Abdul

Serie: Erasmus


Abdul arrancava nella neve. Doveva sparire. Tutta la città era senza elettricità dalla sera precedente. Una botta di fortuna insperata. La polizia fu costretta ad interrompere l’interrogatorio e a rimandarli nei loro appartamenti. Avevano altri problemi al momento, gestire il ripristino della corrente e soprattutto dare la caccia a Pavel. Per questo Abdul doveva sparire.

Con la neve fin sul ginocchio, annaspava ad ogni passo dentro un boschetto alla periferia della città, sulla riva del lago cittadino. Si coprì il volto quando lo investì una folata di vento gelido. Osservò gli alberi carichi di neve, era quasi arrivato. Giunse in prossimità di un grande pino. Si guardò attorno ma vide solo il bianco della tempesta. Tastò il tronco dell’albero, tolse la neve e applicò una certa pressione su una sporgenza del tronco. Un rettangolo di legno si staccò, rivelando un foro nell’albero grande quanto un pallone da rugby. Abdul immerse la mano dentro e tastò il fondo.

Era vuoto.

«Merda!» sbraitò mentre continuava a rovistare dentro.

«Cercavi questa?»

Si girò verso quella voce.

Pavel.

Teneva in mano una busta con dentro le sue sostanze stupefacenti che spacciava al campus.

«Pavel…senti, dimmi cosa vuoi, ti posso procurare altri steroidi, vuoi piscio pulito per i test antidoping? Posso procurarti quello che vuoi, ma ora devi darmi quella cazzo di busta e farmi sparire per un po’, finchè non si calmeranno le acque.»

Stronzate. Il suo piano era prendere il primo traghetto per la Svezia e lasciare la Finlandia per sempre.

«Sei stato tu, vero?» ribattè Pavel in maniera calma. La calma prima della tempesta.

Le cose si stavano mettendo male. Abdul riflettè veloce su come convincere il ceco a mollare le sue sostanze.

«Pavel, non l’ho mai toccata Karo, lo giuro, manco mi piaceva!» disse provando a ridere.

Pessima idea.

Pavel lo guardò con furia omicida.

«Bugiardo» sussurrò e dalla tasca tirò fuori un coltello.

Abdul alzò le mani.

«Amico, calma, non fare stronzate» Abdul sudava freddo e cercava di indietreggiare sulla neve alta.

«Sai cosa? Se vuoi tieni tutta la busta, davvero, un regalo, tutta roba buona sai?» cercava di restare calmo, ma Pavel continuava a fissarlo come un pazzo.

«Dici questa roba?» chiese Pavel con un sorriso e alzando la busta.

Abdul sospirò sollevato, stava funzionando.

«Non la voglio questa merda» disse Pavel tornando serio e gettando via la busta.

«Voglio te» e si avventò sull’egiziano.

Abdul tentò una fuga ma cadde nella neve. Pavel gli si buttò addosso.

«Non mi uccidere, ti prego, non ho ucciso io Karo, te lo giuro» piagnucolò Abdul.

Pavel gli sorrise malignamente.

«Ora ti farò provare tutto quello che hai fatto a lei» e gli ficcò il coltello sul fianco.

Abdul urlò dal dolore e chiuse gli occhi. Era la fine. Lo sentiva.

«Fermo! Polizia!» sentì tra il fitto della neve.

Aprì gli occhi e vide Pavel girarsi a cercare la polizia.

Era la sua occasione, provò a divincolarsi ma Pavel lo fermò.

«Sei mio, pezzo di merda» e alzò il braccio con il coltello.

Abdul chiuse gli occhi, pronto alla morte.

Uno sparo, il tonfo del corpo pesante di Pavel sopra lui, il terrore, la consapevolezza di essersi pisciato addosso, e infine il buio.

Si risvegliò in un letto d’ospedale. La testa gli doleva, il fianco era fasciato e si sentiva incredibilmente debole. Talmente tanto da non riuscire nemmeno a pensare alla fuga. Era ormai rassegnato alla resa.

Game over.

Quasi come se avesse potuto sentirgli i pensieri, nella camera entrò la detective Helli Marin.

Avanzò di qualche passo, con volto impassibile.

«Non ha riportato ferite gravi, ma la lama è entrata in profondità e ha perso molto sangue» disse la donna fermandosi ai piedi del letto.

Abdul non sapeva se sentirsi sollevato o meno.

«Come devo chiamarla? Abdul? Omar? Kamal?» continuò Helli mentre imperterrita mostrava una bustina con diversi documenti d’identità delle più svariate nazionalità nordafricane.

Abdul sprofondò nel cuscino.

«Abdul va bene» riuscì a dire debolmente.

Helli annuì e si avvicinò alla finestra. Nella luce del tramonto riusciva a scorgere la fitta neve. Mezza città era ancora senza elettricità.

«Ci risulta che il suo vero nome sia Bashar Hassan, di nazionalità libanese e ricercato per affiliazione a milizie terroristiche, o mi sbaglio?»

Abdul chiuse gli occhi. Era davvero finita. Sarebbe stato meglio se Pavel lo avesse ucciso.

«Quella persona è morta da tempo, ora sono Abdul.»

Helli continuava a guardare la neve cadere.

«In attesa delle indagini, in quanto sospettato, lei resterà qui, sotto la custodia della polizia» e mostrò un documento del tribunale.

«Se risulterà estraneo a questa vicenda, sarà estradato in Israele, dove l’attende un processo per terrorismo.»

La paura fece trovare le forze ad Abdul.

