Adele e Guglielmo

Serie: Il buco nero


NELLA PUNTATA PRECEDENTE: Dal buio della casa affiora la madre di Elvira, con cui Ottavio scambia qualche parola, prima di congedarsi col pretesto di recuperare le valigie in macchina. Di fronte al portone chiuso, la presenza di un uomo imbiancato di neve che gli implora di farlo entrare. Ottavio risale e incontra una donna.

Dopo essermi presentato, le dissi:

«Non conosco l’uomo che vorrebbe entrare, come lui non conosce me. Io non abito qui, come saprà, ma sono ospite dei suoi vicini. Sono un amico di Elvira. Sto colpendo alla sua porta, ma nessuno mi apre.»

«Io sono Adele. Il portone, sia dall’interno che dall’esterno, si apre soltanto con le chiavi. Non esistono altri metodi, purtroppo».

«Sarebbe così cortese da prendere le sue chiavi e consentire all’uomo che è fuori di entrare dentro?»

«Non so chi sia l’uomo di cui mi parla. Potrei non averlo mai visto. D’altra parte non so nemmeno se lei sia davvero un amico di Elvira. Non ne ho le prove. Se i miei vicini non le aprono la porta, dovrà esservi una ragione. Non crede?»

«Le mie prove le avrà, si fidi, ma adesso dobbiamo occuparci dell’uomo che sta fuori. Non li sente i colpi al portone? Non resisterà a lungo lì fuori. Se gli accadesse qualcosa mi sentirei responsabile. Potrebbe morire assiderato, capisce?»

«Dai colpi che sta dando al portone dovrebbe avere energie a sufficienza… ma ora mi perdoni, devo rientrare» mi disse Adele, chiudendo con fermezza la porta, che bloccai con un piede, chiedendole di darmi un’ultima possibilità e di salvare la vita all’uomo dal cappotto grigio.

«Non conosco lei e probabilmente nemmeno la persona col cappotto grigio di cui mi parla. Non posso sentirmi responsabile di perfetti sconosciuti, se non di fantasmi… e arretri con il piede, altrimenti sarò costretta a farle male» mi disse con durezza. Il suo viso si fece aggressivo, violaceo, così le sue mani nervose, mentre mi spinsero all’indietro, allontanandomi e dandole modo di chiudere la porta.

I colpi dal portone smisero. Dall’appartamento dei genitori di Elvira affiorarono dei mormorii, qualche sibilo, passi smorzati, un filo di radio. Mi scagliai contro la loro porta, implorandoli di aprirmi, ma non accadde nulla. Interruppi sfiduciato i miei colpi, avventurandomi sopra, dove mi raggiunse l’alone celeste di una torcia, che mi impedì di individuare il viso di chi me la puntava contro.

«Che cosa succede?» mi chiese la voce dietro la luce. Mi fermai tra i due piani, chiedendo alla persona che non vedevo di aprire il portone all’uomo cosparso di neve, ripetendo lo stesso copione.

«Sono Ottavio, un amico di Elvira, ospite della sua famiglia. Mi ritrovo per sbaglio fuori dal loro appartamento – un colpo di vento improvviso ha richiuso la porta. Gli altri dormono. L’uomo che bussa potrebbe star male. Sta scendendo la sera.»

La figura si avvicinò a me con passi lenti. Mi mise una mano sulla spalla, invitandomi alla calma.

«Non riesco a calmarmi fin quando non entra. Non li sente i suoi colpi?» e lui, spostando la torcia, tese le orecchie ai colpi possenti che imperversavano dal buio dell’androne alle scale. Aveva un viso magro, di una persona docile, generosa – sembrava un sagrestano, o un fabbricante di culle. Mi pregò di aspettarlo, che sarebbe entrato per prendere le chiavi e controllare l’identità della persona che colpiva. 

Tirai un sospiro di sollievo. Nella sua attesa precipitò il silenzio. Pensai ad Arianna, ai suoi genitori e alle ragioni misteriose per cui mi avevano lasciato fuori, ma non pensai per niente alla mia Elvira. L’uomo della torcia ritornò con un cappotto logoro, color verde bosco. Mi disse di chiamarsi Guglielmo. Gli tenni il passo lungo le scale, accennandogli al breve colloquio con Adele, ma lui restò indifferente. Non mi parlò, fino a quando non arrivammo di fronte al portone, dove si abbatterono altri colpi impetuosi, più forti e disperati dei precedenti. Lui puntò la torcia contro l’esterno, dove scorgemmo l’uomo nel cappotto grigio, accecato dal lampo giallo e celeste che lo ravvivò nella sua innocenza.

