AIDA – 1974

Arrivavo in Arena verso le otto di sera; il sole stentava ancora a tramontare, e faceva abbastanza caldo. Parcheggiavo il motorino nel vallo, a ridosso delle pietre che se ne stavano lì tranquille da quasi duemila anni. Entravo negli spogliatoi a cambiarmi, scambiando qualche battuta con altre comparse che, come me, passavano gran parte delle serate estive con Giuseppe Verdi e compagnia bella, per racimolare qualche lira da spendere poi di giorno.

Nel primo atto non c’erano scene di massa; più che altro si presentavano i personaggi della tragica vicenda. Si capiva in fretta che tra Aida e Radames c’era del tenero, in barba alle differenze etniche e sociali. Comunque la celebre romanza del tenore all’amata mi emozionava ogni volta.

Verso la metà del secondo atto iniziava la Marcia Trionfale. La lunga fila di trombettieri usciva sui gradini più in alto, mentre il palco si riempiva di coristi e figuranti. Io ero nel gruppo dei prigionieri etiopi, con la faccia pitturata di nero e una calzamaglia scura.

La musica potente e festosa riempiva l’aria della sera che avanzava verso la notte. E poi faceva caldo sulla ribalta, con tutte le luci di scena accese, nel tripudio dell’esercito egizio. Il costume di tessuto grezzo pizzicava la pelle sudata.

Appena terminata la Marcia sul palco si doveva fare spazio, e dall’arcovolo centrale usciva il corpo di ballo.

Cominciava la danza, per mostrare al faraone i tesori dei vinti. E subito appariva il primo ballerino: alto, possente, quasi nudo, con un minuscolo slip dorato e la pelle del corpo ricoperta di cerone. Sembrava una statua volteggiante, un temibile dio pagano. Roteava e saltava sul tavolato di legno, incurante di ciò che lo circondava; i piedi scalzi producevano brevi colpi, come di tamburo, quando ricadeva, ma sicuramente gli spettatori non li sentivano.

Un paio di volte si avvicinava ai poveri prigionieri, per poi volare via, assieme alle ballerine, tutte ricoperte di leggeri veli bianchi e rosa. Per qualche minuto era soltanto musica e danza, poi il coro inneggiava al vincitore e i ballerini scomparivano.

Assieme agli altri ragazzi, felici che il secondo atto continuasse senza comparse, scendevo negli spogliatoi a cambiarmi; poiché nemmeno nel terzo e quarto atto c’era più bisogno di prigionieri, molti se ne tornavano a casa. Io qualche sera mi fermavo sulle gradinate, per assistere alla condanna a morte dello sventurato Radames, che alla fine si ritrovava, nascosta nel sotterraneo del Tempio di Vulcano, nientemeno che l’inarrendevole Aida. L’epilogo mi metteva tristezza, ma sapevo che dopo qualche giorno i due sarebbero ritornati sul palco di legno, per giurarsi amore eterno, oltre la morte, tra gli applausi del pubblico.

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Discussioni

  1. “’epilogo mi metteva tristezza, ma sapevo che dopo qualche giorno i due sarebbero ritornati sul palco di legno, per giurarsi amore eterno, oltre la morte, tra gli applausi del pubblico”
    mi è piaciuta tantissimo questa chiusura, che chiusura non è, perchè mi ha ricordato le infinite morti e rinascite che soltanto con il teatro, e con l’arte, siamo in grado di far avverare.

  2. “E poi faceva caldo sulla ribalta, con tutte le luci di scena accese, nel tripudio dell’esercito egizio. Il costume di tessuto grezzo pizzicava la pelle sudata.”
    Bravo, anzi bravissimo. Qui, particolarmente efficace e, oserei dire, ‘colorato’. Un racconto quasi ‘felliniano’, in bilico fra eccitazione e malinconia. Parole cercate, trovate e messe lì, giuste, ben combinate fra di loro. L’atmosfera c’è e la resa anche. Mi è veramente molto piaciuto. Lo prendo a esempio quando proverò a cimentarmi con le 1000 parole:)

    1. Ti ringrazio, Cristiana.. sai che amo pescare nei miei ricordi.. e le parole quasi escono da sole.. bene o male, questo non lo so.. ma tu sei sempre molto gentile