Accoltellamento

Serie: La casa dei Veltz


NELLA PUNTATA PRECEDENTE: Alger Vetlz è arrivato a Tourville la riveire, dove trova ospitalità da due contadini. Qui, nell'attesa della mattina, ripensa alle sue origini

Aveva richiuso la porta della cantina in cui si era ritrovato e se ne era tornato con tutta la sua roba su per le scale, per poi uscire di nuovo dalla baracca. Si era preso anche metà del pane che era rimasto ai due. I due se la sarebbero cavata con ciò che rimaneva, pur avendo un venturo figlio. Da Tourville a Parigi erano circa cento trenta tre miglia, secondo i suoi calcoli, il che equivaleva a dire che ci avrebbe impiegato circa tre giorni, se avesse impiegato dodici minuti per chilometro camminando. Si chiese se il viaggio in nave lo potesse aver stancato al punto che ci avrebbe potuto mettere di più di quanto avesse estimato mentre studiava la traiettoria. Stette a camminare fra la campagna mentre rifletteva ancora su cosa fosse meglio: o camminare fino a Parigi, nella speranza che il corpo non cedesse alla fatica del lungo viaggio, oppure se fermarsi lungo il percorso e trovare la prima cavalcatura da prendere e poi si sarebbe diretto direttamente verso Lione. Sfilò la carta da sotto la giacca, e la dipanò alla bell’e meglio, e cercò nell’oscurità il nome di Lione su quella carta geografica vetusta. Gli mancava solo un cimelio di famiglia. Doveva dirigersi nel sud della Francia, senza dare nell’occhio, e raccogliere la boccia di sangue solidificato di Piroska Veltz, unica donna della famiglia Veltz a prendere il titolo di santa, così che oramai a lei si riferivano come Santa Pirossa, deturpandone le veraci origini ungheresi. Checché ne dicesse suo padre, Alger sapeva che i Veltz non erano stati semplici signori e nobili, ma ben molto di più, e che la sua disgrazia in quanto ultimo erede di quel cognome era decidere se dar fine alla loro dinastia oppure se ricercare la fiamma che riaccendesse il vecchio castello paterno. Poteva concordare con il padre che i Veltz non erano nati in Ungheria, ma era pure vero che da quando si erano insediati a Sud, ecco che riscossero la loro fortuna e dominarono sempre incontrastati. Ora, invece, per la debolezza di entrambi i genitori, scrivere Veltz sulla carta era come chiedere a chiunque di burlarsi di un nobiluccio caduto in disgrazia. E la loro miseria era tanta, per quanto relativamente giovane, perché dalla guerra dei Cent’anni fino al Seicento maturo i Veltz non registrarono mai alcuna involuzione, o perdita, né offesa, mentre nel giro di nemmeno un secolo ora di quella famiglia nessuno si ricordava più, e non ne esisteva nemmeno il blasone originale. Avevano venduto pure il marchio della loro famiglia per far fronte alle spese.  Rimaneva la rovinata e ancestrale roccaforte di Istvan Veltz, il primo a prendersi l’Ungheria.  

Era da anni, ora che ci ripensava, che cercava le varie reliquie e glorie della famiglia, e si era mosso ora contro il levante ora a favore di levante, poi di nuovo contro e alla fine sprofondò nel sud Europa, solamente per risalire fino in Danimarca. Da più di un anno non tornava a casa, e l’ultima epistola mandata al padre risaliva sicuramente a qualche mese addietro. Non faceva nemmeno più sesso. Forse aveva fatto male a non seguire quelle ragazze dallo sguardo che attizzava come carboni ardenti. No, si diceva, era stato bene che non si fosse fermato, perché il benessere è un lusso che si possono permettere solo che vogliono accontentarsi di colpire per sbaglio il bersaglio. Per far centro, però, bisogna mirare poco più in alto. Rise, perché si rese che si sarebbe potuto presentare come un santo a chiunque, perché la sua condotta, per quanto sembrava, era quella di un beato in Terra. Non toccava vino da troppo tempo, non giocava a dadi. Forse, pensò, è perché non ne aveva avuto la possibilità, oppure perché riconosceva che commettere un furto poteva essere fatale mentre era in terra straniera. Era deciso, disse riemergendo dai suoi pensieri caotici, sarebbe arrivato direttamente a Parigi, poiché non poteva perdersi la possibilità di vendere i fasti del grandeur francese. Avrebbe visto i parigini e le parigine, e gli abiti e le strutture, i bassifondi, le donnacce ed i buggeroni, gli uomini ubriachi e le zingare che ballavano con capre ed altri animali. Avrebbe visto la cattedrale di Notre Dame, che, da quanto aveva capito, era arrivata a minacciare tutta Parigi di cadere in tutte le direzione, sfaldandosi come se qualcuno l’avesse calpestata. Dicevano che da quelle parti la Senna assumesse un coloro piuttosto bruno, anche grazie alle stalle che affollavano più parti della città. 