Il viso dell’uomo che stava fuori era molto provato, “forse quanto il mio” immaginai. Guardava fisso Guglielmo, che era fermo accanto a me, come un soldato semplice.

«Le chiavi, Guglielmo. Dobbiamo aprirgli subito! Non vi è altro tempo da perdere.»

«Mi sembra di averlo già visto, ma non ne sono sicuro. Potrebbe essere una somiglianza, chissà…»

«Non importa. Adesso prenda le chiavi!»

«Non le ho più trovate, me ne dispiace. Perché non sale a cercarle lei? Sopra troverà qualcuno. Può dire che la mando io, e che ho necessità di aprire il portone dello stabile.»

«Sarebbe meglio che le recuperi lei, invece. Non è un mio diritto entrare nella sua abitazione» gli dissi.

«L’autorizzo io, stia sereno. Prenda la mia torcia e non si preoccupi. Nessuno dirà nulla.»

«Preferisco che sia lei a cercare le sue chiavi nella sua casa, insisto. Mi sembra più corretto.»

«Non posso. Ho bisogno di ricordare dove abbia visto quest’uomo, altrimenti non potrò intercedere per il suo ingresso» e allora alle sue parole, sempre più misteriose, mi scagliai contro il portone, cercando di aprirlo, ma era impossibile senza una chiave.

«Non si agiti così. Non vede che lo sta terrorizzando?» mi disse, avvicinandosi al portone e sfiorando il vetro con un dito, dove era posato il viso esausto dell’uomo, che fissava solo Guglielmo, con tutta la sua disperazione. Non trovai la forza di insistere, mi toccò risalire.

Presa la torcia dalle sue mani, mi fiondai come un ladro sulle scale. Giunto al secondo piano, sbandai lungo le ombre dell’ingresso dell’appartamento di Guglielmo. La porta era aperta. Entrai con disagio, avanzando lungo un dedalo contorto, fatto di spigoli, spazi angusti, grotteschi, fughe irregolari, fino a quando non intravidi una porticina socchiusa. Vi trapelava una luce feerica, austera, che si confuse con il tremore della torcia. Bussai alla porta, chiedendo permesso. Intravidi una donna magra, con i capelli raccolti, distesa di spalle su di un divanetto rosso. Indossava una gonna di lana, delle calze grigie di suora, scarpine di corda.

Forse stava dormendo e non c’era nessun altro nella casa. Le altre camere erano al buio, era l’unica illuminata. Dovevo svegliarla, non avevo scelta. Poteva essere la moglie di Guglielmo,  forse una sorella. Allungai un braccio sulla sua schiena. Le dissi il mio nome e le ragioni che mi avevano portato lì.

«È venuto fin qui per le chiavi?» mi sussurrò, cominciando lentamente a smuoversi dalla sua stasi.

Serie: Il buco nero


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Discussioni

  1. L’entrata in scena dell’uomo col cappotto è stata potente al punto di farmi scordare il resto. La foga con la quale il protagonista è deciso a tutti i costi a salvarlo, non so perché, mi riporta di nuovo alla dimensione inconscia del sogno. Come se soltanto salvando e occupandosi delle sorti dell’estraneo possa salvare anche se stesso e permettersi di continuare con la propria storia.
    Mi associo a Cristiana, l’apparizione della donna sul divano è magistrale, degna di un dipinto.
    E quella frase finale, mi suona come una premonizione…

    1. L’uomo nella neve, o nel cappotto grigio, è una sorta di epicentro magnetico, che cancella, accantona o annienta ogni cosa che lo precedeva, dal momento del suo arrivo. Figura ingombrante, immanente, nella sua separazione forzata dal mondo interno, vittima diretta della furia della tempesta, ma nello stesso tempo etereo, impalpabile, come lo è il vento, se tentiamo di descriverlo a un bambino che non riesce a dormire, o a una persona che non vede, facendo a meno dei suoni. La sua presenza occupa e assorbe la consapevolezza di Ottavio lungo l’abisso in cui si sta addentrando, in parte contro la sua volontà, soggiogandolo in un processo di sottile identificazione e incantamento con la sua natura e con l’orbita opaca del suo destino. La presenza dell’uomo che batte sul portone, non è così lontana da quella dalla donna distesa sul divanetto rosso, nella parte finale: entrambi rappresentano degli archetipi, delle zone di confine o di limitazione della volontà e iniziazione al desiderio, pur se su fronti o litorali contrapposti. Sono il passaggio alla dimensione ignota, l’unica chiave per avvicinarsi alla natura di Elvira, fino alla sua invisibilità e impermanenza. Forse… raccontando a un bambino che non riesce a dormire o a una persona che non vede la sua scomparsa, come i colpi sordi dell’uomo e la sonnolenza della donna distesa, otterremmo delle nuove chiavi di lettura. Un grazie della tua visita e del tuo commento ispirato.

