
Al lavoro – Jessie e Mary
Serie: Exasperation
- Episodio 1: Il giorno della vergogna
- Episodio 2: American Gun shop
- Episodio 3: Un lavoro da svolgere
- Episodio 4: Al lavoro – Jessie e Mary
- Episodio 5: Al lavoro – Kevin Porter
- Episodio 6: Finale?
- Episodio 7: Finale
STAGIONE 1
Il caldo, che aveva raggiunto e superato i trentacinque gradi, si era fatto insopportabile. Dall’asfalto e dai cofani delle auto parcheggiate si diffondeva un calore avvolgente e soffocante, di quelli che si avvertono stando vicini a una stufa a legna che brucia a pieno regime.
Margareth, chiusa in casa con l’aria condizionata accesa, osservava la strada dalla finestra del suo salotto. Portava una vestaglia di seta bianca e in mano reggeva la tazza con la sua tisana preferita. Finocchio e zenzero. Intravide un ragazzo giovane. Camminava tutto sudato, mentre reggeva nella mano destra una borsetta in pelle da donna e nella mano sinistra una valigetta di plastica nera. A giudicare dall’inclinazione delle spalle verso sinistra, doveva essere qualcosa di pesante.
Aveva già visto quel ragazzo, da qualche parte… oh, ma certo. Era James Carson, quel povero ragazzo rimasto senza madre, solo e indifeso con il padre alcolizzato. Aveva fatto conoscenza, sebbene indiretta, di James il settembre dell’anno precedente, all’inizio delle scuole. Sua figlia Mary si era innamorata di quel ragazzo, e dopo un periodo di corteggiamento unilaterale lo aveva portato a forza nei bagni della palestra del liceo. Come ci si sarebbe potuto aspettare, sapendo quello che emerse poi, la ragazza non fu in grado di proseguire nei suoi intenti. Quando lei gli chiese cosa non andasse, il ragazzo dovette spiegarle la verità. Mary, sentendosi oltraggiata da quella porta in faccia – il ragazzo per cui hai una cotta e che sei riuscita a portare in bagno per un pompino è gay. Ritenta, sarai più fortunata – andò su tutte le furie, e corse dalle sue fedelissime amiche. Nel giro di un paio di giorni, James era diventato lo zimbello della scuola e il bersaglio prediletto dei bulli.
Povero ragazzo, pensò la signora. Dopo una giornata a scuola, senza amici e sotto gli sguardi di sdegno dei suoi compagni, gli toccava tornare a casa, dove quel maiale di suo padre chissà cosa gli avrebbe fatto passare. Si sentiva in colpa per quello che aveva fatto sua figlia.
Intanto il ragazzo passava proprio davanti al vialetto di casa, tutto sudato e affaticato. Si, doveva invitarlo a bere qualcosa di fresco, era il minimo dopo l’accaduto.
“Hey, ragazzo! Sei James, giusto?”
James si voltò e guardò confuso quella signora in vestaglia.
“Sì, signora, sono io. Ci conosc…”
“Oh ragazzo, sono davvero mortificata… io sono la madre di Mary Johnson” disse la donna unendo le mani e chinandosi leggermente, in segno di scusa. Il nome della ragazza risuonò nella mente di James talmente forte che gli sembrò di poter visualizzare le lettere.
MARY.
“Forse è troppo presto, non credi?”
“Sei proprio un timido ha ha ha.”
“Mary, non credo che… lascia che ti spieghi una cos… aaahhh. Ti prego, smettila.”
“Accidenti, ma che ti prende? Sei l’unico maschio che rifiuta un…
“Sono gay.”
“Vieni a bere qualcosa di fresco. Ho della Coca-cola in frigo. E ho della macedonia pronta nel frigo!” disse la signora sorridendo, in un’espressione che conteneva un pizzico di pentimento e scusa. James fu sul punto di rifiutare, ma qualcosa dentro di lui gli disse di entrare a bere quella Coca-cola.
La bevanda era ghiacciata e piacevolmente dolce. James sedeva al tavolo in soggiorno mentre Margareth era in cucina per preparare la frutta. Nel frattempo, osservava le fotografie incorniciate, appese alle pareti e poggiate sui mobili in mogano. Erano prevalentemente di Mary e di Gesù.
“Sei frocio? Perché non me lo hai detto prima.”
“Io… mi vergognavo, non avrei voluto arriv…”
Sbang! Uno schiaffo in bocca.
“Tutto bene, James? Ecco, serviti pure” disse Margareth tutta fiera del suo lavoro.
“’È ottima, Margareth.”
“Oh, non esagerare con i complimenti” aveva detto ridacchiando delicatamente.
“Grazie, è molto gentile.”
Margareth piegò leggermente il capo a destra, sul volto la solita espressione di scusa.
