ma quel maledetto numero non accennava a cambiare.

“E’ inutile che ci speri, non andrò via. Sarò sempre qui con te, a ricordarti cos’hai fatto. Sei come me, un demonio. Un piccolo e grazioso demonio che distrugge le vite delle persone”

Sonia cercò di coprirsi la testa con le coperte e chiuse gli occhi, ma queste le vennero tirate via con forza, lasciandola scoperta. Lei cercò di ripararsi il volto con le braccia, incrociando i gomiti sopra di essa, ma dei rumori appena fuori la porta le fecero capire che quel metodo non avrebbe funzionato, come tutte le altre volte.

Quella posizione le faceva però sentire il corpo esposto e vulnerabile, quindi cercò di rannicchiarsi a protezione dello stomaco, stringendo forte le palpebre ed i denti, nel terrore.

Cosa l’aspettava a questo giro? Aveva incontrato una sua amica di quando aveva tredici anni la prima sera, la prima persona in vita sua a cui avesse risposto con un tono di voce più alto del solito, la prima amica con cui aveva discusso, la quale la incolpava per come questo aveva influito nei suoi rapporti nel futuro: negli anni a seguire tale Elisabetta si era approcciata agli altri in maniera diversa e la colpa era di Sonia.

Poi altri volti, a volte mescolati in figure mostruose, compreso quello di suo nonno che la incolpava di non seguire le regole di famigli. Quella notte però era stata semplice: davvero non le importava nulla ed il demone aveva dovuto lasciarla stare.

Era tornata a letto sorridendo quasi, mentre questo sbraitava, e si era riaddormentata. Addirittura il giorno dopo il solito perso di inadeguatezza e tristezza che si portava dietro nell’ultimo periodo sembrava essersi alleggerito.

‘Devo comportarmi nuovamente così e mi lascerà in pace’ pensò mentre si alzava tremando e mettendosi le ciabatte: era pronta ad andare contro le sue paure e sbagli, ad affrontarlo come aveva fatto due sere prima.

La notte precedente era stata più tosta del solito poiché non si era presentato nessuno, aveva solamente vagato per luoghi della sua vita, posti dove era stata male, per colpa sua o di qualcun altro. Luoghi reali distorti: sembravano cadere a pezzi, mettendola in uno stato di ansia profonda.

“Brava, vieni a vedere chi sei veramente. Accettalo e vieni con me nell’oscurità” la voce del demone continuava a sussurrarle questo nelle orecchie, con tono stridulo ma anche leggermente rauco, mentre tutti i peli del corpo di Sonia la mettevano in allarme.

Con la mano sulla maniglia della porta Sonia prese un lungo respiro e già singhiozzando leggermente per la paura l’aprì: davanti a lei vi erano solo delle scale che salivano, ripide.

Non una singola finestra, solo una debole luce in cima. Un piede tremante davanti all’altro iniziò la salita: quelle scale le ricordavano qualcosa ma non riusciva a ricollegare dove le avesse già viste. Una volta in cima si ritrovò in una sala con le pareti ricoperte di legno ed una lampadina che scendeva dal soffitto.

Dal fondo delle scale iniziò a sentire dei passi pesanti, qualcuno che si avvicinava, accompagnati da un respiro stridulo. Sonia si guardò attorno cercando una via di fuga però non vedendo niente iniziò a tastare freneticamente le pareti con le mani: ad un certo punto scoprì una parta nascosta. Non aveva altre scelte quindi la varcò e se la richiuse il più silenziosamente possibile alle spalle.

Si ritrovò in un lungo corridoio verde che virava prima al viola e poi al blu, mentre dal fondo proveniva una musica. Non riusciva ancora a distinguerla bene ma sembrava blues.

Si chiese dove voleva portarla quella notte il demone, non riusciva a capire il suo intento. Già le altre notti si era sentita orribile – escludendo quella di suo nonno – ed erano giorni che vagava con la sensazione di essere sbagliata, eppure quella musica la stava confortando. Tutto il contrario di quello che si sarebbe aspettata, visto anche il periodo che stava passando nella sua vita: accusata di aver tradito sulla fiducia, sola ed isolata in sé stessa poi, abbandonata in colpe di cui si stava convincendo benché la verità fosse altra.

