A-Side Track 4 – Rattlesnakes
Serie: Little Girls Love To Rock
- Episodio 1: Little Girls Love To Rock
- Episodio 2: A-Side Track 2 – Eric
- Episodio 3: A-Side Track 4 – Rattlesnakes
- Episodio 4: A Side Track 4 – McKennedy
- Episodio 5: A Side Track 5 – Pontiac
STAGIONE 1
Agosto 1995
Ero sola, come lo ero stata per tutta la mia intera esistenza.
Sola, circondata da visi conosciuti.
La cornetta del telefono a parete penzolava lungo il muro, trattenuta dal filo a molla che le impediva di gettarsi rovinosamente nel vuoto.
Sul pavimento giacevano alcune pillole, insieme ad un bicchiere abbandonato ormai da tempo.
Era reso appiccicoso da una bruna melassa alcolica in cui le formiche andavano a morire in un’estetica fila ordinata.
Mi aveva sempre incuriosita la ragione per cui le formiche avessero un istinto suicida così radicato da sacrificarsi tanto miseramente per un po’ di zucchero. Proprio di fianco al cimitero di minuscoli insetti era appoggiata con cautela una tin box di Lucky Strike, come un freddo involucro di alluminio.
Le sigarette che lo popolavano erano ormai solo un ricordo sbiadito, ma pensandoci mi sembrò di sentire ancora per una volta lo scatto metallico del suo Zippo, seguito dal crepitio delle scintille, la sottile colonna di fuoco lievemente smussata in cima…
Non sopportavo il fumo: mi si attaccava ai capelli e ai vestiti, rimanendomi sul corpo per giorni.
Anche quando lavavo gli indumenti, avevo il sentore di avercelo sempre addosso.
Il cassetto della biancheria era aperto per metà, offrendo un primo piano sui candidi slip di cotone che spiccavano sul fondo in mogano.
Poco sotto si intravedevano due documenti d’identità, bruciacchiati in parte.
Avevo la vista annebbiata, ma da quell’angolazione riuscivo a leggere chiaramente il suo nome o quel che ne rimaneva: Caroline Mc Ken…
L’ultima parte del cognome me la immaginai, così come la sua fotografia sorridente.
Socchiusi gli occhi, cercando di trattenere le lacrime.
Dicevi che le donne forti non piangono mai, altrimenti si rovinano il trucco. Ti ricordi?

Settembre 1990
“Carol! Carol! Aspetta, cazzo”
“Muoviti Layla è già iniziato…”
Mi feci largo tra la folla, sgomitando.
Caroline conosceva tutte le persone che contavano (o perlomeno quelle che ti aprivano letteralmente le porte).
Scivolammo veloci sotto al palco, il concerto era iniziato da una ventina di minuti.
Apriva un gruppo di nome “Uncles Pie” di cui sentimmo una canzone, al massimo due.
Facevano roba country/folk. Credo parlassero di cavalli e pascoli, ma non ne ero certa.
“Come ti sembrano?” chiesi alla mia amica.
“Bah, non che ci abbia capito un granchè”.
Mi volò in faccia un volantino. Si trattava di un semplice foglietto in bianco e nero dove era disegnato un serpente a sonagli che si avvinghiava ad un cuore stilizzato: “Rattlesnakes SEP 2-1990 Bloody Thorn, Second Avenue & Third street”, diceva così.
“Andiamo a prenderci una birra?”
“Ceerrrrrrrrrrrto”, rispose Carol, si vedeva che era pienamente a suo agio in mezzo alla gente.
Ero già mezza ubriaca quando lo notai sulla sinistra, davanti ad un muro di Marshall che probabilmente erano cavi.
Stava accordando la chitarra, una bella Gibson Les Paul che sotto quella luce sembrava di un goloso color ciliegia matura.
Era vestito come un cowboy: cappello in feltro nero con cinturino concho in pelle, stivali texani ricamati con intarsi di pelle di serpente, bolo tie con teschio di vacca argentato e una sottile camicia ghepardata infilata nei pantaloni frangiati in pelle nera, con borchie piatte disposte a formare delle stelle lungo tutto l’orlo.
Intercettò il mio sguardo e mi avvicinai sotto al palco come una falena attratta dalla luce di una lanterna.
Mi fece l’occhiolino, giusto il tempo di chinarsi e prendermi entrambe le mani urlando:
“Sei venuta, gattina! Questa è per te!” che partì in una spumeggiante Kitten Got Claws, cover dei Whitesnake.
