
Aamir (parte seconda)
Serie: Aamir
- Episodio 1: Aamir (prima parte)
- Episodio 2: Aamir (parte seconda)
STAGIONE 1
Quella fu una notte interminabile per me e per noi tutti, io e miei fratelli piangevamo pensando al nostro caro Bishr ed eravamo ancor più atterriti nel sentire alab e ‘umiy* piangere a loro volta. Tra un pianto e l’altro li sentimmo anche discutere sommessamente senza poter capire bene cosa si dicessero.
Anche adesso tra un pianto e l’altro sento uomini che parlano tra loro, che pregano il loro Dio, che invocano i loro avi a che li proteggano.
Io ho paura come allora, forse anche di più.
‘Umiy mi tiene stretto al suo seno, ha finito le lacrime ma lei continua a piangere, piange dentro sé, piange con il cuore lacrime di sangue, il suo è un pianto irrefrenabile, un pianto secco e silenzioso, un pianto che vuol arrivare lontano sino a farsi sentire là dove si trova adesso Bishr.
Mi stringe forte, sempre più forte, fino quasi a farmi soffocare, i miei fratelli sono vicino a noi, si stringono attorno a noi quasi a formare un unico corpo. Siamo attorniati da tanti altri corpi, uomini, donne bambini, persone che cercano conforto gli uni con gli altri e che hanno tutti la stessa paura nel cuore.
Non vedo più alab, vorrei gridare: padre mio dove sei? Ma la mia bocca non emette alcun suono, riprovo e, con grande sforzo, riesco a dire con un filo di voce: aby ayin hu? (Padre mio dove sei?)
Lui non risponde, forse non riesce a sentirmi, così come non riusciva a sentirmi quel giorno quando noi tutti lasciammo la nostra casa, la nostra terra, per andare a vivere in un posto migliore, dove avremmo ritrovato la gioia perduta, dove la paura non ci avrebbe accompagnati; così ci assicurarono nostro padre e nostra madre.
Alab vendette tutto quello che avevamo per racimolare quei soldi che ci sarebbero serviti per intraprendere quel lungo viaggio, che ci avrebbe portato in terre lontane e meravigliose.
Io pensavo che saremmo andati a vivere là, nelle terre fantastiche dei racconti che avevano accompagnato i miei sogni serali, il mondo dei Visir e delle principesse, il mondo fatato che tanto avevo immaginato e sognato.
Quel giorno, mentre abbandonavamo quella casa che per me era il centro del mio mondo, dove avevo trascorso serenamente la mia vita attorniato dagli affetti dei miei genitori, dei miei fratelli, camminando attaccato alle vesti di mia madre, chiesi, con le lacrime agli occhi, a mio padre: “Alab, perché andiamo via da qui? Non vedi che siamo tutti infelici? Perché alab, perché?”
Mio padre non si voltò neanche e non mi rispose, mia madre mi prese in braccio e mi sussurrò: “Aamir tuo padre non ti può sentire, ha troppi pensieri in testa, si preoccupa per tutti noi e pensa sempre a come fare per renderci tutti più felici. Anche se adesso abbiamo tutti un gran dispiacere a lasciare questa nostra casa, questa nostra terra, quando arriveremo nella nostra nuova casa, nella nostra nuova terra, stai sicuro che torneremo ad essere felici, anche più di quanto lo siamo stati sino ad oggi.”
Anche adesso, ‘umiy, tenendomi stretto a lei mi risponde: “Stai tranquillo Aamir, tuo padre non può sentirti, vedrai che quando arriveremo verrà lui a cercarci e ci condurrà verso la nostra nuova casa.”
Queste sue parole mi rasserenano un po’ e, stringendomi ancor più forte a lei, chiudo gli occhi, cerco di non sentire più niente di quello che sta succedendo intorno a me.
Mi addormento.
Mi ritrovo in una casa meravigliosa, insieme a mia madre, a mio padre e a tutti i miei fratelli e sorelle. Siamo felici, scherziamo tra noi, ridiamo, la tavola è imbandita di molte e ricche pietanze: Falafel, kibbeh, batinjan imfasakh, kebab halabi, kofta mabrouma, fattoush e infine dei deliziosi biscotti all’anice, in più per noi piccoli c’è da bere del delizioso aryan una bevanda allo yogurt leggermente salata e per gli adulti dell’arak un liquore all’anice che mio padre prendeva solo quando si festeggiava qualcosa.
Finito di banchettare usciamo fuori dove il sole splende fortemente e ci scalda gli animi, mia madre inizia ad intonare il Mag Mell – Yamo e tutti noi ci uniamo in questo dolce nostro canto.
Sono sereno, felice.