Il venticello soffiava dolcemente lì, a differenza della Pomerania o ancora dell’Ungheria, o della Scozia. Ripensò a quei due servi che aveva trucidato facendo accompagnare la sua mano dall’odio per i traditori. rabbia per chi è così misero da pensare di essere artefice di interi piani, rimanendo cieco, però, di fronte a un piano in cui si è una sola pedina, destinata a scomparire con un fruscio della natura, il cadere della mela sul formicaio. Bastava niente, per convincere il paggio a guidare la biga verso una montagna che nasconde in sé le foreste ed i crepacci, le frane e le reti unte di vischio, ma prima che il servetto si rendesse conto che la sua superiorità fosse era cresciuta perché l’avevano permesso, e non per sbaglio, era troppo tardi. Tutti cadono nelle mani di chi non rivela mai la seconda parte di un piano, presentando un finale appagante e convincente. C’era da amarli, gli uomini, per la loro natura così vile e fragile. 

Ecco, bastava guardare quei tre ragazzetti che stavano accampati lì, lungo la strada, con un fuoco a riscaldarli, e loro che lo guardavano mentre si avvicinava. Cambiarono repentinamente le posizioni in cui si erano messi, lanciandosi sguardi fra loro. Non era così stupido da credere che fosse normale per tre ragazzini starsene lì, vicino alla strada, svegli di notte e pronti a muoversi alla vista di qualsiasi cambiamento. Non cambiò la velocità con cui proseguiva, e fece finta di non vederli. Non percepì alcun cambiamento, a muoversi sul sentiero erano solo i suoi piedi, e così lo sorpassò, ma sapeva che questo non implicava che i tre avessero smesso di pianificare ai suoi danni. 

Stette in attesa che uno di quei tre o gli venisse da dietro, cercando di sfilare qualcosa dalla sua cintura, o che un altro gli si parasse davanti. E se uno dei tre si fosse arrampicato sugli alberi per potersi lanciare su di lui? Forse avrebbero cercato di..
“Hey!” disse uno dei tre, e questo fu l’unica cosa che Alger capì, perché poi sempre lo stesso continuò a parlare in una lingua ignota. Dialetto, di sicuro. Si era girato su di sé, sapendo che così volgeva le spalle a una strada che non conosceva. Si chiese se avesse senso quello che facevano, inconsapevoli di ciò a cui andavano incontro. Arroganza, guidati solamente dalla fiducia di non poter essere battuti o fregati. Un altro dei tre spuntò poco dopo, sempre davanti ad Alger, mentre il terzo, probabilmente, era dietro. Prese il coltello dalla giacca, e sfilò il piccolo pugnale dallo stivale destro. Alcune morti sono necessarie, e non è una questione personale. I due davanti si avvicinarono mantenendo la loro posizione in guardia. Armati di una fionda, un coltello da pane e un paio di bastoncini, andavano avanti a grandi passi. Qualche metro li separava e impediva ad uno di saltare addosso all’altro. Non aveva neanche senso provare a scoraggiarli a parole, non capivano niente, quelli là. Avevano i volti proprio da ragazzacci, con quelle smorfie e il cipiglio abbassato sugli occhi, come per mostrarsi seri ed aggressivi. Nelle luci diafane della notte parevano due sagome di manichini che si muovevano come contadini ubriachi. Poteva quasi giurare che li aveva visti andare sbattere l’uno contro l’altro. Sentì pure un fruscio sopra di sé, e scommise che fosse il terzo ragazzo, intento a muoversi fra le fronde, provando, magari, anche a non essere visto o sentito, fallando.

I due avanzavano intanto, con ginocchia piegate e busto rivolto in avanti, mani che strozzavano le loro armi, mentre si poteva sentire le foglie che venivano spostate ciecamente dai piedi. Erano ancora più vicini. Era il gioco del gatto e del topo, dove ogni passo in avanti era un passo indietro per l’altro. Sapeva che non doveva spostarsi troppo confidentemente all’indietro, altrimenti o cadeva o veniva attaccato all’indietro. Poteva scattare di lato, oppure aggredirli per primo, come si conviene quando si è in un territorio di contesa. Il terzo lo stava ancora seguendo lì in alto? Oppure si era fermato? Od era sceso? Sarebbe stato divertente saperlo. 

Balzo! Un urlo, il rumore di passi che atterrano maldestramente a terra, un paio di suoni ovatti, e un come di legno. Una risata mentre dei passi si muovevano allontanandosi. Dei sospiri, qualche affanno, un corpo che cade dal Cielo, un grido, un rumore di metallo che sbatte contro le pietre del territorio. Un colpo secco nella carne, poi un altro, un terzo. Ah! Uno strazio che è fiorito dal male, per poi appassire come ammonimento a chi tenta troppo.

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