“Beh, forse non ho fatto un lavoro brillante con la mia Mary. Lei non è una ragazza cattiva…”
“Non si preoccupi, Margareth. Ormai è acqua passata.”
Sul volto della donna si dipinse un’espressione di gratitudine. Abbracciò il ragazzo.
“Sono sicura che anche Mary si sia pentita dell’errore che ha fatto. Peccato che oggi sia al parco con Jessie sarebbe stata felice di vederti.”
Ma certo. Mi avrebbe accolto a braccia aperte, in lacrime per i sensi di colpa, pensò James. Ad ogni modo, James aveva ottenuto un’informazione importante. Era ora di andare.
“Certo, Margareth. Ora però devo proprio scappare. È stata davvero gentile.”
“Arrivederci, James” disse sorridendo e lo accompagnò fuori, dove la temperatura non cessava di bruciare il mondo esterno.
James si incamminò verso Andrewville, poi si fermò. Invece di proseguire dritto lungo il marciapiede, attraversò la strada e imboccò la 4th Avenue, in direzione del parco.
Forse per colpa del caldo, nel parco non c’era anima viva, oltre a Mary e Jessie, che si erano portate appresso due sdraio pieghevoli per sdraiarsi al sole. Le due ragazze si crogiolavano nel caldo torrido senza maglietta, indossando gli occhiali da sole, le fronti imperlate di sudore. Per terra avevano poggiato i cellulari e la lozione abbronzante. Qualche vecchio bigotto avrebbe urlato allo scandalo, ma quella mattina la temperatura avrebbe scoraggiato qualsiasi anziano dal fare la sua passeggiatina. E poi si erano appartate in fondo al parco. In ogni modo, la settimana seguente le due amiche sarebbero partite per un beach party in California, e non potevano di certo presentarsi bianche come due mozzarelle, vecchietto bigotto o no.
“Passami la crema per il viso, Jess.”
“Hey, sei sorda? Ho detto passami la crema per il viso!”
L’amica, che si era appisolata, si destò di colpo e ci mise qualche istante a capire quelle parole.
“Oh, lascia stare” disse Mary scocciata, e si alzò per raccogliere il tubetto di crema al cocco.
James era nel frattempo arrivato al parco. Muovendosi di soppiatto tra gli alberi, aveva avvistato le ragazze. Si intrufolò in un cespuglio e le osservò per qualche minuto. Nel cielo azzurro un aero a elica sorvolò lentamente il parco, diffondendo nell’aria il suo ronzio pesante. A parte questo, il silenzio regnava assoluto. Pensieri e ricordi tuonavano nella mente di James.
“Chi rifiuterebbe un lavoretto dalla Johnson? James Carson, ovviamente!”
Risate.
“Già, perché lui è un finocchio!”
Altre risate.
Scrollò la testa per scacciare quei pensieri. Posò la valigetta a terra e l’aprì. Estrasse la pistola.; la fissò e la toccò, provando una sensazione a metà tra la paura e il fascino. La pistola di metallo massiccio luccicò sotto gli spiragli di luce che filtravano dalle foglie. Estrasse il tamburo, cercando di soffocare il click. Diede un’occhiata alle ragazze. Non si erano mosse e non avevano sentito nulla. Tornò alla valigetta ed aprì la scatola di munizioni per la difesa contro gli orsi. Ne prese una e la tastò. Pesantissima. Infilò le pallottole una dopo l’altra, fino a riempire il tamburo con gli otto colpi. Otto fondelli scintillanti, disposti in un cerchio perfetto, ornavano quel cilindro della morte. James riposizionò il tamburo, poi abbassò la levetta della sicura con il pollice, come gli aveva insegnato l’uomo con i tatuaggi. Un’altra occhiata alle due cornacchie. Beate sotto il sole.
Quando James, uscito alla luce del sole, chiamò “Mary, sei tu! Che piacere vederti!” le ragazze sussultarono, si voltarono, e lo videro.
Mary, un po’ per la vista oscurata dalle lenti da sole, un po’ per lo stordimento dovuto al caldo, non notò quello che il ragazzo aveva in mano.
“Hey, chi si rivede! Ci stavi spiando? Non sapevo che ti fossi convertit…”
La frase venne interrotta da un gemito di Jessie. Mary si voltò verso l’amica, che nel frattempo si era sfilata gli occhiali da sole e stava fissando il ragazzo con occhi increduli. Ci aveva visto chiaro e limpido. Disse: “Mary… lui ha una…”
Quando Mary si voltò di scatto – ora non aveva più l’espressione di scherno sul volto – un boato potentissimo squarciò il silenzio di quella calda mattina.
BANG!
Il proiettile perforò l’occhio destro della ragazza, mandando in frantumi la lente degli occhiali, e uscì dalla nuca, portandosi via un frammento della calotta cranica. Pezzi di cervella, frammenti di ossa e sangue schizzarono in un’esplosione talmente violenta da scaraventare il corpo della ragazza – ormai già un cadavere – giù dalla sdraio.
