A fior di pelle

Le mie tette mi hanno sempre aiutato.

Nella vita, con i ragazzi, nel décolleté da invidiare.

Le mie tette sono state anche un ostacolo per: costumi troppo stretti che contengono giusto fino all’areola del capezzolo; vestitini eleganti da donnina per bene, alias “stoccafisso”, per le cerimonie; nei reggiseni con le taglie ingannevoli da H&M.

Alle scuole medie studiavo già francese. Il mio compagno di classe Roberto aveva già imparato come dire forbici in francese: siccome la “c” si pronuncia “s” e il dittongo “eaux” si legge “ó” in italiano, lui associava al mio décolleté la parola ciseaux.

Per lui, e per tutti i semi-arrapati della mia classe delle medie, il seno di noi ragazze era diventato un “sisó”.

A tredici anni ti accorgi di quanto il tuo seno sia ormai diventato un oggetto erotico per tutti quelli che si fermano a guardare le tue forme.

Questo pensiero era come una nuvola grigia sulla mia testa mentre con lo zaino pesante sulle spalle, i capelli sciolti, il mio corpo taglia 48 si avviava a piedi verso scuola, accostata durante il tragitto dagli altri compagni di classe. 

Quando da oggetto cominci a diventare soggetto, allora a quindici anni ti perdi tra i tocchi proibiti di una cameretta che da bambina comincia a diventare da adolescente, nella penombra del vedo-non vedo che guai se lasci la luce spenta mentre stai studiando latino con il tuo migliore amico, con il sottofondo di “Senza parole” di Vasco.

Quel giorno avevamo già finito di tradurre Platone. Luca mi aveva avvicinato al letto e aveva cominciato a baciarmi. Prima aveva poggiato delicatamente le labbra sulle mie, poi aveva cominciato a far giocare le nostre lingue, sempre più veloce, aveva alzato la maglietta per stuzzicare i capezzoli che già si erano fatti duri.

Il gusto del proibito era così eccitante che non ci stavo capendo niente, ma mi ero fermata in tempo quando la luce delle scale si era accesa. Quindi io e lui ci eravamo alzati, io ero tornata alla scrivania, lui si era seduto vicino allo stereo per scegliere il prossimo cd.

Luca non era fatto per me, incarnava quello che nella Bibbia mi veniva descritto come fornicazione, quello che mia madre diceva essere un peccato, quello che nella chiesa mi definivano come un “non credente”. Dopo mesi di lontananza, di pratiche religiose, preghiere, i miei pensieri tornavano sempre a lui. E a lui tornavo dopo qualsiasi storiella finita male. Lui arrivava lì dove altri non erano minimamente entrati: la porta di ingresso tra anima e cuore, il mio riff preferito di “Una canzone per te” suonata al telefono, gli occhi neri del buio di un bosco fitto in cui ti vuoi perdere e basta.

La sera prima di partire per l’Erasmus con l’università, esco con lui un’ultima volta. Questa volta, a 21 anni, o la va o la spacca.

Mi viene a prendere all’uscita del pub dove lavoro a luglio per mettere da parte qualche soldo per Manchester. 

Ci ritroviamo a Frascati in una gelateria. Ci sediamo su una panchina e ci gustiamo il gelato guardandoci. Leccata dopo leccata cominciamo a leccarci anche noi e finiamo per mischiare frutta, lattosio, cioccolato. Ma a chi importa.

I grossi nuvoloni grigi sopra di noi sembrano essere un brutto presagio. 

Così torniamo alla macchina zuppi.

«Vieni ad asciugarti i capelli a casa?»

Accetto.

Mentre mi sta asciugando i capelli con il fono comincia a sfiorarmi le spalle e a darmi qualche bacio sul collo. Ogni suo sfioramento fa vibrare le vene del collo come le corde delle chitarre che sono a terra vicino al suo letto. Spegne il fono, mi fa stendere sul letto. Mi bacia dappertutto, sento le sue mani cominciare a esplorare sotto la maglia. Mi spoglia della parte sopra e anche lui si toglie la camicia.

