Al Piano di sopra

Non dormivo ormai da una settimana.

Lavorare alla mia tesi si era rivelato difficile come respirare, in quella terrificante estate del 2001.

Brescia era un’unica, invincibile cappa di sgomento grigio sopra la mia testa, l’afa una specie di bestia viva che strisciava di continuo tra i polmoni e il palato, avanti e indietro, avanti e indietro…

Di giorno, l’inferno. Solo di notte, in qualche modo, l’aria tiepida e sudaticcia, fitta di umanità inconsapevole, che dormiva il sonno del giusto, mi offriva attimi di respiro.

Complice l’assenza dei miei genitori, partiti per il mare ancora ai primi di giugno, dormivo nel divano in soggiorno per la maggior parte della giornata, per riprendere vita al calare del crepuscolo, come i vampiri delle vecchie leggende.

Mi tiravo su, mangiavo un gelato, poi uscivo a camminare per metà della notte, godendomi la sensazione della solitudine quasi completa che animava il quartiere alla periferia dove abitavamo da sempre. Al mio ritorno, facevo una doccia e mi sedevo al computer, dove battevo rigidamente sui tasti fino a quando l’alba, con il suo tepore astuto e frusciante, mi avvertiva che un’altra notte di lavoro stava per finire.

Crollavo quindi nel divano, e la mia anima si azzerava di colpo, come se avessi spento un interruttore.

Fino al ritorno della notte.

Riconosco che non era probabilmente il modo migliore di vivere. Nell’anno e mezzo precedente, avevo raggiunto un livello di stress pari a quello di un astronauta in stato di deprivazione sensoriale.

Evitavo di avere una vita, non avrei saputo di che cosa parlare con la maggior parte della gente che avevo frequentato fino a due anni prima.

Tutto si muoveva a rallentatore, ma io avevo la sensazione che si fossero messi in moto eventi che non avevo desiderato innescare; e che tuttavia avevano molto a che fare con le mie scelte degli ultimi tempi.

Cosa avrei fatto, una volta che finalmente fossi sgusciato oltre la rete di protezione della vita universitaria, era per me materia di costante confusione.

Non avevo nessuna idea del mio futuro, a parte qualche vaga fantasia adolescenziale rimasta sul fondo di quel naufragio: di voler essere artista, e niente altro al mondo.

Ma, se anche fossi stato all’altezza del sogno, non avevo i contatti giusti, non me li ero mai procurati. Aborrivo quel mettersi in coda al posto giusto, quel sorridere e scodinzolare in faccia alle persone adatte… Non era per me.

Essere libero, forse? Questo era dunque il mio destino?

Libero di morire di fame.

Di strisciare nell’inferno dei disadattati.

Stavo impazzendo, credo; ed era perfetto scivolarmene via così, zitto zitto, nelle tenebre di quella città per me inospitale, di cui non avevo mai compreso l’essenza; e che ora mi si ribellava addosso, come ad un figlio malevolo e ostinato.

Il palazzone dove abitavo da tutta la vita aveva cambiato di recente un certo numero di inquilini, a causa di faccende contrattuali non meglio precisate – almeno, non a me.

Ero quasi sicuro che avrei potuto facilmente ottenere tutte le informazioni al riguardo da mia madre, che ha la mania del controllo e di certo aveva chiesto e saputo ogni cosa, in merito.

Ma non avevo nessuna voglia di impelagarmi in una lunga discussione su come si stesse meglio quando si stava peggio, perciò per qualche tempo ero rimasto in attesa, per vedere se la faccenda si sistemasse da sé.

Ad ogni risveglio, infatti, si ripeteva il copione, come in un incubo dal quale non si riesca a svegliarsi.

I rumori nell’appartamento sopra il mio cominciavano come un discreto ticchettio, come le zampe di un grosso cane.

Dopo qualche tempo, scoppiava un fracasso di piatti rotti, stoviglie che si schiantavano sul pavimento, un latrare insulto che si spegneva in un triste uggiolio, e urla disperate di contorno.

