Al lavoro – Kevin Porter

Serie: Exasperation


NELLA PUNTATA PRECEDENTE: James ha compiuto il primo di una serie di omicidi. Poi si introduce nella casa dell'artefice della sua prima terribile aggressione, ma sul momento fatale l'orrore dei suoi gesti lo travolge...

Kevin Porter era un ragazzo alto e in sovrappeso. D’altra parte, la sua passione per la torta di mele con tanto burro era seconda solo a quella che nutriva per Gesù.

Quella mattina i suoi genitori erano andati a trovare una zia e sarebbero tornati con tutte le probabilità non prima dell’ora di cena. La casa era sua. Ne approfittò per giocare al suo sparatutto online preferito e per masturbarsi. Soprattutto masturbarsi.

Sapeva che toccandosi stava commettendo un peccato – anche la mamma glielo aveva ribadito più e più volte – ma lui proprio non poteva resistere. E poi, si sarebbe confessato, in chiesa.

Alle dieci era già saturo di vittorie, quindi decise di andare a sgranchirsi le gambe. Ripose le cuffie sulla scrivania e si massaggiò gli occhi con forza. Fissò l’orologio-sveglia sul comodino. Si alzò e si diresse in cucina, ma prima gettò nella tazza del water una manciata di fazzolettini impiastricciati. Accese la TV e ascoltò il notiziario mentre con il coltello affettava la lattuga per condire il suo doppio hamburger. Mentre la carne sfrigolava sulla piastra rovente, si sgolò una coca-cola. Al telegiornale veniva trasmesso un servizio sull’aborto: quale abominio, pensò. Come si fa ad essere in disaccordo su un tema tanto ovvio a chi – come lui – è dotato di buon senso e una solida morale? Sì, sarebbe andato al Congresso, senatore Porter. Chissà, magari sarebbe anche diventato il primo presidente dal Nebraska. Che gran cosa, un presidente dal Nebraska. Sicuramente meglio che un nero dell’Illinois. O un omosessuale, come era da poco accaduto in Francia.

Bevve un altro sorso abbondante, poi emise un possente rutto. Rise. Aveva una fame tremenda, ma per sua fortuna l’hamburger era cotto; quindi, si servì e pranzò in silenzio, fissando assiduamente il piatto che si svuotava, boccone dopo boccone.

Per la concentrazione, non fece caso all’ombra che si era estesa per il salotto, né al cigolio sommesso della porta d’ingresso, e quando si alzò per posare il piatto sporco nel lavandino, quello che vide lo fece trasalire. Il rumore di porcellana infranta e il tintinnio delle posate sul pavimento lo spaventarono una seconda volta. Davanti alla porta di ingresso, spalancata, si trovava un ragazzo magro. Lo conosceva. Oh, eccome se lo conosceva, lo aveva pestato a sangue solo un anno prima. Il suo viso, inizialmente di stupore e incomprensione per quella situazione così inaspettata, si mutò in una maschera di orrore alla vista del grosso revolver.

“Che cosa vuoi… Carson? Sei James Carson!”

“Voglio solo giocare un po’con te, Kevin”

“Scusa… scusa, scusa, scusa per quello che ti ho fatto! Però mi sono pentito, lo giuro!” disse Kevin piagnucolando.

“Ma certo. L’importante è pentirsi”

“Sì, il pentimento. Lo dice il prete in chies… hey ma che diavolo stai facendo?!” urlò Kevin indietreggiando di un passo mentre alzava le mani.

James gli stava puntando contro il revolver, il dito sul grilletto, poi aveva chiuso la porta. “Così siamo soli”, aveva detto.

Kevin emise un gemito di supplica, ma James irruppe: “Cala i pantaloni”

“Ma io…”

“Cala quei cazzo di pantaloni” disse, avanzando di un passo. La pistola sempre puntata. La voce decisa, ma senza urlare.

Kevin obbedì, e si sfilò i jeans mentre gli occhi iniziavano a non reggere più le lacrime, poi tornò alla posa iniziale con le mani alzate. Rimase in mutande mentre piangeva. Lacrime di coccodrillo, pensò James. Una frase che aveva sentito dire molte volte da sua madre.

“Anche le mutande.”

“No, quello no. È peccato…”

James abbassò il cane con entrambi i pollici, e il meccanismo della pistola emise un clangore metallico.