OW-OW-OW-OW!
“Il tocco della divinità!” mi urlò Carol dritto nelle orecchie, forandomi un timpano con la sua voce acuta: “adesso non ti laverai mai più le mani, vero?” soggiunse.
Arrossii visibilmente. O forse era semplicemente tutto l’alcool che avevo in corpo a stimolarmi la circolazione.
Fece in tempo a pronunciare quelle parole che lessi un: “Che figo!!” tratto da un film in bianco e nero sottotitolato, la testa che girava a trecentosessanta gradi tipo esorcismo, per vedere meglio la folta chioma del cantante.
Non feci in tempo a realizzare l’accaduto che già spingeva per infilarsi al centro e incollarsi ai pantaloni di pelle attillati che stringavano perfettamente un ego smisurato.
Allungava pericolosamente le mani in quella direzione.
Sbuffai. “Lo sapevo!”
“Che c’è? Siamo venute per divertirci, no?” Strabuzzò gli occhi facendo l’innocente, saltellando e cantando a squarciagola per attirare l’attenzione: “you’re the genuine, feline, prettiest girl I’ve ever seen…”
Mi sentii in imbarazzo, volevo scappare.
“Perchè invece non dai un po’ di zucchero a quel tuo povero… come hai detto che si chiama? Eric?” disse maliziosamente.
All’improvviso mi pentii di esserci andata. Lei, invece, sembrava divertirsi tantissimo.
I Rattlesnakes facevano principalmente delle cover hard’n’heavy: Great White, Warrant, L.A GUNS, Aerosmith, Van Halen e una spolverata di blue devils. Suonavano parecchio bene ed io ero piuttosto esigente.
Cercai di nascondere il malumore voltandomi verso Eric e mi accorsi di avere il suo sguardo scuro e liquido addosso. Lì per lì mi sentii strana. Non sapevo dire se mi facesse piacere o meno, era come se mi guardasse dentro.
Ricambiai lo sguardo, sbattendo le ciglia, mentre mi perdevo lentamente nell’ assolo di “Still Got the Blues”, il suo stile ricordava davvero da vicino quello di Gary Moore.
Ero ipnotizzata dal serpente, al contempo avevo paura del veleno. “I found that love was more than just a game / you’re playin’ to win, but you lose just the same…“
Distolsi lo sguardo leggermente a disagio e riconobbi l’omaccione riccioluto del pomeriggio piazzato dietro alla batteria, con indosso una canotta e una collanina di denti di pescecane. Poco a destra Ignatius Itt della famiglia Addams era ingobbito su uno strumento simile ad una chitarra che attirò subito la mia attenzione.
Ebbi un flashback su: “basso elettrico Fender Precision con corpo in frassino, tastiera in palissandro a ventidue tasti e finitura naturale, prendi!”. Lo sapevo con certezza perchè anche Mc ne aveva uno simile.
Serie: Little Girls Love To Rock
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Mi viene il verso degli Smiths: “Shyness is nice, but Shyness can stop you from everything you like to do”… questo verso sembra assimilato con lo stato d’animo protagonista, è cme l’ho interpretato io (ps- ho postato il mio primo racconto, Lettera a Me Stessa, ma non l’hanno ammesso, forse perchè troppo erotico)
Certo, può essere interpretato anche in questa chiave.
Ognuno di noi attribuisce un diverso significato ad un racconto o ad una canzone.
Rimango in attesa di leggere qualcosa di tuo!
La struttura musicale del racconto da’ un tocco creativo ed originale della storia, rendendola scorrevole da un punto di vista narrativo. Tuttavia mi sento di dire che molti stati d’animo della protagonista, quando essi vengono innescati, sono interessanti ma secondo me non troppo approfonditi. Manca forse un pezzo, quell’interiorità sviscerante e sviscerata della protagonista, le sue distorsioni. Visioni molteplici, descrizioni precise ma manca la visione del Terzo Occhio, per dirla alla Jim Morrison.
Ciao David, ho concepito la serie come una sorta di puzzle in cui solo alla fine, i pezzi formeranno un disegno di senso compiuto.
Leggendo gli episodi consecutivamente potrai certamente rendertene conto.
Per quanto riguarda la psicologia del personaggio, trovo che sviscerarlo troppo finirebbe con l’appesantire la narrazione. Dum loquimur fugerit invida aetas: carpe diem, quam minimum credula postero.