
ALBA
Viene dalla cucina con le birre e le buste ancora calde, poggia tutto sopra il tavolino senza neppure premurarsi di mettere le tovagliette, o almeno i sottobicchieri. E dire che il piano in vetro l’ha voluto lei.
– Ho scelto anche per te – dice.
Ringrazio, poco convinto. – La salsa?
– Era finita.
Sfila gli stivali, li butta in un angolo, crolla sopra il divano come un soldato al fronte. Il suo corpo in caduta libera smuove un’aria calda al sapore fragola, fumo e metropolitana. La guardo. Non si è cambiata. Dovrei fare una doccia, ha detto rientrando, ma non l’ha fatto.
– Non ti vai a cambiare? – chiedo.
– Non mi va.
Fa partire un paio di vocali, si accuccia tra i cuscini. Incrocia le gambe come gli indiani. La gonna
– troppo corta, troppo stretta, – si alza fino a sfiorare l’inguine. Scopre le cosce lunghe, magre, e una piccola smagliatura nel nylon all’altezza del sedere. Mi chiedo come se la sia fatta.
– Hai le calze rotte – dico.
Storce il naso. Afferra l’orlo della gonna, lo tira verso il ginocchio in un gesto pudico, da liceale, che non le ho mai visto fare, prima. Come non lo sapessi a memoria, cosa c’è lì sotto.
– Potremmo uscire, dopo.
Non risponde. Fruga tra i cuscini, non trova nulla, sbuffa.
– Alexa! – urla.
– È staccata – dico.
Finge di non sentire.
– Alexa!
Le passo il telecomando pescandolo da chissà dove.
– Grazie – mi regala un sorriso semplice, sincero, aggiunge qualcosa tipo non sai che casino oggi. Il lavoro. Le prendo la mano, mi alzo e le bacio la guancia. Poso il cartoccio di pollo alle mandorle sopra il vetro già macchiato. – Sai che non mi piace il pollo – dico. – Perché l’hai preso?
Si sporge, afferra il cartoccio, mi allunga i suoi spaghetti di soia senza dire una parola. Beve la Beck’s direttamente dal collo, si getta di nuovo sul divano.
– È troppo corta – con il mento indico la gonna. – Tanto vale che la togli.
Mi lancia un cuscino, divertita. Dalla tv parte la sigla di un vecchio cartone animato. Alza il volume a palla, mi prende un colpo. Lei saltella sul sedere.
– Me lo ricordo, questo! – e le brillano gli occhi, ride sguaiata. – Lo guardavo sempre da piccola!
Fissa lo schermo incantata come di fronte a un’aurora boreale o una qualsiasi altra magia, animata da quella meraviglia che soltanto i bambini. Ed è così che per un attimo la immagino, bambina, davanti alla tv, avvolta nel Pisolone steso sopra la moquette del salotto. I codini tenuti dagli elastici rosa, la calzamaglia con i cuoricini stampati, rapita dalle avventure di tanti cavallini parlanti e multicolori. La immagino con le sue bambole un attimo dopo, mimare, rifare le scene, la sento imitare le voci, ballare sopra le punte, sognare. Riesco di nuovo a capirla, a volerle ancora davvero bene.
– Potremmo partire – dico. – Per Natale.
– Natale è lontano.
La voce trema, sta ancora ridendo.
– Manca soltanto un mese – insisto. – Un mese è poco.
– Un mese è un sacco di tempo.
Lascio perdere.
– Vado a farmi la doccia – dice a un certo punto, senza preavviso.
Si alza di scatto, sparisce di là.
Mi alzo anch’io. Butto quel che resta degli spaghetti e del pollo alle mandorle, pesco dal mobile basso un sacchetto di popcorn.
– Alexa, urlo.
– È staccata – fa eco lei dal corridoio.