  2. “Intravidi una donna magra, con i capelli raccolti, distesa di spalle su di un divanetto rosso. Indossava una gonna di lana, delle calze grigie di suora, scarpine di corda.”
    Scena magistrale, degna della migliore scenografia.

    1. Ciao, Cristiana. Sono contentissimo che tu abbia percepito il respiro di questa figura fugace, quasi in dissolvenza, che rappresenta un elemento primario, se non primordiale, di tutto il tessuto, della prospettiva emotiva e luministica che attraversa la serie, al di là del singolo episodio, a partire dalla scomparsa di Elvira. Quando mi accorgo che vengono percepiti con la stessa intensità gli elementi del quadro che ho più a cuore, e che avverto più in profondità, tiro un sospiro di sollievo. È una sensazione edificante, ariosa e di grande stimolo.

  3. “Non posso sentirmi responsabile di perfetti sconosciuti, se non di fantasmi…”
    Una frase emblematica, un aiuto se interpretata come chiave di lettura. Leggendoti, bisogna sempre tenere gli occhi bene aperti

    1. Bravissima! È una fugacissima apparizione che potrebbe nascondere l’abisso. L’hai colta in pieno. Potrebbero esservene altre, ma questa è particolare, forse unica. Ogni volta che la incontro mi si attiva il tuo stesso radar.

  4. Ottavio non vede e la luce fioca che a stento illumina lo stabile, gli appartamenti e l’esterno, certamente non lo aiuta. Allo stesso modo, Ottavio non sente e, ancora una volta, i rumori appena accennati, i sibili, i fruscii, non lo aiutano. I suoi sensi sono addormentati e non è dato sapere al lettore, per ora, se lo siano veramente. Mi sono chiesta se tutto questo sia un sogno, una veglia, vita reale, orrore dovuto a una serie di contingenze? Mi piace il modo in cui sei arrivato al termine della seconda serie tenendoci sospesi e aggrappati a quel corrimano, ad avventurarci negli spazi surreali di questo condominio. Il ‘fuori’ mi pareva essere una salvezza, ma ora non ne sono più sicura. Forse quella salvezza lui non la troverà nemmeno nello stabile. È altrove che deve guardare, dentro di sé. Una serie magistrale per come è scritta, condotta e, soprattutto sentita dall’autore.

    1. Hai enucleato, in particolare in questo tuo commento, la natura del progetto, la sua modalità di progressione, di interrogazione dei vari livelli di realtà. Mi accorgo che più che le azioni, i fatti, le parole… chi ha condotto il gioco fino a questo momento sono soprattutto le luci basse sulle cose già fioche, al confine dell’inesistenza, così le intercapedini che si scorgono da una feritoia di porta, con i sospiri, i frammenti di discorsi incompiuti, a cavallo tra la litania e la concertazione di un maleficio, insieme ai giochi di ombre e a quelle rifrazioni di apparente effimero che delineano lo scenario della serie con i suoi versanti dove è confinato Ottavio e il suo destino. In dentro e il fuori sono archetipi di una profonda traiettoria ideologica, e non solo diegetica o prospettica, come hai ben delineato. La prima stagione si conclude in un ordinario stabile, di come ce ne sono tanti sparsi nel mondo: una palazzina di soli tre piani, in un luogo tempestato dalla neve, dall’eternità di un inverno ancora indefinito, dove paradossalmente vigono le stesse leggi dell’universo, delle costellazioni, senza che nessuno riesca per qualche istante a contemplarle, o solo a immaginarne l’esistenza, al di là di questo bianco immateriale e schiacciante, che pare essenziare ogni parte della storia, dei suoi livelli, delle sue direzioni, fino all’ibernazione sentimentale ed emotiva delle parti in gioco – e in giogo. Grazie sempre dei tuoi preziosi stimoli. A presto.