All’inizio ne ero molto infastidito. Avevo preso l’abitudine di uscire a camminare proprio per evitare il nervosismo che mi provocava tutta quella confusione nel cuore della notte.

Al mio ritorno, di solito, il peggio era passato, e mi riusciva di lavorare.

Non so cosa accadesse durante il giorno, perché ho il sonno molto profondo; ma se esisteva un copione simile, mi sorprendeva che nessun altro, a parte me, si facesse vivo per protestare.

Una notte, al mio rientro, mi resi conto con orrore che non si erano ancora placati. Le porte sbattevano, il cane ululava in modo insopportabile.

Porca troia. Lavorare era impossibile. Mi feci coraggio e sgusciai sul pianerottolo, a torso nudo e con i soli calzini ai piedi.

Ascoltai con attenzione, ma evidentemente il pianerottolo era isolato molto meglio degli appartamenti, perché non mi riusciva di sentire un accidenti di niente.

Questo rendeva le cose più difficili, perché significava che nessun altro si sarebbe unito alla mia protesta, casomai ne avessi sporta una. Da queste parti la gente si fa gli affari propri, se appena può.

L’avrei fatto anch’io, se avessi potuto.

La notte seguente, si alzò un urlo di donna, lacerante e disperato, manco fossimo in un film. Mi sollevai dalla sedia con un’incazzatura che non aveva più nulla di umano.

Balzai fuori e volai su per le scale prima che mi passasse quell’empito di furia benefica.

Picchiai alla porta dell’appartamento con violenza, tre, quattro volte.

Oltre la porta chiusa, un silenzio senza senso, il tipo di silenzio che dura da giorni.

“Non mi fregate, belli, vi ho sentito!” urlai.

E continuai a tempestare di colpi. Se non dovevo lavorare, allora anche loro non avrebbero dormito. Checcàzzo.

Ad un certo punto, accanto a me si era materializzato mezzo palazzo, chi in vestaglia, chi addirittura in mutande e canotta.

“Ma cosa stai facendo! Lo sai che ore sono!”

“Lo so sì! Ditelo a questi qua, che urlano come i matti tutte le notti!”

Nessuno aveva sentito niente, ovvio. Ora mi fissavano tutti, sorpresi.

“Guardate che non sono mica io, il matto! La tizia ha cacciato un urlo che neanche Nightmare! E adesso fanno finta di non essere in casa…”

“Non sentite una puzza strana?”

Beh, sì, ora che mi ci faceva pensare c’era un odore terribile. Dovevo averlo registrato anche prima, ma probabilmente avevo pensato che chi urla a quel modo nel cuore della notte dev’essere anche incapace di igiene.

“Dai, spostati, che buttiamo giù la porta.”

Finalmente un uomo d’azione. Magari era un po’ eccessivo, ma ok.

“Fingere di non essere in casa, è roba da matti” borbottai, rivolto ad una signora in vestaglia, che osservava la scena con un volto insolitamente bianco.

Colpirono la porta in tre, più e più volte, prima di riuscire a far saltare la serratura. La puzza m’investì in pieno, smorzando in un conato il mio grido di trionfo.

La bambina era nella culla, morta. Stava già diventando blu. Il cane, un cocker, fissava il vuoto con occhi vitrei, azzurro ghiaccio. Si era steso sul pavimento, accanto a lei, e non si era alzato più. Anche ora, mentre inorriditi ci aggiravamo per la casa, il suo sguardo rancoroso pareva seguirci, promettendo un’impossibile, ma non per questo meno spaventosa, vendetta, se ci fossimo azzardati a toccare qualcosa.

Mi sorpresi a chiedermi di cosa fosse morto, perché non riuscivo a capirlo. Un cane è capace di morire di dolore?

Trovammo la donna appesa al lampadario, la cintura della vestaglia stretta attorno al collo in un nodo scorsoio.