Arrivò in una sala con un palco e tanti tavolini attorno, con sopra ad ognuno delle piccole lampade che emanavano una luce soffusa ed accanto un vasetto con una rosa rossa.

Il locale da cabaret era poco affollato, uomini e donne misti, vestiti chi in maniera contemporanea chi con abiti retrò.

Sonia provò a sedersi al primo tavolino libero che trovò, in fondo al locale, ma subito un cameriere con delle corna da ariete in testa la fece alzare.

“Il posto a lei riservato è proprio quello sotto al palco” dicendo questo la prese per il gomito e l’accompagnò al tavolino davanti a tutti.

Sonia si sentiva osservata, non le piaceva tutta quell’attenzione e soprattutto star così sotto al palco: aveva sempre preferito i luoghi appartati dove poter osservare e non essere oggetto di sguardi.

Appena seduto non ebbe il tempo di guardarsi attorno che la luce generale si spende e rimasero solo quelle dei tavolini. Il riflettore illuminò con un cerchio il palco, sul quale spuntò Jessica Rabbit.

Sonia rimase incantata a guardare la sua esibizione – dimentica della Cosa che prima la stava seguendo – e quando lei scese dal palco e le allungò la mano non poté fare a meno di accettarla.

Il cartone animato aveva la mano stranamente calda e portò Sonia sul palco, esattamente sotto al riflettore. Sonia era in trance, incantata da tutto eppure si sentiva fuori luogo, consapevole di essere in pigiama su un palco dove delle persone la stavano guardando e si aspettavano qualcosa da lei.

“Non penso di essere adatta per stare quassù” provò a dire, cercando di sovrastare la musica.

Stranamente Jessica Rabbit non stava cantando ma si stava tirando fuori uno specchietto dal vestito.

“Sei perfetta così cara, guardati” disse girandolo verso di lei.

Stranamente Sonia riusciva a vedersi per intero in quel piccolo oggetto e si ritrovò ad essere vestita esattamente come il cartone animato che aveva davanti: il lungo vestito rosso le calzava perfetto, avvolgendola, così come i lunghi guanti viola.

A dire il vero li trovava un po’ scomodi ma non voleva essere maleducata togliendoseli. Rimase a bocca aperta, osservandosi bene: le mancavano solo quelle altissime scarpe col tacco. Si guardò i piedi e sentì la donna davanti a lei ridere.

“Mica pensavi che ti avrei portata alla mia altezza, vero? Hai commesso degli errori e questo è un pegno da pagare: devi stare bassa, al giusto livello per quelle come te”.

Sonia s’incupì a quelle parole, ferita, stringendosi nelle spalle e provando a chiudersi in sé stessa.

“Non ho fatto nulla. Cosa vuoi da me?”

“Che confessi” la voce della donna era cambiata diventando quella del demone.

Sonia la guardò bene e vide che si stava trasformando: le mani non erano più umane ma zampe caprine strette dentro i guanti viola e sulla testa le stava spuntando un unico corno rosso, dello stesso colore dei suoi capelli.

“Cosa dovrei confessare? Cosa vuoi da me?”

“Lo sai bene. E’ al cosa che ti tormenta, quella per cui sono venuto. Quella cosa che hai fatto e devi accettare di non essere una brava persona, non lo sarai mai e appena te ne renderai conto vivrai meglio… o peggio, dipenderà da quanto avrò voglia di lasciarti in pace”

Sonia si girò ed iniziò a correre, dirigendosi dietro le quinte. Non sapeva dove stava andando, solo correva ed accanto a lei vi erano porte aperte di camerini, ognuno con una targhetta sopra e che riportava il nome di ogni persona che conosceva.

Da dietro poteva vedere tali persone che la indicavano e le urlavano i suoi sbagli, quelli che aveva compiuto verso di loro. Chi la incolpava giustamente e chi invece le dava colpe che non sapeva di avere.

In fondo a quel lungo corridoio vi era una porta con un maniglione rosso antipanico, con sopra la tipica scritta verde EXIT.

Sonia accelerò il passo ma poco prima di arrivare all’uscita si ritrovò la strada bloccata da Jessica Rabbit, sbucata da una porta chiusa subito dopo l’ultimo camerino.

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