“Va a bene, va bene, non spararmi” piagnucolò Kevin.

Scoprì il ventre grasso e peloso e rimase in piedi, con le mani in alto e lo sguardo a terra.

Kevin lo guardò con sguardo intriso di terrore misto a sorpresa. Era passato del tempo da quando James si era presentato alla sua porta, ma ancora faticava a credere a quello che stava succedendo. Pensò alla pistola che custodiva in camera da letto, in fondo al cassetto più in basso del comodino, ma era consapevole di non poterla raggiungere, perché James gli avrebbe sparato istantaneamente … o forse no? Chi diceva che non fosse tutto un bluff? Quel ragazzino non sarebbe mai riuscito a uccidere un uomo a sangue freddo.

Questi pensieri si dissolsero altrettanto velocemente di come si erano formati, alla vista degli occhi di James. Erano verdi come sempre – se lo ricordava da quella volta che lo aveva pestato – ma insoliti. Quei due occhi ipnotici contenevano una nota agghiacciante e penetrante, e allora Kevin capì che forse non scherzava, quel ragazzo. Quello era lo sguardo di chi ha appena ucciso a sangue freddo, forse anche godendo del sangue e delle urla di terrore. Non era, però, solo la furia a bruciare nelle verdi iridi: come vetri trasparenti da cui scrutare la sua anima, gli occhi di James lasciavano intravedere… esasperazione, ecco cos’era, quella che dilaga quando il mondo ti cade addosso, e rimani solo con essa. Con i tuoi pensieri e i tuoi demoni, che ti perseguitano. Era giusto una punta, più che altro nascosta dal furore dilagante. Cosa era successo a quel ragazzo? Di colpo provò pena e compassione verso quello che stava per diventare il suo carnefice.

“Inginocchiati”

“James, posso aiutarti”

James rise, di una risata fragorosa che risuonò per tutto il soggiorno. Poi, la calma con cui aveva condotto il gioco fino a quel momento venne sovrastata brutalmente dalla collera. Kevin seppe in quell’istante che non sarebbe arrivato a rivedere sua madre. Era il furore incontrollabile, che dilaga come un incendio in un bosco dopo un mese di siccità.

“Non prendermi per il culo, grassone!” tuonò, la voce intrisa di collera. “Inginocchiati, ho detto.”

Così fece Kevin.

“Girati, non voglio vedere la tua faccia.”

Così fece Kevin. Attese il suo destino soffocando i singhiozzi. Attese il boato, ma il boato non arrivava.

James doveva decidere cosa fare di quel ragazzo. Fino a qualche istante prima non avrebbe avuto dubbi, ma in quel momento la nitidezza e la chiarezza del suo compito sembravano essere svanite, rendendo tutto opaco. Quella forza che lo aveva guidato all’armeria e poi al parco e infine lì dove si trovava ora, stava scemando, lasciando James solo con la sua coscienza, con la persona che era davvero. Nei 17 anni della sua giovane vita non aveva mai toccato una mosca, ma in quel momento guardò sé stesso, le cui mani macchiate di un duplice omicidio a sangue freddo impugnavano una pistola acquistata illegalmente, sul punto di commettere un ulteriore delitto. Di colpo la diga della sua anima cedette, e acque torbide inondarono James, annientandolo. I soprusi, le aggressioni, le occhiate pregne di disgusto. La delusione di suo padre; le risate di scherno da parte sua e dei suoi amici; la violenza sudicia e perversa. La testa di Mary Johnson; la coca-cola offertagli da Margareth. Il ricordo sbiadito di sua madre. Gli venne in mente la scena di un vecchio film sui nazisti: un sergente delle SS aveva giustiziato un bambino. Lo aveva fatto inginocchiare e poi voltare. James si sentì quel soldato.

Le lacrime affiorarono copiose, calde e amare sul suo volto sudicio. Poi, d’improvviso, le voci tornarono, portando alla luce del sole ricordi sepolti come fossili preistorici. Tornarono, sempre più forti e sempre più torbide, come decine di fantasmi usciti da una cripta dopo secoli di riposo.

Maledetto frocio!

(Pedate, pugni, sapore dolciastro del sangue in bocca).

Maledetto frocio!

(La terra dura e fredda. Pedate, pugni, sangue).

Maledetto frocio!