Mi sveglio di soprassalto, tra le urla angosciate e laceranti di quella massa umana intorno a me e mia madre, pianti, grida, nomi a me non familiari urlati alla ricerca disperata di chi vorresti avere a tuo fianco, preghiere non più recitate sottovoce ma quasi urlate indice più di disperazione che di fede.
Guardo gli occhi di mia madre e vedo solo paura e sgomento.
‘Umiy mi stringe ancora più forte e mi sussurra: “Va tutto bene bambino mio, va tutto bene…”
Nel buio dello scafo stracolmo di gente l’aria si impregna di un odore salmastro che si unisce a quello persistente e pungente del sudore, sento i miei piedi bagnati e freddi, chiedo a mia madre: “‘Umiy che succede? Perché ho i piedi bagnati e infreddoliti?”
Mia madre con voce apparentemente calma ma con uno sguardo sempre più atterrito: Niente, niente, stai tranquillo è solo un po’ d’acqua di mare che è entrata ma è normale, quando il mare e agitato.
Detto questo mi stringe ancora più forte e mi bacia teneramente.
Il bacio mi tranquillizza, penso che ‘umiy abbia ragione, che va tutto bene, che non ho niente per cui aver paura e che…
Un botto, secco.
Un boato simile a quelli che sentivamo a casa nostra nelle notti precedenti alla scomparsa del povero Bishr, simile ma dieci volte più forte e spaventoso.
Veniamo investiti da un’onda di acqua ghiacciata che mi brucia gli occhi e la gola, ho freddo, tanto freddo.
Un’altra ondata ci investe, le urla della gente intorno a noi sono altissime, strazianti, spaventose!
La stretta di mia madre su di me ad un tratto si allenta, lei cerca invano di tenermi saldamente a se, io cerco disperatamente di attaccarmi a lei, ma la forza dell’acqua gelata ci allontana, siamo spintonati dal movimento convulso della massa di corpi che ci circonda, lo scafo che prima ci conteneva si è aperto, come un guscio di noce colpito da un pesante sasso, intorno a me non vedo più nemmeno i miei fratelli e mia madre non riesce più a tenermi stretto a se.
Sento la voce di mia madre che mi chiama nella penombra che mi circonda: “Aamir, Aamir, Aamir!”
La sua voce è sempre più lontana, sempre più fievole.
Vorrei gridare, rispondere a gran voce al richiamo di mia madre, richiamarla a mia volta: “‘umiy, ‘umiy, ‘umiy!”
La mia bocca però non riesce ad emettere alcun suono, è piena di quell’acqua gelida e salata che mi brucia la gola, che mi impedisce di respirare.
Sono paralizzato, dalla paura, dal freddo, non riesco a muovermi, vorrei aggrapparmi a qualcuno, a qualcosa ma non ne ho la forza.
Chiudo gli occhi. E’ tutto buio, adesso questo buio mi fa meno paura di quella poca luce che mi mostra solo gente terrorizzata e disperata.
Vorrei gridare il nome di mia madre, il nome di mio padre, chiamare tutti i miei fratelli ma non ho più voce. Li chiamo gridando in silenzio, li chiamo, li chiamo…
Non ho più freddo, non mi sento più soffocare, sento che qualcuno mi sta chiamando dolcemente.
Apro gli occhi, vedo Bishr che mi sorride e mi dice: “Ciao Aamir, fratello mio, stai sereno adesso, vedi sono venuto qui da te.”
“Bishr, sei proprio tu? Dove siamo?” Gli rispondo.
“Stai tranquillo Aamir, siamo in un posto bellissimo, dove regna sempre il sereno, dove è sempre festa e tutti stiamo in pace e serenità. Adesso seguimi, vieni con me che ti porto di là dove troverai anche altre persone care come la nonna e il nonno che potrai riabbracciare.”
Il sole spunta timidamente all’orizzonte, là dove il mare si confonde con il cielo ed inizia ad illuminare quello splendido angolo del mediterraneo, quella spiaggia dorata lambita da placide e limpide acque che pian piano depositano là i resti della tremenda mareggiata della notte, alghe, piccoli rami e pian piano arrivano anche detriti più o meno grandi, parti di quella che una volta era stata un’imbarcazione.
Tra queste cose si inizia anche a scorgere qualcosa di diverso, di insolito, si intravede una scarpetta rossa e là vicino un corpicino di un bimbo che stringe con forza un pugno di sabbia.
Il sole inizia ad illuminare il suo viso, un viso disteso, sorridente.
Un piccolo angelo che non correrà, non riderà, non giocherà, non vivrà più su questa terra ma, magari, lo farà per sempre in un posto migliore ed è per questo che sta sorridendo.
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