A te ci penso io
Quando nacque sua sorella, Marco era troppo giovane per capire cosa stesse dicendo davvero.
La prese in braccio goffamente, con quella serietà che hanno solo i bambini quando sentono che il momento è importante, e le sussurrò una frase che non avrebbe mai più dimenticato:
“A te ci penso io.”
Non era una promessa pensata.
Era un riflesso. Come stringere un pugno quando senti freddo.
Poi il tempo fece quello che sa fare meglio: passò.
Non tutto insieme, non con rumore. Passò mentre Marco cresceva, mentre le giornate diventavano più piene, mentre le promesse fatte senza sapere diventavano sempre più grandi di chi le aveva pronunciate. Passò mentre ognuno prendeva la propria strada, convinto di averne davvero una.
Marco se ne accorse tardi.
Prima furono solo sensazioni.
Un nervosismo nell’aria durante una cena.
Frasi che rimbalzavano nella stanza senza dire nulla.
Un uomo che parlava troppo, come se il silenzio fosse un nemico da tenere lontano a ogni costo.
I bambini invece parlavano poco.
Uno guardava spesso in basso. L’altra sorrideva, ma non con gli occhi.
Cose minuscole. Roba che, se vuoi, puoi anche ignorare.
Il corpo di Marco no.
Il corpo aveva già capito.
Si irrigidiva senza motivo, si stancava in fretta, cercava scuse per alzarsi, per uscire, per cambiare stanza. La testa arrivava sempre dopo, come fa chi non vuole essere il primo a dire la verità.
La frase arrivò semplice, disarmata, mentre nessuno sembrava ascoltare davvero:
“Zio, posso venire da te oggi?”
Marco sentì qualcosa rompersi, piano.
Non un’esplosione. Più il rumore di una crepa che si allunga.
Provò a parlarne.
Con i genitori. Con sua madre soprattutto.
Ma le parole si incastrarono in un muro fatto di giustificazioni, di frasi che scivolavano di lato, di discorsi che non c’entravano. Marco voleva essere ascoltato, non rassicurato. Voleva attenzione, non spiegazioni.
A un certo punto alzò la voce.
Non per rabbia. Per disperazione.
E quando se ne andò, si portò dietro quella sensazione familiare: aver fatto la cosa giusta e, allo stesso tempo, sentirsi una merda per averla fatta.
Tornò a casa.
Stese i panni.
Fece qualche flessione, qualche esercizio per le gambe, come se il corpo potesse smaltire da solo ciò che la testa non riusciva a contenere.
In bagno, seduto sul water, vide una vecchia raccolta di foto. Un periodo difficile, uno di quelli che non si raccontano volentieri. Eppure sorrise. Solo un accenno. Un sorriso storto, inatteso.
Pensò alla montagna.
A una giornata fuori.
Senza discorsi. Senza spiegazioni. Solo passi, aria, spazio.
Poi arrivò il crollo.
Non scenografico. Non rumoroso.
Arrivò con una frase che non disse ad alta voce:
Io quella promessa non sono riuscito a mantenerla.
E pianse.
Non perché non fosse forte.
Ma perché aveva finalmente capito che certe promesse non si fanno per essere mantenute.
Si fanno per restare.
Avete messo Mi Piace1 apprezzamentiPubblicato in Narrativa
Discussioni