A pesca

Serie: Agenzia Sullivan & Soci


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Mi guardai allo specchio mentre sistemavo il berretto sulla testa, parevo un fuggitivo, la camicia ingiallita era un grande classico dei miei travestimenti. Non amavo molto quel genere di cose ma, se era necesssario alla riuscita delle indagini, lo facevo; avevo deciso di dare retta al mio amico Sully, così, di buon ora, mi ero messo in marcia verso il porto. I fratelli Ricardo, capi del sindacato, assegnavano il lavoro ogni giorno, ed essere iscritti alla loro organizzazione garantiva un accesso prioritario, su questo non c’era alcun dubbio. Guidai fino a quando il rumore del mare non si riusciva a percepire con chiarezza, decisi di parcheggiare la mia auto a distanza di sicurezza, in modo che nessuno potesse riconoscerla ed insospettirsi. Inutile dire che la parte della città più vicina a quel centro di scambi commerciali e loschi traffici non fosse proprio delle migliori. Palazzoni grigi con i muri incrostati se ne stavano lì ad invecchiare come monoliti testimoni di un passato glorioso che non sarebbe tornato; persino le facce che incrociai sul mio cammino erano diverse da quelle che incrociavo di solito. Uomini e donne con il colore della pelle che tendeva al giallo, come se una strana malattia li avesse colpiti, ingobbiti dal duro lavoro che non lasciava spazio per il riposo o per salvaguardare le ossa. Scesi lungo la collina fino a giungere al grande cancello d’ingresso che bloccava il passaggio verso le banchine. Il muro di cinta era alto almeno tre metri, filo spinato e fari ovunque, nemmeno ci fossimo trovati di fronte alla banca più ricca della Repubblica. Davanti a me un gruppo nutrito di uomini e donne se ne stava lì a fumare, in silenzio, come ad una funzione religiosa, pochi si scambiavano un sussurro nell’orecchio, tra un tiro di sigaretta e l’altro. Alzai la testa e notai un uomo seduto su una sedia con un taccuino e una scatola da scarpe accanto, un cartello recitava “Iscrizione al sindacato”; mi feci strada fin lì, quello strizzò gli occhi nocciola e si grattò il mento appuntito.

“E tu, bella fighetta, che ci fai in un posto da uomini duri come questo?” la voce roca di chi era si attestava sui tre pacchetti al giorno, i capelli bianchi unti come se ci avesse passato un cucchiaio d’olio sopra.

“Sono qui per lavorare, e mi voglio iscrivere al sindacato, devo tutelare i miei diritti, no?” accennai ad un sorriso, non erano il mio forte, dovevo sembrare un idiota.

“Oh certo, certo. Sono duecento dollari al mese. La paga giornaliera è di cinquanta dollari, se ti comporti bene potresti racimolare anche qualcosa di più” si chinò a prendere la scatola di scarpe e l’aprì, all’interno era pieno di biglietti sonanti, obolo di chissà quanti altri quel giorno.

“Ecco qui” gettai quattro pezzi da cinquanta.

“Beh? Vuoi una carezza sulla testa e un caffè caldo? La fila è quella, levati dal cazzo e non tornare fino al prossimo mese” il tipo sputò per terra, una macchia marrone dipinse l’asfalto.

Attendemmo almeno una mezz’ora prima di veder spuntare fuori dal cancello un uomo grande come un armadio, calvo ma con una bella barba folta, i bicipiti delle stesse dimensioni della mia scatola cranica. Salì sulla sedia del compare dell’obolo e cominciò ad urlare i lavori del giorno e la relativa paga. Come aveva detto il nostro amico “sputa merda”, la paga media si aggirava intorno ai 50 dollari, solo chi era destinato al magazzino numero quattro ne riceveva 70, chissà per quale motivo. Riuscii a raccattare il lavoro di scarica casse al molo due. Una volta terminato l’appello uscirono otto gorilla incaricati di “scortarci” tutti verso il nostro luogo di lavoro, il freddo mi aveva congelato quasi del tutto le mani, tanto che facevo fatica a muovere le dita senza provare dolore. Calcai il berretto sulla testa per evitare troppi spifferi indesiderati, avevo bisogno di pensare e ascoltare bene. Il molo era pieno per tre quarti di casse di ogni dimensione e peso, alcune talmente grandi da richiedere due persone a trasportarle.

“Ecco qui, questi sono tutti i carichi che dovete portare nel magazzino alle vostre spalle, poi ci penseranno gli altri a sistemarle. Non fate troppe pause o domani non verrete chiamati, alle due potete mangiare il pranzo, avete mezz’ora, non un secondo di più. Ora forza, muovete quel culo.”

Non mi allenavo da una vita e, infatti, dopo un paio d’ore le spalle parevano già pronte a cadere per terra insieme alle braccia, i polmoni bruciavano e avevo voglia di fumare una sigaretta, ma non era il caso di far incazzare la bestia che ci controllava tutto il tempo. Quello sarebbe stato in grado di affogarmi nell’acqua del porto senza troppi complimenti, e poi non dovevo attirare l’attenzione.

“Che palle questa vita, almeno stasera vedrò qualche culo al “Rising Star” dissi al collega mentre sollevavamo una cassa pesante come un blocco di piombo fuso.

“Magari avessi i soldi per farlo, da quando abbiamo avuto un figlio, quella piccola sanguisuga ci sta prosciugando” la faccia contratta dallo sforzo.

“Cazzo, mai sfornare marmocchi, poi alle donne vengono in mente strane idee, come l’essere fedeli o cazzate simili.”

Parlottammo per un po’ ma non scoprii niente di interessante, quel tizio pareva tutto casa e lavoro; a pranzo cercai di conversare con gli altri ma, anche loro, non avevano niente di interessante da dire. Quella giornata si era rivelata un buco nell’acqua, non ero riuscito a scorgere nessun volto che potesse ricordarmi un cliente del “Rising”. Mentre mangiavo il mio panino con avidità, notai il gorilla che mi osservava da lontano, per qualche minuto scomparve. Quando furono le due e mezza ci alzammo per tornare al nostro lavoro.

“Ehi tu” disse la voce della bestia alle mie spalle, feci finta di niente.

“Tu con il berretto, vieni subito qui.”

“Sì, che c’è?” ero un maestro nel rimanere impassibile, anche quando le mie budella erano sul punto di sciogliersi.

“Estebàn e Manuel ti vogliono vedere” la stretta d’acciaio sul mio braccio mi fece intendere che non c’era possibilità di declinare il gentile invito del Sindacato.

Serie: Agenzia Sullivan & Soci


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