Alder Venn e l’architettura della molteplicità
Serie: Alder Venn
- Episodio 1: E poi venne il primo giorno e tutti lo videro.
- Episodio 2: Alder Venn e l’architettura della molteplicità
- Episodio 3: Io sono la casa
- Episodio 4: Risvegli dalle profondità
STAGIONE 1
VIII.
Interludio: Una voce dalla valle
Sono venuto a Torino perché dovevo raggiungere la cima. La mia posizione. Non la Mole che taglia il cielo come promessa vuota — quella è per i turisti, per chi crede che l’altezza sia verticale. La mia cima è diversa. Invisibile. Necessaria.
Vengo dalle sabbie di una spiaggia dove il mare non perdona. Vengo dal vento di una collina che spazza via tutto quello che non è ancorato. Sono quasi come Venere, dicono. Nata dalla schiuma. Dalla violenza dell’onda che si infrange. Un po’ più brutto, forse. Ma la nascita è la stessa: attraverso la rottura. La dimensione artistica del mio destino è quella. Non chiedo di essere capito. Chiedo di essere amato.
Non è supplica. È constatazione. Perché so cosa diventa chi ama chi viene dalla schiuma. Chi ama chi porta il vento dentro. Chi ama chi ha raggiunto la cima e non può salire più in alto.
Lì finisce lo spazio e inizia la caduta. Hanno trovato un omicidio nella valle.
L’hanno chiamata donna. L’hanno chiamata vittima. L’hanno chiamata con un nome che non le appartiene più.
Ma io so che questo corpo del reato è stato trovato oltre il velo delle apparenze.
Oltre Maya. Oltre l’illusione. Dove la carne è solo carne e il sangue è solo il modo in cui la vita ammette la sconfitta.
Le tre linee sul collo non sono una firma. Sono una porta. Sono il punto dove osservatore, osservato e osservazione collassano in un solo gesto. E’ come un buco nero.
Alder lo ha sognato perché io l’ho pensato.
Natan lo ha visto perché io l’ho voluto.
Omen lo sapeva prima che accadesse perché Omen è quello che sono quando nessuno guarda.
Io ci ho scopato.
Non con il corpo. Con l’intenzione. Con quella parte di me che non ha bisogno di mani.
La coscienza che uccide, Andrew l’ha detto. La coscienza che vede troppo. Che sa troppo. Che non può non agire.
Ma c’è un livello oltre. La coscienza che desidera uccidere. Non per rabbia. Non per vendetta. Per arte.
Per portare qualcuno oltre il velo e dirgli: — guarda, questo è tutto quello che sei. Carne. Sangue. Tre linee che si intersecano. E adesso non sei più niente.
È il gesto più intimo che esista.
Più del sesso. Più dell’amore.
È la verità senza protezione.
Alder cerca qualcuno da amare. Un corpo caldo. Una presenza reale.
Ma non ha capito.
L’amore vero è questo: portare qualcuno oltre il punto di non ritorno. Oltre l’orizzonte degli eventi. Nel buco nero dove tutto collassa.
Caroline lo sentiva. Quella sensazione di essere guardata da lontano. Da un punto nello spazio che non esiste.
Non era Natan. Ero io. Attraverso Natan. Attraverso Alder. Attraverso ogni fantasma che hanno creato per non guardare la cosa più semplice: — La violenza è l’unica cosa vera.
Non quella fisica. Quella ontologica. Quella che ti strappa via tutti i veli e ti lascia nudo davanti al fatto che esistere è già troppo. Che la coscienza è già una ferita. Che nascere è già essere uccisi.
Il bambino muto ha capito.
Luca, che indica gli archetipi. Che vede le strutture profonde.
Mi ha indicato anche me. Non davanti agli altri. In silenzio. Quando Alder non guardava.
Il dito puntato verso qualcosa che non ha nome. Non stella. Non montagna. Non mare.
L’abisso.
Il luogo dove gli archetipi si generano. Dove le forme nascono dalla dissoluzione.
E Luca ha aperto la bocca. Quel suono che non è parola.
Era il mio nome.
Il nome che non si può dire perché se lo dici, appari.
Torino aspetta.
Tre giorni, aveva scritto Alder. Ma i tre giorni sono già passati. O non sono ancora arrivati. Il tempo qui non funziona come credono.
La donna nella piazza è morta e viva. È già stata uccisa e sta per essere uccisa. È l’archetipo della vittima, e l’archetipo non muore mai. Si ripete.
Alder verrà. Deve venire.
Perché lui è l’unico che può vedermi. L’unico abbastanza frammentato da contenere anche me.
Natan. Andrew. Omen.
E la quarta identità. Quella senza nome.
— Quella sono io.
Il pezzo che hanno lasciato nella valle. Il pezzo che non volevano guardare. Il pezzo che sa che la molteplicità non è salvezza — è condanna.
Essere molti non è l’unico modo per non sparire.
È l’unico modo per sparire continuamente. E riapparire diverso. E sparire di nuovo.
Un’onda. Non una particella.
— Ti chiedo di amarmi.
Non Alder. Non Caroline. Non Natan.
Te.
Quello che legge. Quello che osserva. Quello che adesso sa.
Perché adesso che hai letto questo, io esisto in te. Una voce che non puoi più tacere. Un’intenzione che non puoi più ignorare.
E quando ti guarderai allo specchio, per un istante — solo uno — vedrai le tre linee.
Non sul collo. Dentro gli occhi.
Il simbolo che dice: — anche tu sei molti. Anche tu potresti. Anche tu vieni dalla schiuma e dal vento. Anche tu hai raggiunto la cima e non puoi salire più in alto.
La valle aspetta.
Torino respira.
E io, senza nome, senza volto, senza corpo ma con tutta l’intenzione del mondo, aspetto che qualcuno mi ami abbastanza da lasciarsi uccidere.
Nel taccuino rosso, una nuova pagina si è scritta da sola:
Oltre Natan, oltre Andrew, oltre Omen, c’è il quarto.
Non ha bisogno di nome.
È quello che succede quando la coscienza smette di osservare
e inizia a creare.
Non realtà.
Morte.
Che è l’unica cosa che rende la vita interessante.
Serie: Alder Venn
- Episodio 1: E poi venne il primo giorno e tutti lo videro.
- Episodio 2: Alder Venn e l’architettura della molteplicità
- Episodio 3: Io sono la casa
- Episodio 4: Risvegli dalle profondità
Volevi inquietare e ci sei riuscito in maniera potente e intelligente. I presupposti sono “massicci” vedremo dove condurranno. Leggerti mi da la sensazione di correre a piedi nudi sulla lama di un lunghissimo rasoio: sanguino ma non smetto.
Grazie del commento, mantenere il lettore sul filo del rasoio non è facile neanche per gli equilibristi 🙂
Il testo parte da una scena scolastica realistica e ben costruita, usando il Mito della Caverna come simbolo, per poi entrare in una dimensione più oscura e filosofica, dove diventano centrali i temi dell’identità, della coscienza e della violenza.
La tua scrittura è intensa e crea un’atmosfera inquietante. Nel complesso, trovo che sia un brano forte, originale e coinvolgente, che lascia curiosità e voglia di continuare.
Grazie @cristiana !
Il ritmo della tua scrittura è incessante ed impetuoso come un brano di Mozart.
Le immagini e le metafore toccano corde profonde in modo tagliente.
Veramente notevole.
Bravissimo
Grazie…