Siamo nudi a metà. Ora anche la mia anima si sente nuda a metà. E come sempre, non so cosa fare.

Mentre sto lì che rimugino, mi afferra un capezzolo e comincia a leccarmelo e a morderlo. Qualche gemito esce dalla mia bocca ma anche se mi piace non riesco ad andare oltre.

«Forse è l’ultima volta che ci vediamo. Chissà di quanti ti innamorerai a Manchester».

Non amerò mai nessuno come te. Per fortuna non glielo dico, rimane lì, tra le farfalle nello stomaco e la gola.

Decido di rivestirmi. E lui fa altrettanto. Poi mi riporta a casa.

In Erasmus, come da presagio, mi innamorerò di un altro, nato il 20 marzo. Come Luca.

Oggi ancora lo tengo nascosto il seno, ma non mi dà più fastidio, anzi. La mia quarta coppa C direi è ben equilibrata con il resto del mio corpo taglia M.

Ora il tocco sul seno lo voglio sentire, senza remore, senza rimpianti.

Proprio Luca mi diceva sempre «meglio un rimorso che un rimpianto» ma non gli ho mai creduto.

Fino al compimento dei suoi 40 anni.

Piombo a casa sua con la scusa di dargli il regalo. Siamo impacciati, ne sono passati di anni tra storie, gravidanze, incazzature, lutti. Ma quando lo guardo negli occhi, castani i miei, qualche ruga in più, neri i suoi, qualche capello rado in più, siamo ancora noi.

Bando al romanticismo. Il primo bacio dopo ben vent’anni fa sussultare il coperchio dell’acqua bollente in preparazione per la pasta.

Dopo pranzo mi spoglia senza troppe premesse.

«Queste ce le hai avute sempre spettacolari!»

E riprende le mie tette tra le mani e la bocca con avidità. Mando la testa all’indietro, mi lascio portare dall’ondata sessuale che mi travolge.

Sul divano possiamo divertirci lo stesso. Lego i capelli in una mossa che qualsiasi ragazzo conosce e glielo prendo in bocca. Poi ci mettiamo nella posizione più comoda in cui lui me la lecca e mi masturba con le mani allo stesso tempo e io continuo a leccarglielo.

In questo gioco di gemiti, umori, odori sessuali, mi fa venire come nessun altro era mai riuscito.

Le mie tette ora le guido a mio piacimento, padrona assoluta di quel corpo che per troppo tempo è stato solo un oggetto da guardare, e che oggi, finalmente, risponde soltanto alla mia personalissima modalità del sentire.

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Discussioni

  1. Racconto che mi ha divertito molto per l’argomento che hai trattato con molta disinvoltura. In verità, gli argomenti in questione quì sono due, e spesso lasciano gli uomini spiazzati, senza parole. Tu, invece, le parole le hai trovate, quelle giuste, dimostrando di rappresentare con naturalezza e senza volgarità una donna disinibita che sa valorizzare e godere del proprio corpo.

  2. Brava! Le religioni, anche la nostra (intendo quella cattolica), ci hanno intriso di condizionamenti negativi. Il peccato, la colpa, l’ offesa a Dio… Chi riesce a scrollarsii di dosso tutta questa negatività legata alla sessualitá, all’ autoerotismo, all’ accettazione del proprio corpo (formoso o esile che sia), forse campa più a lungo e meglio. Brava l’ amica di Luca, la Gran Seno, libera e disinibita.

    1. Grazie per essere passata e aver lasciato un commento molto pertinente che lascerebbe insensibile un lettore disattento mentre tu hai colto alla perfezione l’aspetto ultra-religioso 🙂

  3. Molto bello! Frizzante come un buon prosecco, sincero come le prime fragoline di bosco, giovane come non sono più io. Una boccata di ossigeno che dona euforia e qualche nostalgia. Ottimo lavoro Eva, brava!