«Senta ok, ero con Hezbollah, non avevo alternative, ma non ho fatto niente, io non c’entro con quello che mi accusano. Volevano che mi facessi saltare in aria in quella cazzo di scuola, ma non l’ho fatto, ho disertato e sono fuggito. Se lei mi rispedisce là, quelli mi ammazzano, arabi o ebrei»

Helli si girò e guardò negli occhi quel ragazzo. Non vide mai così tanta paura.

«Non si sfugge al proprio passato, dovrà rendere conto delle proprie azioni davanti alla giustizia israeliana, e alla nostra» e tirò fuori la bustina con le sostanze stupefacenti.

«Oh merda…» sospirò Abdul.

«Da terrorista a spacciatore, complimenti per il salto di qualità.»

«Mi risparmi il sarcasmo, conosce altri modi per guadagnare rapidamente i soldi per la traversata? O crede che per venire in Europa ci affidiamo a dei tour operator che organizzano crociere? È gente di merda che si considera in credito della tua vita» e Abdul stavolta sentì dolori da ferite lontane, provocate in prigioni-lager libiche da aguzzini senza scrupoli.

Helli si avvicinò. Quel ragazzo era vittima di un susseguirsi di scelte sbagliate, provocate da vari fattori complessi che lo avevano portato lì. Aveva delle alternative, solo che non lo sapeva perché era comodo per altri manipolare quei ragazzi disperati, lasciarli nell’ignoranza e farli crescere nell’odio. La stessa cosa succedeva nelle periferie delle grandi città europee dove giovani ai margini della società erano facile bacino di reclutamento della criminalità organizzata. Helli ne aveva visti già tanti persino in Finlandia da restarne sconfortata.

«Del suo destino, deciderà un giudice» disse ritrovando la sua impassibilità.

«Il mio lavoro è quello di svolgere le indagini di questo caso, e lei è un sospettato. Perché si è visto con Pavel la notte prima del ritrovamento?»

«Gli fornivo sostanze dopanti ogni settimana, quella sera avevamo già appuntamento prima di tutta questa stronzata.»

«Eppure era amico di Jérémie, era con lui al locale durante l’aggressione di Pavel e anche dopo nella sua spedizione punitiva.»

«Tutte stronzate di questi viziati figli di papà che hanno tutto facile, per me erano solo clienti, nient’altro» si indignò Abdul. Non ne voleva più sapere di quella gente. Aveva immaginato l’Europa come un paradiso, una salvezza, un posto dove iniziare una nuova vita. Ennesime cazzate che raccontano i trafficanti per avere nuova carne fresca.

«Senta, quella notte, dopo che Jérémie ha mollato quella farsa di caccia all’uomo, mi sono visto con Pavel, al solito posto alla solita ora. Ad un certo punto abbiamo sentito un rumore, pensavamo fosse Jérémie, o qualche sbirro…senza offesa, comunque ci siamo dileguati e ho perso le sue tracce. Ho attraversato la città per nascondere la mia roba. Con quella cazzo di tormenta nessun cliente si è fatto vivo.»

Helli tornò a camminare avanti e indietro dal letto, pensierosa.

«Nessuno può provare la sua tesi quindi.»

Abdul alzò le spalle, indifferente.

«Sono un uomo morto comunque, perché dovrei mentire?»

Abdul si girò su un lato, con delle smorfie di dolore e chiuse gli occhi per riposare.

Helli sospirò.

Lo lasciò dormire. Non aveva senso continuare il suo interrogatorio in quello stato.

In corridoio chiuse la porta. Due poliziotti piantonavano le due stanze adiacenti. Nell’altra stanza, Pavel era in coma farmacologico dopo lo sparo ricevuto proprio da Helli.

La detective guardò dall’oblò della porta. Pavel era attaccato ad un respiratore artificiale. Provò sensazioni contrastanti. Aveva fatto il suo dovere, lo sapeva, ma allo stesso tempo aveva ridotto un altro essere umano a lottare tra la vita e la morte.

«Perché non possono essere tutti dei bravi ragazzi?» sospirò.

A quelle parole si destò.

Mancava ancora una persona da sentire. Quello definito da tutti come un bravo ragazzo.

Andrea.

Serie: Erasmus


Avete messo Mi Piace2 apprezzamentiPubblicato in Narrativa

Discussioni

  1. “era comodo per altri manipolare quei ragazzi disperati, lasciarli nell’ignoranza e farli crescere nell’odio”
    molto potente questa frase. L’ignoranza è l’anticamera dell’odio. La cura è la cultura, l’istruzione

  2. Ogni personaggio è fornito di un background ben definito, i miei sinceri complimenti per la caratterizzazione. Scrivere un crime non è facile: personalmente non l’ho mai fatto e sebbene la tentazione di tanto in tanto bussi alla mia porta la caccio via. Si rischia sempre di cadere nello stereotipato, cosa che non hai fatto pur giocandoci un po’ per ingannare (in senso buono) il lettore.

  3. In questo episodio ho sentito una ulteriore profondità di analisi dei personaggi e persino sociologica, senza perdere la sottile vena ironica che alleggerisce la pesantezza del dramma. La frase sui tour operator pronunciata da Abdul è una delle tante che meritano di essere memorizzate. Bravo Carlo.!😉

    1. Grazie Maria Luisa, come sempre! Sono davvero felice che abbia sottolineato l’analisi psicologia dei personaggi, avevo il terrore, soprattutto con Pavel e Abdul di cadere nella retorica o nello stereotipo