    1. La tua osservazione è molto pertinente. C’è da dire che tutta la struttura, almeno in questa prima stagione, risente di questo costante ondeggiamento tra situazioni comuni, alquanto regolari e spiegabili, con altre che a distanza di istanti, o semmai nello stesso frangente, si scollano quasi del tutto da un nesso logico, dalle coordinate nelle quali riusciamo a riconoscerci, a sentirci svegli e non parte viva, quindi inconsapevole, di un sogno, se non di un processo immaginario affine. “Il buco nero” pone sia me che lo scrivo – in una fase dove sto ancora operando delle scelte, configurando degli snodi e dei contesti che vedranno luce nella seconda stagione –, che i lettori che incontrano la storia per la prima volta, solo anche una manciata di episodi scorporati, di fronte a un confine, a un margine sospeso di verosimiglianza, dove non sei certo di sognare, ma nemmeno di essere del tutto sveglio. Il confine sarà la materia del mistero che ci accompagnerà per tutto il viaggio. Ma quello che conta, secondo me, non è tanto il grado di livello di realtà in cui si collocano gli eventi della narrazione, che in fondo già di per sé rappresenta una profonda alterazione del processo reale, ma il tipo di informazione e di risonanze evocative possa comportare per chi viva l’esperienza, per chi riesce ad inserire le sue sensazioni e i suoi processi percettivi facendoli suoi, come sfondo, come contesto, come reazioni interne e personali all’imprevisto, come alla noia delle situazioni comuni. Parlo della classica sospensione dell’incredulità, che opera direttamente anche all’interno dei personaggi di finzione, se ci fai caso, che in alcuni momenti sembrano procedere in un singolare stato di sonnambulismo, di opacità dei sentimenti, dello spirito. Credo che al di là dei livelli più o meno onirici che può offrirci una storia, vorrei cercare di trovare quella chiave che rimanga stabile e utilizzabile in entrambe le dimensioni, e che renda il reale un livello misterioso quanto l’immateriale, l’immaginifico, e a sua volta il livello dimensionale immateriale, confortante, tanto da non credere che le cose possano andare diversamente da come sono, o meglio da come si avvertono al momento della loro rivelazione. Una volta che qualcosa di impossibile si riveli in un’esistenza – come nel caso di Ottavio e delle sue vicissitudini –, potrebbe assuefare una sensibilità a considerarlo ordinario, possibile, e quindi, a mio parere ancora più pericoloso e terrificante se non lo si collochi a una certa distanza da sé. Vedremo cosa accadrà nella prossima dorsale di episodi. Intanto un grande grazie per l’attenzione e il tempo profuso nella lettura. È sempre un grande privilegio, per me.

    1. Sono molto felice del tuo riscontro, Alfredo. Questa è una struttura che si basa su tanti elementi sottili, spesso invisibili, ma condizionanti, che devono combaciare e funzionare in un certo modo, lasciando sempre respirare, a volte cospirare, le varie parti tra di loro. Il fatto che tu abbia apprezzato l’impianto, in questa fase molto delicata di rodaggio e di condivisione del progetto, ha un grande valore e mi è di grande stimolo. In gamba per la tua scrittura e ancora grazie.

  5. “sembrava un sagrestano, o un fabbricante di culle” sono affascinato da questa affermazione e so che, cambiata nei termini mi succederà di usarla. Ottima costruzione dell’intero episodio. Bravo Luigi.👏👏👏

    1. Ciao, Giuseppe.Ti sono molto grato della tua attenzione e gentilezza. Le espressioni, le affermazioni, come le varie rispondenze o corrispondenze, spesso sono già nell’aria, molto più vicine di quanto non si immagini. È molto bello quello che mi hai scritto, in relazione alla possibilità di usare un simile pensiero, o modulo, narrativo, perché mi conferma l’idea dell’esistenza di un patrimonio comune a cui attingere, che si rinnova sempre di più, semmai con piccole sfumature, che a loro volta saranno captate, interiorizzate e utilizzate da altri scrittori, o faranno parte della vita di un lettore che le ha incontrate e se le porterà dentro in un discorso, un confronto, un semplice scambio. Una sorta di circuito infinito di amore per il proprio linguaggio e le sue possibilità, che non separa, ma accosta, fonde e coniuga, ma soprattutto celebra l’unicità di un’esperienza che è sempre frutto di qualcosa che ci ha sfiorati, attraversati, anche per un solo istante della nostra vita reale e che quindi non dipende solo da noi, ma dalla capacità di captarlo e farlo nostro.