Per terra, la sedia che aveva scalciato via, precipitando.

“Mi scusi, ma non riesco a capire.”

L’Ispettore sospirò, un mezzo sorriso di quieta disperazione sulla stanca faccia da impiegato.

“Già, a chi lo dici!”

Mi resi conto che mi aveva frainteso, ma non sapevo come farmi capire senza sembrare pazzo.

“No, è che…” cominciai. Dovetti fermarmi per respirare a fondo, per riflettere.

Morti da almeno una settimana, dicevano. Ma io li avevo sentiti, non più di un’ora prima, muoversi, urlare, avevo sentito la bambina piangere, il cane ululare…

La testa mi girava come una trottola. Non era quella situazione assurda, che denunciava insospettati abissi perfino nel più banale dei contesti urbani. L’orrore non erano i morti, che continuavano a ripetere per giorni la parodia della loro disperazione per giorni.

No.

L’orrore era in una frase, pronunciata da uno degli agenti, mentre mi passava accanto.

“Morte in culla… Diosanto! Di sicuro la donna ha cercato aiuto, prima di arrivare a tanto… Avrà suonato i campanelli dei vicini…”

Cristo.

I campanelli dei vicini.

Aveva suonato anche il mio?

Non ricordavo niente del genere.

Ma io dormivo tutto il giorno, giusto?

L’orrore.

Qualcuno tagliò il nodo scorsoio di stoffa, che la teneva ancora sospesa in aria.

Il corpo venne giù con lentezza, sostenuto dalle braccia degli agenti.

Qualcun altro, intanto, trasportava fuori il corpicino rigido, avvolto in una coperta.

L’occhio ceruleo del cane mi fissava, la lingua fuori dalla bocca.

Come ad ulularmi contro un ultimo, disperato rimprovero. 

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Discussioni

  1. Povera Brescia, è davvero così male🫣?
    Scherzi a parte.. la sensazione di angoscia e alienazione l’hai descritta benissimo, come tutto il resto. È una tensione in crescendo, e per tutto il tempo sono stata con il fiato sospeso, e sospesa tra la voglia di capire cosa accadeva, e il rifiuto di realizzare che era accaduto davvero. Complimenti!

  2. Molto bello e di effetto. Evocativo e potente. Io, che sono pedante, ho notato che il cane in copertina è un molossoide, mentre il racconto parla di un cocker. Ma la cosa non mi disturba di certo. Il titolo è perfetto.
    Complimenti. Davvero.

        1. Verissimo. Ha decisamente l’espressione e le physique du rôle. Alla faccia del cocker raccomandato e lecchino che era passato un attimo prima.

  3. “un’unica, invincibile cappa di sgomento grigio sopra la mia testa, l’afa una specie di bestia viva che strisciava di continuo tra i polmoni e il palato, avanti e indietro, avanti e indietro…”
    Grande! Estremamente evocativa.👏

  4. Caspita Sara, ci hai messo molto in questo racconto e tutto che fila liscio fino al finale sorprendente. C’è l’estate torrida della nostra città che hai raccontato così bene smuovendomi sensazioni e ricordi; ci sono le paure del futuro di quando stai preparando la tesi e non ce ne vieni a capo soprattutto se tutto sembra trasformarsi in un intoppo. E poi c’è la vicenda in primo piano, intrigante e interessante, una sorta di psicothriller. Molto brava

    1. nostra? cioè, sei di brescia anche tu? sorprendente coincidenza! 🙂 comunque sì, molta molta autobiografia in questa storia. quando è così è più semplice, in un certo senso, bisogna solo stare attenti a non metterci troppa roba dentro… quando è roba nostra, a volte fermarsi è più difficile. per questo mi fa particolarmente piacere leggere che è filato tutto liscio 🙂

        1. vedo la tua disperazione e rilancio con la mia… sono scappata quindici anni fa, ma sono di nuovo bloccata qui dalla metà di giugno. devo resistere fino alla metà di luglio. non so come farò…