Il cartone animato è finito. Non so bene su quale remoto canale, trovo un film d’azione anni Novanta, o almeno così mi pare. Ci sono automobili che esplodono come pignatte, comparse che cadono come birilli, armi, fumo, sangue finto spalmato ovunque. Cambi di scena veloci, volti contratti, poche parole. Il protagonista dev’essere Steven Segal, o forse Silvester Stallone. O forse nessuno dei due. One fine day we’ll fly away, don’t you know that Rome wasn’t built in a day. Da sotto la doccia la sento cantare, stonata come una campana. Questo appartamento è troppo piccolo, penso. Ha i muri di cartapesta. Il bagno è in fondo al corridoio eppure sento lo sciacquone, la doccia scrosciare come l’avessi qui da parte. Chissà cosa sentono di noi i vicini. Pesco qualche popcorn e mi stappo un’altra birra. Alzo il volume.
– Che film è?
È tornata. Mi siede a fianco e non me n’ero accorto. Porta l’accappatoio stretto in vita, ha i capelli ancora umidi sciolti sulle spalle, gli occhi leggermente arrossati dallo shampoo. Profuma di pesca e crema per il corpo. Si allunga, afferra i popcorn, mi si struscia contro.
– Bagni tutto – dico.
– Che film è?
– Non lo so.
Scruta lo schermo. – Non mi piacciono le cose di guerra – dice.
– Non c’entra la guerra.
– Non mi interessa. Non mi piace lo stesso.
Continuiamo a guardare il resto del film senza dire una parola per un tempo che sembra infinito. Le nostre dita nella ciotola si incontrano, ma sono estranei dentro al bar e quella stessa, svogliata cortesia che si riserva in auto ai vicini, in coda ad un semaforo.
– Sono stanca – dice a un certo punto. Non dico nulla.
Stira le gambe, sbadiglia. Sparisce di là. Rimango a pescare popcorn da solo, illuminato soltanto dalla luce blu del televisore. Nello schermo Steven Segal sta morendo. O forse è Stallone. O forse sono io.
Mi sveglio di soprassalto, con l’impressione di aver dormito non più di cinque minuti. Guardo l’orologio e sono passate ore. In tv il film è finito da un pezzo. Dentro lo schermo un tizio buffo, vestito da clown, vende quadri fatti di stoffa bruciacchiata. Agita le mani formando grandi cerchi, con i pollici in giù indica il numero in sovraimpressione. Spengo. Mi alzo. Raggiungo la camera da letto. Lei dorme di schiena, una gamba allungata fuori dalle lenzuola. Guardo la sagoma del suo corpo disegnata dalla penombra. È bella. Lo è sempre stata. E ha un bel sedere. L’ha sempre avuto. Eppure russa. Non si direbbe. Una cantilena leggera, costante, che ricorda le vecchie caldaie o il ronzare dei frigoriferi.
La mia parte di letto è intatta, vergine. Prendo il mio cuscino, torno in salotto. Mi sistemo di nuovo sopra il divano.
– Alex…– mi alzo, spengo la luce. Dalle persiane socchiuse filtra un debole bagliore giallastro, cade leggero tra le fughe del parquet disegnando geometrie delicate, dalle linee sottili. I lampioni sono già spenti e questa è la prima luce del sole. Solo ora mi rendo conto di quanto tempo è passato. Davvero sembravano essere passati soltanto cinque minuti, invece è stata un’intera notte. Questa nottata di niente, e fuori è già l’alba.
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Tessuto variegato dalle tinte calde, profonde, evocative. La scelta del tempo presente, insieme all’uso della prima persona, collauda un grado esclusivo di intimità con la voce e le sue interazioni sensitive, tattili, olfattive. La tua scrittura sprigiona e imprigiona nello stesso istante, come un viso che si allontana dal finestrino di un taxi. Un viso che riconosci, ma che non ricordi, ma che continua a guardarti, nella distanza, con la stessa intenzione e intensità. Ecco cosa mi ha evocato il tuo approccio formale e stilistico adottato.