Era troppo per essere sopportato. Non era in grado di decidere, né di discernere il bene dal male. C’era un’unica azione che avrebbe posto fine a tutto, almeno temporaneamente.

James premette il grilletto tre volte, e tre boati tuonarono fragorosi raggiungendo ogni angolo della casa. Kevin, disteso a carponi sulle ginocchia, venne proiettato sul pavimento a una velocità fulminea, rimanendo a braccia aperte in una pozza di sangue che si allargava sempre di più, istante dopo istante.

Le voci erano sparite, i pensieri dissolti. Nella testa di James non rimaneva che il fischio delle orecchie, assordate dal fragore dei colpi di pistola.

Nell’atmosfera ovattata del momento, gli parve di vedere l’ombra di un, ma voltandosi capì che non c’era nessuno. Strano, perché avrebbe giurato di aver percepito qualcuno. Un uomo alto con il cappello da poliziotto e un lungo impermeabile nero.

Come un soldato delle SS.

Serie: Exasperation


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Discussioni

  1. Ciao Nicola, stamattina ho aperto la tua serie e me la sono letta. Poi, mi sono ritrovata con la sensazione di aver voglia di leggerne ancora. Non mi sono sinceramente scandalizzata per il linguaggio scurrile del ‘padre’ e dei suoi amici, anzi, lo trovo assolutamente appropriato e spero che tu non ti sia volutamente trattenuto, altrimenti sono io la prima a dirti di lasciarti andare di più. Non mi sono nemmeno tappata gli occhi davanti alla violenza fredda e folle scatenata da James che se ne va in giro ad ammazzare ‘la gente’ tipo ‘Un giorno di ordinaria follia’. Mi sono piuttosto commossa davanti alle scene di violenza inaudita, verbale e fisica, che lui deve e ha dovuto subire. Senza bisogno di estremizzare, come hai scelto di fare tu e direi benissimo, la violenza di ogni genere è all’ordine del giorno. Si consuma nelle famiglie, a scuola, sul posto di lavoro, per strada, nei cortili dei palazzi. Ed è trasversale, cioè colpisce tutti coloro che, indipendentemente da ogni caratteristica peculiare li distingua dagli altri, vengono puntati da persone in cui prevale una profonda ignoranza e spesso un disagio così grande da apparire a loro volta vittime anziché carnefici. Fra i personaggi che hai saputo delineare e personalizzare così bene, mi soffermo su Kevin Porter e rifletto sulle sue frustrazioni e debolezze che poi scarica su chi è preda facile, ma che non risolvono il suo stato di disagio. La follia che esplode nella mente del protagonista è ben descritta con l’uso di efficaci flashback, un po’ alla King, che a me piacciono tantissimo. L’unica cosa che magari potrei consigliarti è una revisione riguardante principalmente alcune temporalità verbali. Però, immagino che, dovendo saltare da qui a là, non sia sempre facilissimo. A parte questa piccolezza, credo che tu stia facendo un lavoro molto intenso e che scrivere di questo non sia affatto facile. Ritrovo le stesse tematiche negli altri tuoi lavori e si sente forte che tu ci tieni. Direi, bravissimo a mio parere. Aspetto il seguito.

    1. Grazie per aver letto e commentato!
      Mi fa davvero piacere che tu abbia apprezzato i personaggi, la storia e la mia scelta di non porre alcun tipo di “censura” nei confronti dei miei personaggi. D’altra parte si parla di violenza, ignoranza e intolleranza, quindi “addolcire” il racconto risulterebbe fuori luogo e soprattutto renderebbe la storia e i personaggi non veri, a mio giudizio.
      Sì, effettivamente la violenza causata dall’intolleranza è un tema che mi ha sempre colpito, specialmente se nei confronti di persone fisicamente, socialmente o emotivamente più deboli.

  2. Una serie molto coinvolgente.
    La storia di James mi fa tornare alla mente quella di Donato Bilancia, col quale condivide l’essere stato un uomo senza macchia sulla propria fedina penale per tanti, tantissimi anni, per poi diventare un criminale senza pietà a seguito di un unico, singolo episodio. La classica “goccia che ha fatto traboccare il vaso”.

    1. Proprio così, è l’accumularsi di esperienze traumatiche che porta James a perdere la testa. La violenza che porta ad altra violenza; l’intolleranza che porta all’intolleranza, come del resto accade nella maggior parte dei casi di vita reale.