7/3/2025

7/3/2025

Oggi, un anno fa, ricevevo l’informazione che mi avrebbe cambiato la vita per sempre.

Oggi, un anno fa, scoprivo di avere una condizione da cui non sarei mai guarita.

Oggi, un anno fa, la mia realtà si frantumava, e all’improvviso tutto appariva incerto e instabile.

Me ne stavo lì, con quel pezzo di carta tra le mani, e non sapevo cosa pensare o cosa provare.

Era scritto nero su bianco, in grassetto.

No, non è possibile. Assolutamente no. Devono aver fatto un errore, qualcuno avrà fatto un casino con i test… Ci dev’essere qualcosa che non ha funzionato. Vero? Può, per piacere, qualcuno, confermarmelo? Dirmi che hanno sbagliato?

No, nessuno mi diceva che avevano sbagliato. E io me ne stavo sdraiata sul letto con gli occhi fissi sulle travi che mi facevano da soffitto, e mi chiedevo il come, il perchè.

No, no, no, no. Non può…

Il punto è che mi ero convinta per anni di avere completamente un’altra cosa, molto più lieve e, soprattutto, curabile.

Era il curabile ad ammazzarmi. 

Cosa vuol dire che non c’è una cura? Cosa vuol dire che rimarrò per sempre così? In che senso, scusate? 

Io sono venuta qui per guarire, mica per farmi dare notizie terrificanti.

Crisi. Crisi totale. Marzo l’ho passato tra confusione e disperazione, non ci capivo più niente.

L’avevo voluta, quella diagnosi. L’avevo voluta tanto, tantissimo, l’avevo aspettata per anni. La mia amata diagnosi. Solo che mai avrei pensato che fosse… quello. Quella cosa che avevo sentito tanto nominare, ma che mai avrei collegato a me. Non avevo neanche il coraggio di pronunciarne il nome, c’era quell’orribile pezzo di carta a parlare.

Era una situazione completamente ossimorica. 

Avevo la mia diagnosi! Quella che avevo cercato per così tanto tempo, quella per cui piangevo la sera, chiedendomi quale fosse il mio problema, quella a cui pensavo incessantemente, interrogandomi di continuo su cosa potesse essere…

Ero praticamente un detective in un romanzo giallo. Dovevo trovare il colpevole, ciò che causava tutta la mia sofferenza. E mi ritrovavo a disegnare schemi, a buttare giù mappe, ad analizzarmi senza sosta.

Ma, tra tutte le mie possibili ipotesi, quella roba non c’era mica. Avevo preso in considerazione praticamente tutto, tutto tranne quello. E ora mi ritrovavo a chiedermi come fosse possibile. 

Ce l’hai dalla nascita, quella condizione… E allora perchè nessuno l’ha mai notata? Perchè nemmeno io, che la vivevo in prima persona? Eppure, più mi guardavo indietro, più i piccoli segnali venivano a galla, e ora apparivano quasi evidenziati. Solo che erano nascosti sotto il resto, e, nel quadro generale, sembravano quasi normali.

Piano piano l’ho accettato. Punto, è così. Non c’è tanto da discutere. Anche perchè, dai, nei test ho avuto punteggi alti a un livello imbarazzante.

Non fa così schifo, alla fine, mi ero fatta prendere dal panico. Sì, ecco, pensare che non mi abbandonerà mai non è la cosa più bella del mondo, ma in fondo un coinquilino così devi imparare ad accettarlo. Tutta la vita che ci vivo insieme, un anno che lo conosco. 

Eh, non sei stato tanto carino, a nasconderti per tutto questo tempo. Ma ora so chi sei. E quasi quasi ti voglio bene.

Eccoci, mi sto emozionando. D’altronde, è sempre pericoloso camminare tra i ricordi, non sai mai cosa ti può succedere. Bene, in questo momento succede che sto per piangere. 

Perchè è passato un anno. 

Un anno in cui sono successe un sacco di cose; un anno così, nel bene e soprattutto nel male, non lo vivrò più. 

Sì, ne sono successe di cose, in questi surreali dodici mesi; ne sono successe così tante che adesso, a ripercorrere il tempo all’indietro, non mi sembra neanche reale. E invece è tutto vero. 

Rileggo il diario e penso all’ingenuità della me quindicenne, convinta che fosse solo un problema passeggero. Ma mi sa che tanto passeggero non è.

Non è così terribile, eh. A volte quasi ringrazio di averlo, perchè i suoi pro ce li ha. 

È complicato, è tutta una storia complicata. 

Quello che so è che, se penso all’oggi di un anno fa, penso al parcheggio sempre pieno, allo studio con le locandine dei film, ai corridoi rosa pesca, alla bacheca che non veniva aggiornata dal 2020…

E ripenso ai test, ai maledetti esami del sangue, alla sala d’attesa con le sedie blu, alle piantine con le uscite d’emergenza che mi divertivo a studiare mentre aspettavo le visite.

E penso che è stato un viaggio incredibile e che, per quanto ora mi provochi quasi nostalgia, finalmente è finito.

Rileggo il diario e non so se ridere o piangere, così sorrido e basta.

Quindi, sì, ecco la mia ipotesi finale: lieve ansia sociale.


No, Viola, non c’è nessuna lieve ansia sociale. E ne eri proprio convinta, eh, convintissima, ci avresti messo la mano sul fuoco senza esitazione. No, Viola, non c’è proprio nessuna lieve ansia sociale.

E mentre nel presente il tempo continua a scorrere fin troppo veloce, nel passato restano cristallizzati quei momenti assurdi.

Oggi, un anno fa, mi veniva diagnosticato un disturbo dello spettro autistico.

Avete messo Mi Piace5 apprezzamentiPubblicato in Narrativa

Discussioni

  1. “Ero praticamente un detective in un romanzo giallo. Dovevo trovare il colpevole, ciò che causava tutta la mia sofferenza. E mi ritrovavo a disegnare schemi, a buttare giù mappe, ad analizzarmi senza sosta.”
    Bella metafora

  2. Cara Viola, mi affianco a Giancarlo e ti dirò che, pur provando tanta empatia e la voglia di abbracciarti (anche se immagino non ti piacerebbe affatto), non mi dilungherò su considerazioni che riguardano la condizione descritta, cercando invece di concentrarmi sul testo. Devo dire che è scritto bene e si lascia leggere con interesse. Come una corsa verso la fine per sciogliere quel dubbio che attanaglia fin dall’inizio. Molto brava a tenerci li attaccati, con la scrittura.

    1. Ciao Cristiana, hai ragione, gli abbracci non sono esattamente i miei più grandi amici; ho cercato di rendere in piccolo la stessa cosa che ho provato per anni: il non sapere, pur avendo indizi, ma senza mai riuscire a metterli insieme. Ti ringrazio davvero per il commento, mi ha fatto molto piacere

  3. Un racconto in prima persona scritto benissimo, vissuto profondamente e davvero tanto coinvolgente. Il lettore è richiamato, e poi ricevuto, dentro il tuo scritto e non può uscirne, nemmeno dopo l’ultimo punto. Non farò alcuna considerazione sulla condizione descritta, e men che meno sulla realtà di quanto raccontato. Non credo che sia questo che ti aspetti. Ma da lettore, ho compreso molto delle emozioni di cui questo scritto è intriso, e che come scrittrice ci hai trasmesso davvero bene. Brava.

    1. Grazie mille; in realtà non mi aspettavo niente, ho semplicemente sentito la necessità di scriverlo, al di là della reazione dei lettori, ma sono davvero felice che ti sia piaciuto.