Bellissime queste tue parole, e davvero utili. Il tuo sguardo, le tue analisi sempre attente e pertinenti, mi aiutano a capire meglio me stessa, il mio modo di scrivere, a trovare di conseguenza il modo di proseguire e migliorarmi. grazie di cuore!
Grazie a te. Sappi che anche leggerti mi aiuta a capire meglio e a migliorarmi.
“Il suo corpo in caduta libera smuove un’aria calda al sapore fragola, fumo e metropolitana.”
La tua cifra, ormai riconoscibile, di fragranze e livelli pluridimensionali.
Il racconto è ben costruito e ha una forte capacità evocativa. Una riflessione sul quotidiano e sul non detto nelle relazioni.
Ciao Rocco, mi fa piacere ti sia piaciuto. Grazie per essere passato di qui.
Fa venire voglia di avere di nuovo trent’anni.
Ma anche venti, in questa fine d’estate. Si potesse fare davvero.
Grazie Roberto per esserci sempre.
Una notte che è la vita. Che sembrano cinque minuti e nello specchio vedi un altro che solo ti assomiglia. Sai ciò che hai, che hai avuto e, forse, ciò che avrai. Quanta consapevole malinconia, che tocco leggero, che bell’amore in quell’immagine di lei bambina. Ancora grazie per questi quadri, dipingine altri!
Mi colpisce Giuseppe come tu sappia cogliere l’esatta essenza di ciò che voglio trasmettere quando scrivo. Ti ringrazio di cuore e spero continuerai a leggermi.
Mi hai veramente colpita. Una nottata di niente, ma scritta talmente bene che è quasi volata via, come quando ti diverti e tutto passa troppo in fretta. Che bel modo che hai di raccontare le cose semplici e gli inciampi della vita di coppia. Un applauso
‘Il suo corpo in caduta libera smuove un’aria calda al sapore fragola, fumo e metropolitana’ una frase così pazzesca che dico, cavolo, perché non ci ho mai pensato?
Grazie mille Cristiana per i tuoi commenti. Sai anche a me capita spesso di leggere una frase e dirmi, perché non l’ho scritta io, com’è che non ci ho pensato?!
Sentirlo riferito a me, è davvero super!!!
Grazie davvero!
“Fissa lo schermo incantata come di fronte a un’aurora boreale o una qualsiasi altra magia, animata da quella meraviglia che soltanto i bambini.”
Che bella frase. M piace il tuo stile di scrittura, anche se non sono sicura di aver capito il senso di Alexa tra i due.
Grazie!
In realtà non avevo ben chiaro neppure io il senso di Alexa, mentre scrivevo…ho soltanto sentito che il racconto aveva bisogno di “un terzo” ed è venuta lei. L’ho usata poi come un pretesto per descrivere il rapporto…ma credo che le interpretazioni possano essere più di una, e ognuno ci vede un po’ quel che vuole in questa presenza…che poi è il bello dello scrivere, e del leggere…
Dea, non so bene quali termini utilizzare perchè rischierebbero di banalizzare le emozioni che mi hai regalato, per cui mi limito a dirti che per me il tuo racconto è poesia pura.
Ritrovarsi a leggere qualcosa di così immersivo, di così trascinante, in uno stile talmente complesso da apparire semplice è ricevere un dono fuori dal comune, che già mi fa sentire addosso il peso del debito che non potrò ripagare.
wow…mi scrivi delle bellissime parole che sinceramente non mi aspettavo e spero davvero di esserne all’altezza…sicuramente mi danno la carica per scrivere ancora. Ti ringrazio di cuore.
un bel ritmo narrativo, privo di rallentamenti pur senza essere concitato. I due personaggi sono delineati con pochi tratti essenziali e la narrazione in prima persona aggiunge vivacità alla descrizione di una coppia un po’ strana, forse, ma assai tenera. E Alexa, per fortuna è spenta: questi due, mi sembra, non ne hanno alcun bisogno.
Mi piace l’interpretazione che hai dato di Alexa…Grazie!