A parte Corinna

L’avevano soprannominato “scarafaggio” per via del predominare, in tutta la sua persona, del colore nero: neri i capelli, nerissimi gli occhi, nero il bordo delle unghie sopra il polpastrello, come se avesse grattato della limatura di ferro, anneriti i denti a causa del fumo. Anche il collo, per quel tanto che ne sporgeva dal bavero sporco della camicia, era spesso decorato da una striscia scura e così gli orecchi, dove il nero si depositava negli anfratti dei padiglioni per poi spingersi, attraverso il foro, verso l’interno e arrivare chissà, forse fino al cervello.

Adelmo era fatto così, si lavava poco e male, faceva il bagno o la doccia a larghi intervalli e sempre di fretta, come si trattasse di sciacquare alla buona uno strofinaccio per spolverare.

Solo la pelle, nascosta sotto la nuvola buia che la avvolgeva, era bianca, anzi bianchissima, quasi color neve e altrettanto fredda a toccarsi, se qualcuno si fosse azzardato a tanto.

A scuola, se lo ricordava bene, nessuno voleva essere suo compagno di banco perché, dicevano, a stargli accanto si respirava un’aria che ricordava quella di Malagrotta, e più volte il preside aveva convocato i genitori, persone peraltro lindissime e curate fin nei dettagli, per invitarli a fare qualcosa. «Non pretendo che si profumi» diceva «ma almeno che si raschi!» E avevano addirittura scartabellato vari codici e regolamenti, ma leggi che potessero obbligare qualcuno a lavarsi regolarmente non ne esistevano, e così avevano dovuto tenerselo com’era, scarafaggio, fino al diploma.

Quando, già grandicello, aveva trovato lavoro in una ditta di consegne a domicilio, gli avevano assegnato un ufficetto tutto per sé, in un’ala remota, con l’unica raccomandazione di tenere aperte le finestre almeno in estate per consentire alle donne delle pulizie di potervi entrare a fine orario. Chiuso lì dentro, Adelmo compilava schede, telefonava ai clienti, fissava appuntamenti e controllava che le consegne avvenissero con regolarità. E tutto a puntino: mai un ritardo, mai un’omissione, un vero impiegato modello, e forse per questo solo motivo riuscì a mantenersi l’impiego.

Poi, per un caso, aveva conosciuto Corinna, una donna più o meno della sua età, con una spiccata e intrinseca propensione all’alzata di spalle e alla trascuratezza. Lavorava nel reparto confezionamento dove era proverbialmente la peggiore, tanto che fare le cose “alla Corinna” era ormai diventato un modo di dire usuale, fra gli impiegati e i dirigenti, per alludere all’approssimazione asimmetrica con cui piegava la carta da imballaggi e al modo, storto e spiegazzato, di fissarvi le strisce di nastro adesivo e le etichette.

Era bella, però, Corinna, molto bella, e forse anche per questo aveva conservato il posto e, di conseguenza, l’occasione di incontrare Adelmo e di notarlo.

Una particolare radiazione degli occhi, un umile ma intenso potere di penetrazione, un uso selettivo e molto democratico della facoltà olfattiva, le aveva permesso di ignorare la scorza e, per così dire, l’aura di quello strano collega fino a indovinare in lui qualcosa che, nel profondo, le era simile e le corrispondeva.

E da lì a poco, fra lo sconcerto generale, gli aveva chiesto di diventare la sua compagna.

«Voglio che tu mi lasci addosso la tua impronta» gli gridava all’acme dell’amore, quando si sentiva sprofondare nel confortevole freddo della pelle candida di Adelmo, unica fra tutti, lei, a saperla scorgere come una luna nuova nello scrigno opaco che la custodiva.

E le sembrava uno splendido refrigerio dopo la torrida stupidità del suo lavoro quotidiano: quel dover piegare, ripiegare, sistemare, incollare a filo e rispettare certe geometrie al solo scopo di conferire un decoro tutto esteriore a un pacco che, alla fine, non conteneva che un frullatore o un asciugacapelli.

«Io li odio i pacchi» gli diceva stendendosi esausta al suo fianco «per questo non li so fare.»

In tutto ciò, bisogna dire che Adelmo, lo scarafaggio, non aveva cambiato per nulla le sue abitudini, almeno fino a quel momento. Ma l’ostilità di Corinna per le regole di un ordine senza valore era per lui qualcosa di talmente naturale e congenito che a un certo punto, in un attacco di ironia, gli venne in mente che sarebbe stato divertente mettersi a scimmiottare coloro che, invece, le prendevano sul serio.

E così, per burla, cominciò a lavarsi per bene, a pulirsi le unghie e a cambiarsi la camicia tutti i giorni.

«Finalmente» dicevano gli altri, sollevati da quel cambiamento. E non capivano perché Adelmo e la sua bellissima compagna ridessero di cuore di quegli apprezzamenti. E ancor di più, a tutti sfuggì la ragione per cui, da un giorno all’altro, Adelmo prese a cospargersi di deodoranti e profumi dalla testa ai piedi con un’abbondanza talmente estrema da costringere i colleghi a evitare il suo ufficetto proprio come in passato, ma per motivi opposti. Addirittura Corinna, adesso, confezionava i pacchi con una precisione tale da farli sfigurare, e non se ne davano pace.

Quella guerra andò avanti fino a quando entrambi ne ebbero abbastanza, perché non ne valeva la pena, e tornarono tali e quali a com’erano prima.

E ne ridono tuttora, ricordandola, ogni volta che qualcuno si lamenta del disordine in cui versa il mondo visto da fuori, della crosta di sporcizia che lo avvolge e dell’odore maligno di sangue, dolore e veleno che spande attorno.

«Lascia su di me la tua impronta» dice ancora Corinna, fissandolo negli occhi neri, quando arriva su in cima all’amore.

E Adelmo, lo scarafaggio, la accontenta facilmente perché è quello che è, nient’altro che un pezzettino di umano disordinato e privo di illusioni, un figlio della terra di cui ha da sempre portato su di sé le tracce scure senza orgoglio né vergogna.

Solo la sua pelle è pura e dolcemente fredda come la neve: ma nessuno lo sa, a parte Corinna.

Avete messo Mi Piace1 apprezzamentiPubblicato in Narrativa

Discussioni

  1. “Ogni scarrafone è bell’ a mamma sua”.
    Corinna cerca il vero. L’autenticità. E la trova in quel ragazzo di cui tutti vedono la corazza esterna e non la pelle candida.
    Ho il sospetto che la frase “Lascia su di me la tua impronta” abbia un senso più profondo di quello che appare.
    Bella storia.
    ciao

  2. Mostrarsi per quello che si è, o persino peggio, senza camuffarsi per apparire migliori, ha il vantaggio di permetterci di essere amati per ciò che siamo davvero. Questo evita il pericolo di infelici scoperte e, al contrario, permette di sorprendere gli altri con quelle poche qualità tenute ben nascoste. Quello che odia Corinna è proprio questo: l’esteriorità senza un contenuto che le corrisponda. Grazie per la lettura, Francesca.