Jessie si voltò e vide la testa maciullata dell’amica, poi si guardò le braccia e il seno, ricoperti ti sangue e materia grigia. Fece un gran respiro riempiendo i polmoni, e un urlo acuto di terrore si levò dal parco verso tutta la città. Udì appena il secondo boato, ma prima che potesse identificarlo era già morta. I suoi occhi azzurri strabuzzarono, quando il proiettile al tungsteno le perforò lo sterno, mandando in frantumi la parte superiore dello scheletro e annientando i suoi organi interni. La ragazza si era seduta sulla sdraio, e la potenza del colpo le piegò all’indietro la schiena, spezzandogliela. James gettò un’occhiata ai due corpi. La devastazione causata del proiettile perforante aveva superato le sue aspettative.
Non tentò di nascondere i corpi, né di occultare le prove. Il lavoro da fare era ancora tanto, e non aveva tempo da perdere.
Serie: Exasperation
- Episodio 1: Il giorno della vergogna
- Episodio 2: American Gun shop
- Episodio 3: Un lavoro da svolgere
- Episodio 4: Al lavoro – Jessie e Mary
- Episodio 5: Al lavoro – Kevin Porter
- Episodio 6: Finale?
- Episodio 7: Finale
Ciao Nicola. Non ho avuto la pazienza di iniziare dal primo episodio e ora, dopo avere letto ” Al lavoro” me ne pento. I due momenti in cui si divide il tuo racconto – Margareth e l’ uccisione delle due ragazze – mi ha riportato all’ atmosfera di ” Qualcosa di buono” di Carver, non so perché dato che i due racconti non si assomigliano. Ora quindi tutto ciò che precede, per capire.
Ciao, Francesca. Grazie per aver letto e commentato!
Aspetto di sapere se ti è piaciuto il racconto per intero (che comunque deve ancora essere finito!)
Ciao, Nicola. Ho letto di fila ma con attenzione i quattro episodi che hai finora pubblicato. Se mi fossi fermato al primo avrei avuto un’impressione sbagliata, ti dico la verità. Lì hai ingigantito dialoghi e atteggiamenti, estremizzato la situazione familiare facendo sembrare il capitolo una “americanata” da film. Dal secondo episodio in poi il quadro prende forma: non di descrizioni casuali si tratta, ma di scelta stilistica, scelta che prende definitivamente forma nel terzo episodio. È appunto una sorta di film quello che stai raccontando, dove le iperbole servono a puntare i riflettori sul dramma psicologico del protagonista, a farlo passare dalla parte del giusto nella sua follia.
Lavoro appassionato e coinvolgente il tuo. Rivedrei un po’ la forma in alcuni casi, ma comunque bravo.
Ciao, Francesco, grazie tante per aver letto e commentato!
Mi fa molto piacere che ti sia piaciuto il racconto, che comunque non è ancora finito.
Per quanto riguarda i dialoghi… mi rendo conto che siano, come dici giustamente tu, “estremi”, ma credo che situazioni del genere, purtroppo, non siano poi così lontane dalla realtà 🙁
Forse (anzi, probabilmente) sbaglio, ma la mia idea è che queste parole – volgari e che personalmente mai utilizzerei in quel modo – siano indispensabili per delineare personaggi intrisi di ignoranza e malvagità.
Si, non è la volgarità che mi ha colpito quanto i concetti portati all’estremo. Comunque, appunto, si capisce dopo che ci stanno. Il padre di James mi ha ricordato quello di Mallory in Natural Born Killers.
Per la miseria: un duplice omicidio brutale e inaspettato!
Come sempre, l’hai descritto col tuo stile crudo e diretto, efficacissimo in questo tipo di narrazioni.
In generale trovo che la scelta migliore sia scrivere in maniera “onesta”, ovvero descrivere i dialoghi e le situazioni esattamente come sarebbero nella vita reale. Per questo ho scelto un linguaggio scurrile nei dialoghi del padre di James e dei suoi amici: mettere in bocca a personaggi del genere parole di velluto sarebbe una forzatura, e credo che il testo, e soprattutto i personaggi, ne risentirebbero. Lo stesso vale per scene di violenza come quella alla fine di questo capitolo.
Ovviamente questo è il mio modo di scrivere, non pretendo che sia IL modo giusto 😉
Assolutamente sì, anche perché non esiste un modo giusto per scrivere un racconto, ma, al contrario, è il narratore, ovvero lo scrittore, che deve capire quale sia lo stile più adatto alla situazione. E il tuo è, secondo me, perfetto per questo tipo di racconti, dove, come hai fatto ben notare, si vuole dare una tinta molto forte ai personaggi e alle situazioni.